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giovedì 24 febbraio 2011

Fate questo in memoria di me

Fate questo in memoria di me” dice Gesù istituendo l’Eucaristia (1Cor 11,23-25; Lc22,19-20; Mt26,26-29; Mc14,22-25).

La fedeltà all’Eucaristia, è, per il credente, il momento centrale della sua adesione a Gesù.
Il Battesimo è il seme. L’Eucaristia è il frutto, il centro della vita e del culto della Chiesa.
Nell’Eucaristia si ha la manifestazione più alta di Dio che santifica il mondo in Gesù ed è la risposta di fede più aperta e significativa con cui la Chiesa rende culto a Gesù. Gesù è la nostra Pasqua e il pane vivo; mediante la sua carne animata dallo Spirito Santo ridà la vita agli uomini che sono invitati a offrire al Padre se stessi, il proprio lavoro e tutte la cose create.
Gesù nell’Eucaristia si fa tutt’uno con i credenti. Questa intima comunione tra le persone divine e la Chiesa, tra Trinità e cristiano, si compie anche negli altri sacramenti, ma in modo eminente nell’Eucaristia, perché con essa Gesù ha voluto realizzare la Nuova Alleanza tra Dio e il suo popolo.
Lc 22,20 -> allusione alle antiche profezie Ger 31,31-33. Con il suo sangue versato Gesù da compimento a questa alleanza tra il Padre, i discepoli e l’umanità, Gesù pone il suo sangue. Lui si dona in atto d’amore al Padre e ai suoi fratelli di carne c’è ora un vincolo nuovo.
Nell’Eucaristia il popolo di Dio si incontra con Gesù, garante di questa comunione-alleanza è lo Spirito Santo (Ez 36,26-27).

Rivestiti di grazia “rendiamo grazie”. La celebrazione è lode e ringraziamento alla Trinità. Per questo la Chiesa sin dai suoi inizi ha chiamato questo sacramento “Eucaristia”, ovvero rendimento di grazie.
L’Eucaristia anticipa il grande banchetto del regno, verso il quale la Chiesa pellegrina su questa terra, è diretta. Nell’Eucaristia Gesù è qui ora, presenza che è anticipo di quel Regno che verrà alla fine dei tempi quando tornerà glorioso per portare a compimento ogni cosa. L’Eucaristia si colloca sulla linea che va dal mistero pasquale di Gesù alla Parusia (compimento finale della salvezza 1Cor 11,26; Lc22,14-18).
Vero cibo e vera bevanda. Gesù non ci dona pane e vino come simbolo del suo corpo e del suo sangue, ma si fa nostro cibo nella realtà del suo corpo (Mt26,26). L’Eucaristia non è solo un gesto di buona volontà dei credenti che esprime comunione con Dio e con gli uomini, ma è il segno visibile della presenza reale di Gesù e del suo sacrificio.
Gesù si fa presente realmente sotto le apparenze del pane e del vino per unire a se in comunione di vita quanti ne partecipano. Una vita che è germe e inizio di risurrezione (Gv 6,48-51,54-57).
Gesù è presente nella sua Chiesa in diversi modi:
-nell’assemblea riunita (Mt 18,20)
-nella sua parola
-nei sacramenti (in cui agisce e mediante lo Spirito Santo salva il suo popolo)

Nessuna di queste presenze è così piena come nell’Eucaristia. L’Eucaristia contiene Gesù ed è “come la perfezione della vita spirituale e il fine di tutti i sacramenti” (San Tommaso).
Il Concilio di Trento ha accettato il termine “transustanziazione” per esprimere la conversione singolare e mirabile di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Gesù.
L’Eucaristia è il segno più evidente della comunione stabilita tra Dio e i credenti. Dalla comunione nasce la comunità, che trova nella partecipazione al corpo e al sangue di Gesù il suo momento culminante.
Comunità generata dall’amore di Gesù fattosi servo dell’uomo. Gesù che nell’ultima cena lava i piedi agli apostoli, è il comandamento d’amore tradotto in pratica (Gv13,14-15,34).
L’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Gesù, impegna i cristiani a vivere la comunione eucaristica in una comunità che opera secondo l’esempio di Gesù, per una solidarietà nuova che non ha modelli perfetti sulla terra.

Non si va all’Eucaristia perché già viviamo la piena comunione con Gesù coi fratelli, ma perché vogliamo arrivarci in grazia del suo Spirito. La comunità riunita per l’Eucaristia supplica il Padre perché mandi il suo Santo Spirito a santificare pane e vino da essa offerti, e li faccia diventare corpo e sangue di Gesù dopo la Consacrazione. La comunità prega per divenire segno di comunione (offerta viva in Gesù).
Ciò che abbiamo visto, contemplato,mangiato, non dobbiamo solo annunziarlo, ma viverlo rendendo Eucaristia tutti i nostri rapporti col mondo. Il vero culto a Dio è la vita secondo la carità “fino alla morte”. Come Gesù è in comunione con Lui.
La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa. Nella Messa, la Chiesa massimamente si realizza in maniera visibile.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Chiesa e Domenica

La Chiesa.
La sapienza e l’amore di Gesù hanno scelto un altro corpo per starci vicino: è la Chiesa, in cui il Risorto si rende presente e vive. La Chiesa, la comunità di credenti innestati in Gesù , nella quale Egli continua la sua incarnazione, è il suo sacramento. Qui, in forza del suo Santo Spirito, ci incontra ed entra in dialogo con noi. Non c’è Chiesa senza Gesù e Gesù senza Chiesa: non c’è capo senza membra. Senza la Chiesa Egli sarebbe solo un profeta del passato. Nella Chiesa è il Dio con noi, l’Emmanuele.
La Chiesa è impegnata a custodire la fede e ad annunziarla, ad agire nel mondo come Gesù, con gesti resi efficaci dallo Spirito Santo da essa invocato. Nella Chiesa Gesù continua ad associare a se gli uomini, li santifica col dono dello Spirito Santo e li rende capaci di trasformare il mondo.
Al centro di questa azione sacramentale della Chiesa c’è l’Eucaristia. Il popolo di Dio infatti si edifica e cresce nel rinnovamento del gesto insegnato e comandato da Gesù (Lc 22,19). Nell’Eucaristia la Chiesa è redenta e resa una cosa sola nel corpo e nel sangue di Gesù, mediante l’azione dello Spirito Santo, per essere offerta al Padre, in un inno di ringraziamento.

La domenica.

Non c’è Chiesa senza liturgia, tramite la quale lo Spirito edifica la Chiesa e la spinge verso il futuro di Dio, che essa prefigura e pregusta.
La salvezza non è approvazione individuale, ma evento vissuto nella comunità che spezza il pane dell’Eucaristia e della carità fraterna.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Ecco l'uomo

Ecco l’Uomo”. Pilato presenta “profeticamente” Gesù alla folla. Gesù è veramente l’uomo nuovo che attraverso la via della croce, assunta su di sé, ricostruisce nell’uomo la dignità e l’immagine perduta.
Nella notte di Pasqua dal portale nel buio avanza la fiamma del cero pasquale simbolo di Gesù risorto. “Luce di Cristo”proclama tre volte il celebrante. A quella fiamma ciascuno accende la propria candela, per poi levarsi il grido della Risurrezione dall’assemblea. Lo stesso grido che corse all’alba del terzo giorno tra i discepoli: “il Signore è risorto!” È un’esperienza decisiva per i discepoli: la fede ricreata in loro cancella ogni smarrimento e sconforto. La Risurrezione di Gesù diventa un fatto della nostra storia. Passione, morte e risurrezione sono un unico mistero di salvezza, dalla morte alla vita,che si allarga alle dimensioni dell’eternità.
Un fatto realmente avvenuto: morte e risurrezione sono il compimento del progetto annunciato dalle Scritture. L’annuncio dei profeti si è avverato in Gesù. La storia di Israele doveva approdare a Lui, e da Lui riparte per raggiungere, attraverso i discepoli, gli uomini di tutti i tempi.
I discepoli testimoniano, a costo della vita, che la resurrezione è realmente avvenuta. Come la vita d’Israele e la sua salvezza derivano dall’Esodo dall’Egitto, così la vita nuova della Chiesa proviene dalla Risurrezione, senza la quale essa non esisterebbe e la sua fede sarebbe vuota.
La Resurrezione è un intervento diretto di Dio nella storia , al pari della sola creazione, e lo si può accogliere solo nella fede (non scientificamente) [Cor 15,11-14]
L’annunzio della Resurrezione va trasmesso e conservato: Gesù di Nazaret e il Signore risorto sono la stessa persona .
Gesù introduce ad una vita senza più morte. Ora ha un corpo vero, ma senza i condizionamenti di un corpo mortale, ormai libero dalle leggi della materia, incorruttibile e glorioso. Gesù ha accettato, per amore, il passaggio nella morte, e dalla morte Dio l’ha liberato. Tramite la Resurrezione di Gesù comprendiamo in pienezza che il lieto messaggio del Regno di Dio in mezzo agli uomini, il suo Vangelo, è questo: la vita, Cristo risorto, ha vinto la morte; l’uomo è redento, il regno si instaura. Mediante lo Spirito Santo siamo rinnovati dall’interno, diventiamo figli di Dio,e grazie al Figlio, eredi del regno. Gesù, vincitore della morte, vincerà anche la nostra morte. Da Gesù ha inizio la speranza.
La Pasqua è l’evento decisivo della fede cristiana.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Il memoriale

Pane e vino sono la base del pasto, per la Bibbia sono il nutrimento dell’uomo. Trasformati dalla parola di Gesù nel suo “corpo offerto” e nel suo “sangue versato”, essi sono la sua stessa persona che si dona per la salvezza degli uomini. Gesù è vero cibo e vera bevanda, offerto ai discepoli perché partecipino al sacrificio della sua stessa vita.
Come recita la liturgia, pane e vino “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per la parola di Gesù vengono ad essere “cibo di vita eterna” e “bevanda di salvezza”. Nel pane e nel vino si riassume la fatica umana, liberata dal peso del peccato per entrare a far parte del disegno di Dio.
L’ultima cena di Gesù non è un addio:è un anticipo della sua Risurrezione. Quel corpo dato e quel sangue versato acquistano nella Passione quel senso di una reale donazione alla morte, perché da essa spunti la vita.
L’ultima cena è l’anticipo del memoriale che la Chiesa celebrerà come segno dell’offerta di Gesù (Lc22,19). È preludio del banchetto del Regno quando, alla fine dei tempi, si realizzerà l’unità della famiglia umana e di tutta la natura (Mt26,29). Tra la Pasqua di Gesù e la Pasqua eterna c’è un tempo in cui i discepoli (la Chiesa) e l’umanità saranno in cammino.
Il memoriale è il ricordo che rende presente nel rito la morte e resurrezione. Il gesto di donazione di Gesù rivivrà nei sacramenti, per incarnarsi nell’esistenza umana dei credenti, a testimonianza dell’amore di Dio per il mondo
Dal cenacolo Gesù passa nell’Orto degli Ulivi: è preso da angoscia e solitudine. Anche i dodici lo lasciano solo: gli apostoli che non riescono a pregare sono ancora carne. Gesù obbediente al Padre fino alla morte, è spirito che riesce ad assoggettare la carne, al prezzo di una sofferenza indicibile.
Gesù non va a Gerusalemme per combattere e coprirsi di gloria, ma per essere vittima dell’odio e della gelosia dei potenti. È consapevole di ciò che lo attende: sa che il suo comportamento attira inimicizie e gelosie (risentimento delle autorità religiose).
Per Gesù tutto ciò rientra nella visione della storia della salvezza. Non è sfrontatezza verso il dono della vita: Gesù soffre atrocemente nella carne e nello spirito e sperimenta in tutto il suo essere il dolore e la solitudine dell’uomo. Gesù va incontro alla morte con piena libertà e decisione come atto supremo di amore nei confronti del Padre e degli uomini.
I pochi che sono stati responsabili della sua morte sono i rappresentanti del peccato universale. Gesù è morto a causa dei peccati di tutti gli uomini e per la loro salvezza.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”.

Il compimento nell’Eucaristia

(Gv 13,1) La passione e la morte di Gesù Cristo esprimono nel modo più efficace il senso della sua esistenza terrena e tramanda nel mondo, nel modo più incisivo, la memoria del suo amore.
La sua “ora” è il compimento, è il tempo di passare da questo mondo al Padre, di essere da lui glorificato, di morire per portare frutto (“Se il chicco di frumento non fosse caduto a terra, non sarebbe fruttificato”Sant’Agostino).
L’ora della croce è il Battesimo del sangue per Gesù: lascia il mondo per tornare al Padre. Passa dalla condizione umana (mortale) alla condizione di vita in Dio.
I quattro vangeli descrivono approfonditamente la morte di Gesù. Le prime comunità cristiane ritennero indispensabile per la nuova fede evidenziare insieme alla risurrezione la morte dolorosa di Gesù (nonostante la vergogna e lo scandalo della crocifissione).
San Paolo predica Cristo crocifisso anche se suona scandalo e stoltezza per molti (1 Cor). La Gloria di Dio e la salvezza dell’uomo passano per la debolezza, la sconfitta e la morte.
Per Giovanni la Gloria di Gesù consiste nel consegnarsi liberamente alla morte, per amore di Dio, come agnello immolato per il peccato degli uomini.
L’ ultima cena è il preludio della Passione. Per gli Ebrei, la cena, il banchetto sono segni della comunione tra Dio e l’uomo. I sacrifici di comunione si offrivano al tempio di Gerusalemme e comprendevano il banchetto: i presenti mangiavano la vittima offerta a Dio e si sentivano in pace, in comunione con Dio e tra di loro. Anche Gesù usa l’immagine del banchetto (Mt 22,2). Nella Bibbia, l’abitudine quotidiana di riunirsi per mangiare insieme diventa anticipo di una realtà futura non ancora conosciuta.
Da memoriale della liberazione dalla schiavitù, da lode, benedizione e rendimento di grazie (Eucaristia) per le opere di Dio nell’Esodo, diventa segno di attesa della nuova Pasqua, della liberazione definitiva, la Pasqua del Regno.
L’agnello era simbolo della liberazione: il suo sangue cosparso sulle porte degli Ebrei li aveva scampati dal flagello abbattutosi sull’Egitto e aveva consentito loro di mettersi in viaggio verso la Terra Promessa. Gesù spiega agli apostoli che lui è il nuovo Agnello pasquale immolato per tutti.
Israele con il sangue delle vittime suggellò la sua alleanza con Dio; ora Gesù, con il proprio sangue, sancisce l’alleanza nuova, non più scritta sulla pietra delle tavole di Mosè, ma nei cuori degli uomini.
Il corpo offerto e il sangue versato sono il gesto manifesto di un amore infinito.(Lc 22,19-20)

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo?”

LA PRESENZA DI DIO, tratto dalle lettere di Fra Lorenzo

Per arrivare a Dio basta un cuore che si dedica a Lui e lo ama. Conversiamo continuamente, francamente, direttamente e semplicemente con Dio, per sentirne la presenza necessaria ad ottenere le sue grazie e i suoi soccorsi.
Confidiamoci e abbandoniamoci a Dio e facciamo con gioia la sua volontà, seguendo la sua via per ben comportarsi nella vita, lasciamoci giudicare dal suo amore senza interessi.
Se in questa vita si vuole godere del Paradiso, bisogna abituarsi al colloquio famigliare, umile e amoroso con Dio. Il nostro spirito non si deve allontanare. Il nostro cuore deve diventare un tempio in cui lo si adora.
La presenza di Dio deve essere naturale. Manifestiamola nell’amare i nostri amici, ma ricordando sempre il primo, Il Signore.
Pensiamo e parliamo a Dio nella giornata, nelle attività, nel divertimento, non lasciamolo mai solo… gli amici non si lasciano soli.
Siamo cristiani, in una parola il nostro mestiere: pensare e adorarlo sempre. Cerchiamo incessantemente la felicità tramite il Vangelo e la nostra fede.

La presenza di Dio nella DIFFICOLTA’ e nel DUBBIO
Non bisogna mai stancarsi di bussare alla Sua porta. Chiediamo aiuto, soccorso, una grazia, che Dio non manca mai di concedere per affrontare la vita. E’ importante consolarsi in Lui e chiedergli aiuto nelle decisioni difficili (nei dubbi) per conoscere la sua volontà e fare bene le cose che ci chiede di fare, per infine offrirgliele come dono. Dio ci aiuta se quello che si fa è per Lui, e lo scopo è quello di operare per il suo amore. Ci si santifica se quello che prima facevamo per noi ora lo facciamo per Dio. Se si è vicini a Dio, e si è con lui, non si teme più nulla, non si hanno più dubbi e tristezze.
Dio non guarda alla grandezza delle opere ma all’amore.

La presenza di Dio nel DOLORE
Il dolore è una prova dell’amore per Dio. Nel dolore non bisogna perdere la presenza di Dio, perché è Lui che ci da la forza di sopportare il dolore con cui ci intende provare. Farsi coraggio, non rassegnarsi e non abbandonarlo, offrire la propria sofferenza e chiedere la forza di sopportarla, intrattenersi con lui e ringraziarlo per le grazie ricevute: queste sono le azioni da compiere nella sofferenza.
Nel dolore dobbiamo quindi chiedere la grazia, con la quale tutto si semplifica, e dobbiamo rimanergli fedele in tutte le circostanze.
La fede deve essere il fondamento della nostra fiducia: la fede ci avvicina a Dio, ce lo fa toccare con mano, perché Lui c’è sempre, non ci lascia soli, non si allontana mai anche se noi ci allontaniamo. Quando Dio trova un’anima piena di fede la ricolma di grazie.
L’amore raddolcisce qualunque pena, a tal punto che, se siamo abituati alla presenza di Dio tutte le malattie del corpo sono più leggere e la sofferenza con Lui diventa un dolce paradiso; mentre i più grandi piaceri, senza Dio, sarebbero una pena crudele, un inferno.
Noi siamo sue creature che Dio può umiliare con infinite pene. In questa condizione non ci si stupisce se ci capitano mali, tentazioni e contraddizioni dal prossimo: bisogna sottomettersi e sopportare finché piacerà a Dio.
Nel dolore non si deve quindi chiedere a Dio di liberarci dalle pene e dai mali del corpo, ma di darci la forza di soffrire coraggiosamente finché a lui piacerà: consoliamoci in Lui, e ci libererà quando sarà più opportuno.
La gente considera le pene più gravi insopportabili a causa del falso punto di vista da cui le considera: si considerano le malattie come malanni naturali, non come una grazia. Una volta capito che tutto viene dalla mano di Dio, Padre pieno d’amore anche se ci affligge e ci umilia, tutta l’amarezza scompare e rimane la dolcezza.
Lui ci è vicino nell’infermità e nella malattia: è Dio il vero medico, è l’unico che da sollievo ai mali, anche se spesso lascia le malattie del corpo per guarire quelle dell’anima.


La presenza di Dio nella quotidianità
Per sentire la presenza di Dio è indispensabile avere fiducia, sapendo che Egli può rimediare a tutto, non ci abbandona e non ci inganna.
Durante il giorno, bisogna occuparsi di Lui, cercarlo e non pensare solo ai suoi doni, ricordando di allenare sempre lo Spirito, perché nella fede a fermarsi si retrocede. In questo modo si è veramente liberi e felici.
Dio è presente in mezzo a noi (e di questo non ne dubitiamo) e non lo dobbiamo cercare altrove lasciandolo solo, ma allontaniamo tutto ciò che non è Lui, sapendo che se non lo facciamo ne sarà dispiaciuto.
Per sentire il suo amore, esercitiamoci a confessare i peccati e le mancanze verso Dio, a riferirgli ogni nostro atto. Chiediamogli la grazia con fiducia, senza guardare ai nostri peccati (anche se ci vergogniamo di confrontare i nostri peccati con la Sua grazia) e confidiamo nei suoi meriti. Noi capiamo che lui ci ama perché, invece di punirci, ci abbraccia nella sua bontà e ci fa sedere alla sua Mensa. Accorgiamoci però delle nostre mancanze e pentiamoci nell’amore di Dio, altrimenti la confessione è inutile. Attendiamo poi con speranza la remissione dei peccati.
Dio è da considerare come un giudice (sentirsi peccatori davanti a lui), e come un padre (nostro Dio).

La presenza di Dio nella PREGHIERA e nella PENITENZA
Le penitenze e le preghiere servono ad arrivare a Dio mediante l’amore. Non importa che le nostre preghiere siano complesse, quello che Dio gradisce è che esse siano semplici, di poche parole e recitate col cuore. Questa attività è anche più semplice e la si può attuare più volte nella giornata.
Ricordiamoci inoltre che non c’è bisogno di gridare per farsi sentire da Dio, Lui è più vicino di quello che pensiamo, se in fatti preghiamo in suo presenza, Lui ci è vicino.

La nostra volontà e il male
Il male nasce dai pensieri inutili, il rimedio è  parlare con Lui, amarlo, e non occuparsi di futilità, il nostro spirito deve rinunciare a ciò che non è Lui e che ci allontana, per amor Suo. Agiamo nella fede con amore e umiltà, camminando verso Dio.
Nel momento della tentazione rivolgiamoci a Dio, e rinunciamo a tutto ciò che non tende a lui. C’è differenza fra le azioni dell’intelletto e della volontà: le prime sono poca cosa, le seconde tutto. La mente è vagante e la volontà è la direttrice delle nostre forze, che vanno richiamate verso Dio. Quando il nostro spirito vaga, l’unico rimedio è confessarlo e umiliarcene davanti a Dio. La volontà deve poter richiamarlo alla mente tranquillamente senza offenderlo. Senza di lui non possiamo nulla. Ma se siamo veramente fedeli saremo incapaci di offenderlo e genereremo in noi una santa libertà. Per eseguire la sua volontà gli unici mezzi sono la fede, la speranza e la carità. Tutto è possibile a chi crede, ma di più a chi spera, di più a chi ama e di più a chi esegue tutte e tre le virtù.

Gesù ed Eucaristia (per bambini)

Breve storia della vita di Gesù per i bambini che si preparano alla Prima Comunione.
Cittanova(MO) 2011.

Ho presentato questo testo ai bambini con le parole chiave mancanti.
Si sono divertiti un mondo, animati dallo spirito di competizione.

Dio è un papà invisibile, il papà di tutti noi.
Siamo tutti fratelli di un solo Padre.
Noi abbiamo un papà e una mamma, un famiglia vicino a noi.
Inoltre abbiamo un papà, Dio, una mamma, Maria, un fratello Gesù, una famiglia la Chiesa,e l’amore e la forza, lo Spirito Santo. Ma non si vedono…
Dio è una persona invisibile e vive in cielo, ma è vicino al nostro cuore. Dio è presente anche se non lo vediamo. Non dobbiamo avere paura, perché non siamo mai soli… Accanto ad ognuno di noi c’è un angelo custode.
Dio ha creato l’universo e anche l’uomo. L’uomo lo ha fatto simile a lui: è la sua creatura migliore. Ha creato tutto per amore dell’uomo. Quando non rispettiamo l’amicizia tra Dio e l’uomo commettiamo peccato. Chi ci tenta a fare il male è il diavolo, il grande nemico di Dio e dell’uomo.

A un certo punto della storia, Dio manda un uomo, Figlio di Dio, di nome Gesù. Egli è il dono più grande di Dio agli uomini.
Dio manda l’arcangelo Gabriele da Maria, il quale le annuncia la nascita di Gesù.
Nella sua vita Gesù insegna a tutti come “vedere” Dio e lo chiama “Padre Nostro”. Gesù è il dono di Dio. Gesù fu annunciato da tanti profeti (uomini con cui Dio aveva un grande rapporto di amicizia).
Maria è la mamma che Dio ha scelto per Gesù. Lo sposo di Maria è Giuseppe, e il suo mestiere è il falegname. Maria e Giuseppe vivevano a Nazaret. Noi festeggiamo la nascita di Gesù a Natale, dopo esserci prepararti per 4 settimane, chiamate Avvvento. Gesù nasce in una grotta a Betlemme. I pastori e i re Magi, guidati da una stella, arrivano ad adorare Gesù
Il cattivo re Erode è il primo nemico di Gesù.
La vita di Gesù è raccontata nel Vangelo, che significa buona novella. Gesù venne battezzato, all’età di trent’anni, da Giovanni il Battista, nel fiume Giordano. Da quel giorno Gesù inizia ad insegnare a tutti la parola di Dio. Gesù compie tanti miracoli perché è figlio di Dio. Gesù è sempre molto vicino ai più deboli. Da a loro una nuova speranza.
Gesù ha 12 amici che lo seguivano: gli apostoli.

La Messa, che celebriamo ogni Domenica, è il memoriale del sacrificio di Gesù. Gesù ha offerto la sua vita per noi. Memoriale significa rivivere, rendere presente.
La Messa si celebra di Domenica perché in quel giorno Gesù è risorto. Un Sacramento è un segno della grazia di Dio, istituito da Gesù per renderci santi.
Il Battesimo permette di cancellare il peccato originale. Col Battesimo diventiamo figli di Dio.
La Penitenza o Confessione è il sacramento per cancellare i peccati commessi dopo il Battesimo.

Gesù è risorto ed è tornato al fianco del Padre, dopo la morte in croce per prepararci un posto vicino a Dio, nel regno dei cieli.
Gesù è chiamato anche Signore, oppure il Messia, perché ci salva dal peccato. Noi possiamo farci perdonare i nostri peccati con la Confessione.
A Pasqua riviviamo la morte e risurrezione di Gesù.
Gesù verrà crocifisso nella città di Gerusalemme. Si trovava in quel posto perchè voleva festeggiare la Pasqua ebraica.
I simboli di questa festa sono l’agnello e il pane non lievitato, che gli ebrei, schiavi in Egitto, mangiarono la sera in cui Dio li liberò, con l’aiuto del loro “condottiero” Mosè. Dopo tanti anni di cammino nel deserto gli ebrei arrivarano nella Terra Promessa.
Gesù conosce la sua missione, e sa che dovrà morire per la salvezza dell’uomo, per liberarlo dalla schiavitù del peccato.
Il Giovedì santo Gesù è assieme ai suoi apostoli per consumare l’Ultima Cena. In quella sera Gesù fa quei gesti che oggi il sacerdote ripete durante l’Eucaristia: spezzare il pane, simbolo del suo corpo, e offrire il vino, simbolo del suo sangue, offerto in sacrificio per la Nuova Alleanza.
Quest’anno noi bambini riceveremo per la prima volta la Comunione, detta anche Eucaristia, il sacramento più importante per i cristiani.
Eucaristia significa rendere grazie a Dio.

L’apostolo Giuda tradirà Gesù. L’apostolo Pietro rinnegherà Gesù 3 volte. Essi sono il simbolo dell’infedeltà dell’uomo.
Dopo cena, Gesù esce con gli apostoli e si dirige verso il monte degli Ulivi, per pregare Dio. Ma gli apostoli si addormentarono.
Quindi Gesù viene catturato e arrestato da una folla guidata dai sommi sacerdoti. Gesù viene consegnato al Sinedrio (tribunale ebraico).
Il mattino seguente fu consegnato a Ponzio Pilato, il governatore romano. Egli non capisce le accuse a Gesù, ma la folla preferisce liberare il malvivente Barabba. Così Pilato condanna Gesù alla croce. Ora gli apostoli hanno paura. Intanto Gesù viene preso in giro, e viene vestito da re con un mantello rosso e una corona di spine.
Al mattino viene caricato della croce per essere condotto sul Golgota, una collina. Gesù senza forze viene aiutato da Simone di Cirene.
Arrivati sul Golgota, Gesù viene crocifisso e sulla croce viene attaccata la scritta INRI, che in latino significa “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”.
Accanto a lui crocifiggono anche due ladroni. Uno buono e uno cattivo.
Ai piedi della croce c’è Maria, sua madre e Giovanni, il discepolo amato. Venuto mezzogiorno si oscura tutta la terra e fa buio per tre ore.
Un discepolo di Gesù, Giuseppe di Arimatea, avvolgerà il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo metterà in un sepolcro scavato nella roccia e lo fa chiudere con un masso.
Due giorni dopo alcune donne si recano al sepolcro e vedono che il masso è rotolato via. Gesù, il Cristo, è risuscitato dai morti il terzo giorno dopo la sua morte. 

martedì 30 novembre 2010

Preparate la via del Signore


Giovanni Battista suona la caricaPreparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!! Giovanni è esempio di attesa e di preparazione al Natale. Col suo battesimo voleva dirci che occorre convertirsi per accogliere il Salvatore. Già oggi per la nostra fede siamo cristiani, ma ogni giorno dobbiamo diventarlo seguendo Gesù.
Il Signore viene continuamente in mezzo a noi per alimentare la nostra speranza di salvezza. Lo possiamo rifiutare o accogliere. Lo si accoglie nel suo insegnamento e nelle persone che abbiamo accanto. Gesù viene per tutti, e viene per salvarci. Solo con la pace e la riconciliazione possiamo prepararci alla sua venuta. Ora, non siamo soli, viviamo insieme alla gente questo momento: impariamo a perdonarci e ad amarci, come figli di Dio.
Il cristiano è colui che aiuta Gesù affinchè il suo progetto di salvezza sia vivo sulla terra. Il cristiano è colui che vive nel presente e guarda al futuro, cercando di essere un testimone credibile del Vangelo.
L’Eucaristia è la “vitamina” dei cristiani: i ricorda che siamo fratelli in una grande famiglia e figli di un solo Padre. Riusciamo a vivere intensamente il rapporto col Padre se siamo in pace e in comunione con gli altri.
Il profeta Isaia è colui che annuncia Giovanni come la «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» Isaia aspira ad una società perfetta come esigenza di fraternità e comunione. (tratto da Isaia 11,1-10) “Un virgulto germoglierà e su di lui si poserà lo spirito del Signore; Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire, ma giudicherà con giustizia e prenderà decisioni eque. La sua parola sarà la sua arma, così che il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto...“
(tratto da Matteo 3,1-12) Giovanni il Battista predicava nel deserto, gridando: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Giovanni era un grande, ma umile, profeta del Signore. Egli contestava il comportamento dei suoi contemporanei («Razza di vipere!»), ma tutti andavano da lui per ascoltare e per essere battezzati per il perdono dei peccati. Giovanni annunciava Colui che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e chiedeva la conversione del cuore.
Non crediamo che basti avere fede ed essere battezzati per essere salvi. Occore cambiare vita, essere umili, avere coraggio, aprire le tende che abbiamo davanti agli occhi e che non ci permettono di vedere la luce della vera speranza. Sforziamoci di migliorare: il cristiano spera in un futuro migliore e deve impegnarsi a costruirlo. E’ importante individuare le strade storte (dubbi, paure, individualismo) per scegliere la “retta via” con l’aiuto di Dio, il quale vuole solo il nostro bene.
(tratto dalla lettera ai Romani 15,4-9) “Grazie alle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Dio ci aiuta ad avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti di Gesù, perché uniti possiamo rendere gloria a Dio Padre. Così come Gesù ha accolto e si è fatto servitore, anche noi dobbiamo accogliere e servire gli uni gli altri
Letture II Domenica d’Avvento 2010: Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

martedì 7 luglio 2009

Elogio della differenza

Solennità della Trinità. Ai bordi del deserto, un antico monastero. Un monaco, seduto davanti alla porta, là da tempo, sembrava aspettare qualcuno. Mi vide, ma non si mosse. Dopo le prime parole e il primo silenzio, continuò: « Se cerchi la perfezione, come molti fanno, sarà inutile il tuo cammino.

La perfezione conosce Dio, ma solo di passaggio. Parte da te e, passando attraverso di lui, termina ancora in te stesso. Continuamente ti guarderai allo specchio per vedere se l’hai raggiunta o se, per caso, essa ti ha abbandonato per qualche istante. La perfezione ti farà schiavo di te stesso, mettendoti al centro di tutto. Essa non accetta il tuo limite, ma vive del mondo che sogna e coniugando il condizionale, il tempo della non realtà, ti farà sospirare continuamente: “Io vorrei, io dovrei…” Così, ti farà appoggiare la tua vita sul vuoto. All’inizio e alla fine del tuo cammino non ci sarai che tu, l’essere umano che sei e non il Dio, che cerchi.

In tutto quello che fai, invece,” riprendeva sicuro il monaco, “ama. L’amore parte da Dio, coinvolge l’uomo e finisce in lui. E Dio creò l’uomo perché questi sappia amare, così solamente l’essere umano troverà la propria felicità. In fondo, unicamente quando si ama si rivela agli altri la propria bellezza.

Ma quando avrai da incontrare qualcuno sarai attento alla disponibilità del tuo cuore. Guardati bene dal non farlo venire per il sentiero calpestato già da altri, dalle loro dicerie o dalle loro insinuazioni. Lascialo venire liberamente per dove l’erba è ancora alta, non importa se avrà difficoltà ad avanzare. Il vostro rapporto, infatti, dovrà nascere con il sapore della novità, non calpestato dal pregiudizio. Hai davanti un essere umano e qualsiasi persona, segretamente, ha il desiderio di poter rinascere con te e, al tuo sguardo, sentirsi rinnovata.

Farai attenzione a coloro con cui vivi: il vostro rapporto non potrà essere di dipendenza perché l’uno non potrà mai essere padrone dell’altro. Non siete disposti l’uno sotto l’altro, come in una piramide, dove il più potente è al di sopra di tutti. Se credi di avere un essere umano sopra di te, dimenticherai facilmente Qualcuno che lo è veramente, perché la tua miopia ti porterà a vedere solo chi ti sta sopra immediatamente. Dovrai, invece, sentire gli altri come posti attorno, in cerchio con te, come quando vi disponete intorno a un fuoco. Solo in questo modo ricorderai che esiste, invisibile, in mezzo a voi un centro ed è Colui da cui provengono la vita, la forza e l’amore.

Infatti, la figura del cerchio a differenza di un quadrato o di una piramide rinvia necessariamente a un centro che lo genera. Allora, disponendovi così fra di voi, l’uno non sarà mai più importante dell’altro, sarete interdipendenti in un mondo in cui ognuno si sentirà legato all’altro. La forza di ognuno sosterrà tutti gli altri e se tu avrai più forza o più potere sarai ancora più fraterno, sostenendo gli altri con maggiore vigore. Ecco, non potrà esserci uno superiore fra di voi, ma un fratello più grande.

E la diversità che troverai nell’altro sarà proprio ciò che nasconderà il suo valore, perché la differenza in un essere umano e la sua originalità saranno il fondamento della sua stessa personalità. Anzi, avvicinandoti, senza paura, dovresti incoraggiarlo: “Sii quello che sei!”

Le diversità fra gli uomini sono immagine di Dio, che si vuole simile e differente in lui stesso. Così, la comunione non nasce mai dalla somiglianza o dall’omogeneità, ma sorge dalla meraviglia di vedersi differenti. Dal tuo stupore di fronte all’altro.

(da “Parole dal deserto”di R. Zilio, Edizioni Paoline, 2009)

giovedì 11 giugno 2009

Saluto ai Cresimandi

Cari ragazzi,

da oggi siete adulti nella fede e testimoni di Gesù. Il nostro percorso è iniziato 6 anni fa e termina oggi. Tuttavia il vostro percorso nella Chiesa continua…

Alla vostra età è difficile capire chi sia Dio e credere in Lui. A differenza dei grandi però, avete il cuore aperto e libero dai pregiudizi: questa condizione aiuta tanto nello scoprire il mistero di Dio.

Il cristiano si distingue dagli altri perché ama, perché sfrutta appieno i doni che il Signore gli ha regalato. Il cristiano è lo strumento nelle mani di Dio, con il quale Egli opera sulla terra.

Lasciamo sempre aperta la porta del cuore al Signore: anche nei momenti più bui, più tristi, nei quali sembra che Dio ci abbia abbandonato. Persino Gesù si è sentito abbandonato sulla croce, ma ha comunque dato il suo si al Padre.

Un Si pieno di amore. L'amore, è il suo primo insegnamento, ed è quello di cui non vi dovrete mai stancare di mettere in pratica.

Vi saluto con un messaggio di Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato:

Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! […]
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! […]
Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

domenica 26 aprile 2009

GRAZIE GESU'! La preghiera del Cresimando.



Grazie Gesù.
Tu sei la luce del mondo che illumina la nostra vita.
Tu sei la buona novella, grazie alla quale la nostra vita diventa preghiera.
Tu sei il Messia, l’unto dal Padre, per compiere la missione di salvezza dell’uomo.

Gesù, se non ti accolgo rimango nelle tenebre, guidami col tuo Spirito sulla via del bene. Dio è Amore. La Trinità è amore unico in tre persone uguali e distinte.

Grazie Maria.
Tu ci hai insegnato come accogliere Gesù nella nostra vita.
Sei un esempio per la nostra fede barcollante:
tu decisa hai sempre creduto in Dio e nella sua Parola.

Grazie per il dono dei sacramenti.
Questo dono reale e invisibile, ma segno della grazia di Dio.
Grazie alla fede, sentiamo in ogni sacramento la presenza di Gesù.

Grazie per il Battesimo
In cui siamo stati “immersi” nella missione e nella vita di Cristo, e diventiamo membri della Chiesa. Siamo stati purificati e rigenerati come creature nuove.

Grazie per la Riconciliazione.
Ogni volta possiamo essere perdonati da Gesù per le nostre colpe.
Dobbiamo imparare ad accettare le nostre responsabilità: non è sempre colpa degli altri.
E’ proprio bello essere perdonati da Dio, che è Amore infinito.

Grazie per l’Eucaristia
Memoriale del mistero della morte e risurrezione di Gesù.
Per la potenza dello Spirito Santo, il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue del Signore. Il suo corpo spezzato e il suo sangue versato, per il perdono dei peccati, sono il sacrificio di amore di Dio.

L’Eucaristia è la nostra Pasqua, è il centro della nostra vita cristiana: nutrendoci del corpo e sangue di Cristo siamo in piena comunione con Lui: siamo adottati a figli di Dio.

Grazie per la Cresima.
Da ora saremo responsabili delle nostre scelte e Gesù ci guida con la sua presenza.
Cresima, unzione, consacrazione.
Confermazione, rafforzamento, conferma della grazia del Battesimo.
Con l’unzione e l’imposizione delle mani da parte del vescovo, diventiamo testimoni della parola di Gesù.
La Cresima è la nostra Pentecoste: rinnova in noi il dono dello Spirito Santo, come fu ricevuto dagli a-postoli, i quali non si fermarono davanti alle persecuzioni e alla violenza. Quel giorno, la forza dello Spirito fece nascere la Chiesa.
Abbiamo la missione di diffondere nel mondo “il buon profumo di Cristo” , disse Paolo.
Nel Battesimo furono i genitori a scegliere per noi: ora cresciuti siamo noi a confermare il nostro credo, aspirando ad essere sempre più somiglianti a Cristo.
La Cresima è il sacramento della testimonianza:
«Riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra», diceva Gesù agli apostoli… Lo Spirito Santo è disceso e mai più ci lascerà.

Grazie per il dono dello Spirito
Che ha reso Gesù vincitore sul male. Ci dà coraggio di scegliere la via della fedeltà a Dio: “Riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni”: con la sua forza rinnoviamo la professione della nostra fede e diventiamo testimoni di Cristo nel mondo.

Lo Spirito non si vede, ma c’è e ci dona una vita nuova: non è soltanto una forza divina, ma è una Persona, una presenza. Egli è essenziale perché qualcosa viva, si muova, cresca e dia frutto.
Siamo dinnanzi al mistero del «Dio nascosto» che ognuno di noi deve identificare.
Lo Spirito Santo è la relazione di Amore tra il Padre e il Figlio.
Lo Spirito Santo ci libera dalle incertezze e rende il nostro cuore puro, leale , onesto e vero.

Grazie per la famiglia
nata dal matrimonio dei nostri genitori, la nostra piccola chiesa domestica.

Grazie per la parrocchia
dove abbiamo la possibilità di annunciare il Vangelo, di celebrare l'Eucaristia, e di metterci alla prova nell’aiutare gli altri.
In parrocchia basta avere occhi per vedere, il coraggio di cominciare, e scopriremo quali sono le neces-sità più urgenti attorno a noi. Siamo capaci di svolgere un compito per il bene di tutti!

Grazie per i doni dello Spirito

Grazie per la Sapienza
con cui impariamo a gustarci e a rispettare la vita e il creato, a distinguere il bene dal male, vivere con gioia... Quanto siamo amati da Dio...

Grazie per il Consiglio
che orienta le scelte della vita e a conoscere il progetto di Dio su di noi.

Grazie per la Scienza
l’amore nel conoscere e nel capire i misteri della fede e della parola di Dio.

Grazie per l’Intelletto
che consente uno sguardo più profondo della realtà, a non essere superficiale.

Grazie per la Fortezza
che ci aiuta ad essere fedeli, coraggiosi, costanti, a compiere il bene, senza lasciarsi portare fuori strada.

Grazie per la Pietà
con la quale possiamo considerare Dio come un Padre. Riempie il nostro cuore di tenerezza e di amore. Si è più pazienti, umili, accoglienti e altruisti nei confronti del prossimo.

Grazie per il Timore di Dio
dobbiamo essere consapevoli della grandezza di Dio. Dio ci conosce, ci ama, vuole per noi il bene ed è sempre con noi. Preoccupiamoci di evitare tutto ciò che lo può offendere.

Grazie per la missione che ci hai affidato
Noi crediamo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra.
Crediamo in Gesù Cristo, Figlio di Dio e nostro Signore, nato da Maria Vergine, che morì, fu sepolto ed è risuscitato dai morti.

Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita.
Crediamo nella Santa Chiesa Cattolica, nella comunione dei Santi, nella remissione dei peccati, nella risurrezione della carne e nella vita eterna.

domenica 12 aprile 2009

La Santissima Eucaristia, culto di Dio e missione.

Relatore: Cardinale Francis ARINZE.
XXX Convegno Liturgico Diocesano. Modena, 28 Marzo 2009.

In questa Quaresima, è stata assai utile la testimonianza del Cardinale ARINZE, prefetto emerito della Sacra Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Linguaggio semplice e diretto, per un testimone che viene dall’Africa, terra di povertà e sofferenza. Nonostante i problemi, l’Africa cristiana è viva, e l’entusiasmo che emerge nelle celebrazioni africane è contagiante.

Frasi semplici, scandite dall’accento africano che arrivano, al cuore di tutti: “Per colpa di uno siamo peccatori, ma grazie a uno siamo salvati”. Chiari sono i riferimenti ad Adamo e a Gesù: per colpa di un uomo siamo stati condannati, ma grazie al figlio di Dio sacrificato, viviamo.

La nostra preghiera, quindi, non deve iniziare con una richiesta, ma con un inno di lode al Signore. Chiedere aiuto a Dio è importante, ma deve essere l’ultima cosa. Impariamo a ringraziare e a lodare chi si è sacrificato per l’uomo: bisogna saper distinguere i bisogni del momento dai bisogni spirituali, e il nostro Spirito ha bisogno di Dio.
Inoltre nell’adorazione è utile fare silenzio dentro di sé: solo così si è a tu per tu con Dio. Anche il canto è preghiera, ma attenzione a non trasformarlo in un “momento di ricreazione”.

Eucaristia: culto di Gesù, nostra Pasqua.

Il tema centrale dell’intervento del cardinale è l’Eucaristia: dono del corpo e del sangue del Cristo. Durante la Santa Messa, l’Eucaristia ci viene presentata come il sacrificio reso presente: il memoriale.

Essa è fonte e apice di tutta la vita cristiana, infatti nella liturgia occupa un posto centrale. Inoltre tutti i sacramenti portano ad essa, alla comunione con Dio.
L’Eucaristia è un dono troppo grande e importante; infatti chi non ama la Chiesa attacca per prima cosa l’Eucaristia.

Noi non riceviamo pane e vino benedetto, ma il corpo e il sangue di Gesù.
La presenza del Cristo è reale. E’ l’Emmanuele: Dio con noi.
Questa è la nostra fede.
Questo è ciò per cui i martiri danno la loro vita.

Se intendiamo in questo modo l’Eucaristia, la Santa Messa diventa un supremo atto di lode a Dio, un sacrificio di lode. La Chiesa, a sua volta, diventa il corpo mistico di Cristo, diventa la sua sposa.
Occorre quindi prestare molta attenzione alla Parola, adorare Dio in un atto comune di fede e curare la celebrazione. La Parola è fonte di nutrimento, è pane di vita.

“La Domenica senza la Santa Messa è vuota”.

La vita cristiana senza Messa diventerebbe impraticabile perchè il sostegno eucaristico verrebbe a meno. Come è possibile concepire una domenica senza Messa?
Senza la forza dell’Eucaristia si avrebbe paura di testimoniare Gesù, si perderebbe il coraggio. Non esisterebbe la comunità cristiana.

Per questo è opportuno, prima di una celebrazione, arrivare per tempo e prepararsi interiormente al messaggio che Dio chi vuole trasmettere. Anche in questo caso l’uomo deve scegliere quali sono le sue priorità: l’Eucaristia ricevuta è valida anche per i “ritardatari”, ma aggiunge scherzosamente il cardinale: “se uno arriva tardi è meglio fare un'altra messa… l’Eucaristia ha validità, ma si faranno i conti con Gesù…”.

In queste situazioni, è importante che il cristiano non si faccia giudice del proprio prossimo, ma è consigliabile aiutare gli altri affinché migliorino. Noi non saremmo mai buoni giudici: il nostro giudice è uno e si trova nella patria del cielo.

Dopo la parentesi sui “ritardi” e sui “giudici”, il cardinale continua il suo discorso sulla missionarietà dell’Eucaristia. Nella comunità, rilevante è la partecipazione attiva, che non significa attivismo, ma atti interiori rivolti a Cristo. Dopo aver seguito la liturgia, le letture e fatto silenzio dentro di noi, il culmine è ricevere Gesù nella comunione. In questo momento, l’Eucaristia ci manda in missione.

Il cristiano non è “isolato” alla propria comunità parrocchiale, ma può e deve essere un buon cittadino: contribuendo allo sviluppo sociale, promuovendo la vita sulla terra, anche se, come figli di Dio, abbiamo la promessa di una vita nuova dopo la morte.

Il cristiano deve dare l’esempio innanzitutto nella propria comunità domestica e deve farsi sostenitore della famiglia fondata sul matrimonio.

In questa società è urgente, più che mai, la testimonianza. Ognuno si deve impegnare a capire in cosa si può rendere utile per la Chiesa, e per la causa del Vangelo. Ma attenzione: “noi non dobbiamo imporre, ma proporre.

A questo punto occorre una precisazione: alla fine della celebrazione, la dicitura del messale è: “la messa è finita, andate in pace”. I vescovi chiesero di modificare tale dicitura: dire la messa è finita potrebbe essere mal interpretato dai fedeli. Spesso nelle nostre chiese infatti sentiamo:
“Annunciate il Vangelo e andate in Pace”
“Andate in Pace”
“La gioia del Signore sia la nostra forza. Andate in pace.”
“Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace.”
“Nel nome del Signore, andate in pace.”

In questo modo l’assemblea capisce che chi lascia la Chiesa, la lascia per iniziare una missione. Ognuno di noi deve sentire una vocazione di apostolato: non ci sono spettatori nella Chiesa ognuno ha un ruolo e può fare qualcosa.

Non si è cristiani solo di domenica!

Altra bellissima frase del cardinale Arinze: “Chi ama parla volentieri dell’amato.” Il cristiano non deve avere paura di testimoniare il Vangelo. Se interiormente amiamo veramente il Cristo, non possiamo avere paura. L’abbondanza dei suoi doni è tale che nulla ci può spaventare. Prima di andare verso il Padre, Gesù si è spogliato di tutto e lo ha donato: il suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia, lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste, la sua Parola testimoniata e tramandata dagli apostoli.

Un Eucaristia che non provoca amore è inutile.

L’Eucaristia ti dona la forza di riconoscere Cristo nei poveri; assistere ed essere solidale con chi ne ha bisogno.
Ricordiamo che quello che facciamo ai più piccoli lo facciamo a Gesù.
Come non rispettare quindi le persone e la natura, entrambe opere di Dio Padre?

L’Eucaristia è eredità di Gesù Cristo. Tale eredità deve essere ben custodita dai laici cristiani e dai sacerdoti. Durante la Messa il sacerdote diventa strumento nelle mani di Cristo, e infatti nella consacrazione parla in prima persona: il suo carisma influisce notevolmente sulla celebrazione.

Il Signore è risorto! E' veramente risorto. Alleluia Alleluia

domenica 5 aprile 2009

"Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio Vivente" (1 Tm 4, 10)

Riflessione sugli interventi alla XXIV GMG Diocesana di Modena - 4 Aprile 2009

Il tema della serata è la speranza. La speranza di cui i giovani cristiani devono farsi portatori in un mondo spesso tormentato dalla paura.
Per superare la paura, la speranza è essenziale.
Diamo maggiore spazio alla speranza ed eliminiamo l'indifferenza.

"Essere indifferenti a Dio è come essere indifferenti all'aria che respiriamo" dice don Carlo. E' la frase che più mi ha colpito. Come si fa a rimanere indifferenti e immobili di fronte al sacrificio del Figlio di Dio per la salvezza dell'uomo. Che grande dono è la Pasqua! La Pasqua ci dona speranza. Gesù ha trasformato la croce da simbolo di tortura, oppressione e umiliazione, in segno di gloria eterna, di vittoria della vita sulla morte.

Tra le tante paure dei giovani, vi sono la paura di Dio e la paura di vivere il Vangelo fino in fondo. Questa paura genera innanzitutto indifferenza quando il problema non ci tocca: "Io non ho nulla contro Dio". Di conseguenza quando la voce della Chiesa si fa sentire sui temi etici, questa indifferenza si tramuta in ostilità.
Abbiamo paura di un Dio che ci ruba qualcosa di questo mondo che vogliamo vivere. La paura che le "regole" ci blocchino, ci isolino in questa società.
Ma Dio è l'unico che ci da quello che ci serve veramente.

Quante volte ci accostiamo all'Eucaristia per abitudine: così facendo perdiamo la necessaria "fame" di comunione. Perdiamo la straordinarietà del mistero eucaristico che ogni domenica si celebra. Ragazzi, sveglia! Sull'altare il pane e il vino, diventano il corpo e il sangue di Gesù: questo sì che è straordinario.

Ecco, la speranza ci da la possibilità di stupirci ogni volta a tutto questo.
La speranza ci fa accorgere di quali siano le nostre vere necessità, che solo Dio in persona ci può dare.

San Paolo dice ai Romani (1 Rm 15, 13): "Il Dio della Speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perchè abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo".
Per Paolo la speranza non è un ideale o un sentimento ma una persona viva: Gesù Cristo il figlio di Dio (riff. Messaggio Benedetto XVI per la XXIV GMG)

Il pane del cielo il mondo non lo può dare.
Il vero perdono il mondo non lo può dare.
L'amore di Dio il mondo non lo può dare.

"Fate il bene e puntate sempre al bene". Ognuno di noi non deve cercare la propria verità, riadattare il Vangelo alle proprie esigenze. In questo modo persino il "male" può diventare "bene" se lo si considera una verità. I discepoli di Gesù di oggi sanno qual è la sorgente del "bene": Eucaristia e Vangelo.

"Non siate causa di sofferenza per gli altri e per voi stessi" aggiunge Don Carlo.
Sì, il cristiano è testimone di un amore immenso, quindi come può essere portatore di indifferenza e di tristezza.
Il cristiano deve essere il primo a portare gioia al prossimo.
Il cristiano trae forza dall'amore dell'Eucaristia, per donarlo agli altri.
Che bello vedere gli altri che gioiscono grazie alle nostre azioni!

Tuttavia anche il cristiano sbaglia: la sua natura di uomo lo porta a sbagliare.
Il credente però ha la speranza di essere perdonato nella Riconciliazione: speranza che si tramuta in certezza, grazie al sacrificio pasquale di Gesù.