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martedì 8 settembre 2026

L'arte della buona battaglia (2) di Fabio Rosini

La gola: la schiavitù del piacere e la perdita della libertà

La gola non riguarda soltanto il cibo, ma ogni forma di ingordigia e di desiderio insaziabile. È l'atteggiamento di chi vive inseguendo soddisfazioni immediate, compensazioni e piaceri che producono assuefazione e dipendenza. Tutto ciò che crea schiavitù rende la persona più infantile e meno libera.

Chi vive dominato dalla gola finisce per dipendere dal piacere: non si nutre più per vivere, ma vive per nutrirsi; non utilizza le cose per il proprio bene, ma vive per goderne. In questo modo un piacere particolare viene assolutizzato e la vita stessa viene banalizzata. La società contemporanea, spesso sazia, comoda e tranquilla, rischia di vivere soltanto per l'istante presente, dimenticando l'eternità.

La gola è spesso una fuga dal dolore. Tuttavia, il piacere alienante mantiene la persona in una condizione infantile, mentre il dolore reale può diventare il luogo della crescita, della maturazione e dell'incontro con la verità di sé. Siamo nati per la luce e per l'amore: chi è dominato dalla voracità non può amare davvero, perché è continuamente impegnato a nutrire se stesso e non è capace di nutrire gli altri.

In opposizione alla gola la tradizione cristiana propone il dominio di sé, cioè la capacità di governare la propria persona. In quest'ottica il digiuno non è una frustrazione né un rifiuto del cibo, ma un orientamento verso un bene più grande. È uno spazio creato per Dio. È il bene, con la sua gioia, che ci libera dal male.

Il cibo non deve diventare una droga ma una cura, qualcosa che permetta di rimanere vigili e lucidi. Gesù stesso, sulla croce, rifiutò ciò che avrebbe potuto stordirlo. Allo stesso modo non possiamo entrare nella preghiera in uno stato di alterazione: occorre fare spazio a Dio attraverso una rinuncia, un'astinenza che renda possibile un'apertura più profonda. In questo senso il digiuno è sempre necessario per amare.

La lussuria: quando il desiderio perde il suo significato

La lussuria è una forma di voracità che schiavizza e infantilizza. È figlia della gola e della superbia. L'energia sessuale è una forza potentissima, strettamente legata alla vita, e proprio per questo occorre comprendere il significato del corpo e la sua missione.

Il termine greco porneia richiama la prostituzione e la profanazione del corpo: una sessualità vissuta come dipendenza e come peccato contro il significato stesso del corpo. San Giovanni Paolo II, nella sua "Teologia del corpo", ha insegnato che il corpo possiede un linguaggio che può essere autentico oppure menzognero.

Dio ha posto la gioia dell'orgasmo nell'atto da cui nasce la vita. La sessualità è quindi qualcosa di profondamente buono. Tuttavia la lussuria, come suggerisce la stessa radice della parola "lusso", consiste nell'eccesso: ciò che non è essenziale prende il posto dell'essenziale. La sessualità si riduce così a semplice genitalità, diventa superficiale, e la persona si trasforma in un predatore che usa l'altro per soddisfare se stesso.

Molto spesso si utilizza il piacere per sfuggire a una frustrazione reale. Tuttavia la ferita rimane e, se non viene affrontata, può portare alla degenerazione e all'autodistruzione. Nella sessualità il virus della superbia si manifesta come desiderio di possesso e autoaffermazione.

L'uomo tende biologicamente a catturare e possedere l'oggetto del desiderio, con il rischio di scivolare verso il dominio e la violenza; la donna può essere tentata di conquistare l'attenzione e il cuore dell'altro per esercitare un controllo. Esiste però una strada sana: quella della relazione, del dialogo e della conoscenza reciproca.

Quando l'uomo non accetta il proprio limite e la propria fragilità, vive perennemente sull'orlo dell'abisso e cerca continue rassicurazioni. Da qui derivano spesso la ricerca compulsiva del piacere, la gola e la lussuria.

In opposizione alla lussuria troviamo la purezza della mente e del cuore. Ogni corpo è una persona, con una storia, una sensibilità, un'attesa. Ogni persona merita di essere curata, ascoltata, compresa e amata. Ciascuno custodisce tesori e bellezza che devono essere valorizzati.

La lussuria trasforma il corpo in un bene di consumo; dove c'è consumo non c'è vero amore. Amare significa decentrarsi da sé per cercare il bene dell'altro. La vera soddisfazione nasce quando si ama realmente. Un bene duraturo rende felici, mentre chi non ama resta inevitabilmente frustrato.

La risposta cristiana alla lussuria è la castità, che non è negazione della sessualità né semplice astinenza. Casto è colui che governa il proprio cuore ed è padrone di sé. Siamo chiamati a custodire la dignità della persona e a vivere con sapienza il desiderio.

Il limite è necessario alla vita. La mancanza di punti di riferimento, di maestri e di padri spirituali genera confusione. Uno degli inganni del Novecento è stato quello di sostenere che la sessualità non debba avere confini. In realtà la forza disordinata della lussuria non si vince soltanto con la volontà, ma soprattutto mediante la grazia.

Come il digiuno serve per mangiare meglio, così la castità serve per amare meglio. Essa porta maturazione, prudenza, moderazione e una mente limpida. Uomo e donna sono chiamati alla sponsalità, cioè al dono reciproco di sé.

La castità libera dalla schiavitù dei pensieri e nasce dalla profondità dello spirito. Significa imparare a pensare secondo Cristo. Il cuore della fede cristiana è questo: il Figlio di Dio è morto per me ed è risorto per me. Ho cose grandi e belle da compiere e non posso sprecare il mio tempo in ciò che mi degrada. C'è sempre speranza, perché il Padre non abbandona mai i suoi figli. Le passioni si governano attraverso una quotidiana obbedienza al bene.

L'avarizia: quando il possesso prende il posto dell'essere

L'avarizia è l'estensione dell'ego sugli oggetti. È il piacere del possesso e dell'accumulo. L'avaro fatica a decidere perché teme di perdere qualcosa; considera ogni perdita una tragedia e finisce per vivere una vita mediocre, rinunciando alla pace interiore.

Per il denaro e per i beni materiali si litiga, si diventa ipocriti, si scivola nella disonestà e nella ricerca di scorciatoie vantaggiose. L'essere viene sostituito dall'avere. In realtà ci serve molto meno di quanto immaginiamo.

Il contrario dell'amore non è soltanto l'odio, ma anche il possesso, che porta all'indifferenza e alla chiusura del cuore. Molti conflitti e molte guerre hanno alla loro origine motivazioni economiche. 

«Avendo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo» (1Tm 6,8-10).

L'avidità si manifesta nei bisogni artificiali, nella continua ricerca di oggetti nuovi, nella dipendenza dai marchi e dalla tecnologia. È l'inganno della falsa necessità.

L'avaro vive nell'ansia. Ha paura di perdere ciò che possiede e giustifica l'accumulo come difesa contro una futura povertà. In questo senso è incapace di affidarsi alla Provvidenza. L'avarizia appare ragionevole, ma in realtà distrugge la capacità di accontentarsi e di vivere serenamente.

Ciò che si accumula diventa un idolo. Paradossalmente è la ricchezza a possedere l'uomo e non il contrario. Si lavora per le cose, ma non le si gode mai veramente. Nulla basta, nulla soddisfa. Ovunque si vedono sprechi, nemici e rischi di perdita. Così si perde la gioia.

In opposizione all'avarizia troviamo il distacco, la donazione e l'elemosina. I vizi muoiono quando vengono privati del nutrimento che li sostiene. Non si può amare veramente se si è attaccati a qualcosa, perché quell'oggetto diventa la priorità nascosta di ogni scelta.

Abramo dovette lasciare tutto per arrivare alla Terra Promessa. Allo stesso modo, chi segue il Signore è chiamato a lasciare tutto ciò che lo rende schiavo.

«Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21).

Gesù invita a diventare ricchi della vera ricchezza. Nessuno può rubare l'amore che abbiamo donato. I beni che non siamo capaci di condividere, in realtà, possiedono noi. Le uniche cose che davvero ci appartengono sono quelle dalle quali siamo liberi e che possiamo offrire agli altri.

Vivere in modo essenziale non significa rinunciare, ma liberarsi. Il distacco permette di accumulare tesori nel cielo e di fare esperienza della Provvidenza. Siamo creature povere, limitate e fragili: accettare questa realtà sconfigge il demone dell'avarizia.

La libertà dai beni apre alla gratitudine e la gratitudine rende ricchi. Senza una concreta povertà evangelica è impossibile vivere pienamente il Vangelo. Chi non è attaccato alle cose non è ricattabile ed è veramente libero.

La vita non cambia grazie alla ricchezza, ma grazie alla conversione del cuore. Quando ci affidiamo a Dio tutto assume una prospettiva diversa: il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno. La povertà evangelica protegge la nostra libertà dagli attaccamenti.

L'ira: dalla ferita alla misericordia

L'ira è un vizio particolarmente pericoloso e distruttivo. Le sue conseguenze possono essere devastanti. Mosè stesso perse l'ingresso nella Terra Promessa a causa di uno scatto d'ira (Dt 32,48-50).

L'ira può nascere anche da motivazioni apparentemente giuste, ma quando autorizza aggressività e violenza diventa una forza devastante. Talvolta può essere utilizzata come energia per reagire al male o per uscire da un vizio; tuttavia, se non viene governata, si trasforma facilmente in odio.

Spesso dietro l'ira si nasconde la tristezza. Chi è schiavo dei propri stati d'animo vive in una condizione di immaturità. Quando l'ira viene trattenuta, diventa rancore, desiderio di vendetta e calcolo freddo. Nasce spesso da una frustrazione, da un bene non ottenuto o da un piacere negato, reale oppure immaginario.

«Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26-27).

L'ira è preparata dalla tristezza, che nasce dall'illusione di poter possedere, fare e avere tutto. L'insoddisfazione alimenta pensieri negativi, come accadde a Caino. Anche senza uccidere fisicamente, possiamo diventare assassini nel cuore attraverso il disprezzo.

Per questo occorre vigilare sulle realtà che non riusciamo ad accettare e imparare ad affidarle a Dio. Spesso ricordiamo i torti subiti e dimentichiamo quelli commessi, ricordiamo le mancanze altrui e dimentichiamo le grazie ricevute.

«Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36-38).

Il peccato è un problema della vita, mentre la grazia è l'amore di Dio che guarisce la vita. Il peccato rende ciechi e conduce alla solitudine. La risposta di Gesù è la misericordia. Se Dio applicasse verso di noi il nostro stesso metro di giudizio, nessuno potrebbe salvarsi.

La misericordia libera dal vittimismo, dal giustizialismo e dal desiderio di vendetta. La vera giustizia appartiene a Dio e non all'uomo. Quando si accoglie l'offesa con pazienza e si sopporta l'ingiustizia senza lasciarsi dominare dall'odio, si entra nell'esperienza della misericordia e si conosce realmente l'amore.

In opposizione all'ira troviamo la magnanimità.

«Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5).

Il mite non risponde alla violenza con altra violenza. Non combatte per dominare questa terra, ma per ottenere una patria migliore. La magnanimità orienta verso i beni grandi e permette di rinunciare a una battaglia immediata per vincere la guerra più importante: quella delle relazioni e della comunione.

San Paolo parla della "buona battaglia" della fede:

«Questo è l'ordine che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie già fatte su di te, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia» 1Tm 1,18
«Combatti la buona battaglia della fede» 1Tm 6,12
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» 2Tm 4,7

San Filippo Neri insegnava che il dono dello Spirito Santo che si oppone all'ira è la pietà, cioè il ricordo costante di come Dio ci ama. Chi perdona guarisce dal male ricevuto. L'ira si combatte attraverso la gratitudine e la memoria dei doni ricevuti.

Perdonare è difficile, ma non basta un ragionamento mentale: è un'opera del cuore sostenuta dalla grazia. Comprendere le motivazioni altrui aiuta, ma ciò che serve davvero è una relazione autentica con il Dio di Gesù Cristo.

Dio è capace di trarre vita dalla morte. Dal più grande dei peccati dell'umanità, l'uccisione del Figlio di Dio, ha ricavato la nostra redenzione. Questo significa che può trarre un bene anche dalle ferite della nostra vita.

Non dobbiamo giustificare il male, ma consegnarlo a Dio. È necessario lasciare che le ferite ci rendano poveri e aperti alla sua misericordia. Anche quando non ci sentiamo capaci di perdonare, possiamo credere che Dio sappia trasformare il male in bene.

L'ira nasce da una ferita, ma soltanto chi perdona guarisce. La vendetta, invece, mantiene un legame di schiavitù con chi ci ha fatto del male. La via cristiana consiste nel benedire chi maledice, affidare a Dio la giustizia e vivere nella libertà della misericordia.



lunedì 7 settembre 2026

L'arte della buona battaglia (1) di Fabio Rosini

Il riferimento principale di questa riflessione è Evagrio Pontico, monaco del deserto del IV secolo, che ha tramandato importanti riflessioni sugli otto pensieri malvagi, detti loghismoi, considerati le radici delle tentazioni e delle schiavitù interiori dell'uomo.

Galati 5,1

«Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.»

Partendo dal richiamo di San Paolo, il tema centrale è la libertà cristiana e la lotta contro le tentazioni e i pensieri malvagi. Questi pensieri si insinuano nella mente e operano un inganno interiore. Dietro tale inganno vi è l'azione del nemico, identificato nella tradizione cristiana con Satana. L'opera del male si manifesta attraverso tentazioni e suggestioni che imprigionano ragionamenti e sentimenti in percorsi distruttivi.

Per questo motivo è fondamentale imparare a riconoscere i propri vizi e le proprie schiavitù interiori. Il vizio nasce dalla ripetizione di un'azione negativa che, nel tempo, diventa un'abitudine radicata. Tuttavia, non basta il solo sforzo personale per liberarsene: è necessario un vero cammino di conversione e, soprattutto, è necessaria l'opera di Cristo. Non si tratta semplicemente di "fare i buoni", ma di lasciarsi trasformare dal Bene.

La sorgente del male si trova anzitutto nei pensieri. Essi possono diventare come "demoni interiori", generando impulsi ingiusti e disordinati. La domanda fondamentale diventa allora: come liberarsene? Come entrare nella vita del Liberatore, che è Gesù Cristo? Lo scopo non è soltanto evitare il male, ma imparare a vivere bene e a custodire il proprio cuore.

La battaglia spirituale si combatte proprio nel cuore dell'uomo, creato per il dialogo con Dio. Lo Spirito Santo visita la profondità del nostro essere attraverso ispirazioni, intuizioni, consolazioni, correzioni ed esortazioni. Tutto ciò che Dio dona attraverso il suo Spirito rispetta sempre la libertà della persona.

Dio agisce nel cuore con percorsi di pace e di amore, ma talvolta anche mediante situazioni di contraddizione che aiutano a prendere coscienza dei propri errori. Secondo questa visione esistono tre tipi di pensieri: angelici, umani e diabolici.

I pensieri angelici, che possono essere ricondotti all'azione dello Spirito Santo, portano luce, guardano al fine delle cose, sono lineari, costruttivi e propositivi. Lo Spirito Santo opera infatti con semplicità e chiarezza.

I pensieri umani appartengono invece alla normale attività della nostra mente e della nostra sensibilità.

I pensieri diabolici, al contrario, sono dominati dall'emotività, dalla passione disordinata, dal freddo individualismo e dalla volontà di possesso. Mentre i santi, come Francesco d'Assisi, invitano alla libertà dal possesso, questi pensieri conducono a una relazione centrata sull'ego. La loro forza principale è la paura. Il loro stile consiste nell'assolutizzare o banalizzare la realtà, deformandola.

Solo la grazia divina può condurci fuori dalla nostra confusione interiore. La persona umana è composta da tre dimensioni fondamentali: il corpo, l'anima e lo spirito. Il corpo rappresenta la nostra interfaccia con la realtà e il mondo delle percezioni. L'anima è la sfera psicologica, composta da pensieri e sentimenti. Lo spirito è la dimensione più profonda dell'essere umano, il cuore, il luogo del contatto con l'invisibile e con Dio.

Il tentatore cerca di allontanare l'uomo proprio da questo centro, dal suo cuore e dalla sua identità più autentica. La vera sfida è diventare pienamente se stessi, e questo è possibile soltanto in Cristo. Nel cuore risiede la verità dell'uomo, chiamato a ritornare a Dio con pensieri e sentimenti redenti e armonizzati. Quando corpo, anima e spirito sono disordinati o in conflitto tra loro, generano malessere e infelicità.

Sia Dio sia il maligno non possono agire senza la nostra adesione. Le proposte del maligno sono sempre ingannevoli, perché il male non potrà mai essere la strada per raggiungere il bene.

Tra gli atteggiamenti che favoriscono l'inganno spirituale ve ne sono diversi.

Il primo è la superficialità e la negligenza: reagire senza riflettere, vivere nell'ansia e nella fretta, rifiutare la profondità e non voler mettere in discussione se stessi.

Il secondo è l'omissione interiore, ovvero l'oblio del bene. Si trascurano gli aspetti più importanti della vita fino a generare un vuoto interiore. Si osserva la realtà da una sola prospettiva, dimenticando che le mezze verità sono spesso forme di menzogna. Si ragiona per etichette e ci si separa dagli altri. Senza la carità, infatti, tutto perde valore.

Il terzo atteggiamento consiste nell'illusione prodotta dalle immagini, dalle rappresentazioni e dalle proiezioni mentali. Molte tentazioni nascono proprio dall'immaginazione. Ferite irrisolte o desideri disordinati possono trasformarsi in idolatria e allontanare dalla realtà. Occorre quindi diffidare delle proprie impressioni quando pretendono di sostituirsi alla verità.

Il quarto è la contaminazione dei pensieri. Non è possibile unire autenticamente amore e menzogna. Bisogna imparare a chiudere la porta ai pensieri dannosi e intraprendere una purificazione del cuore che dura per tutta la vita.

Un principio importante di questa spiritualità è che le cose di Dio non devono essere difese con ansia, perché si difendono da sole.

Efesini 6,11

«Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo.»

La buona volontà da sola non basta. L'uomo ha bisogno di un aiuto esterno: Dio, i fratelli nella fede, i sacramenti, la Sacra Scrittura e tutti gli strumenti che il Signore mette a disposizione per la liberazione. Cristo ha già vinto il nemico e ha aperto una via d'uscita.

Per questo vengono suggeriti alcuni strumenti concreti:

  1. Pregare quotidianamente, mattina e sera, attraverso il dialogo con Dio, la lettura della Parola, del Vangelo, dei Salmi e della Liturgia delle Ore. Una delle strategie del demonio è impedire il dialogo con Dio.

  2. Analizzare i propri pensieri, osservandoli e ripetendoli interiormente per comprenderne il contenuto reale.

  3. Interrogare i propri pensieri, chiedendosi da dove provengano e dove conducano. Vengono dallo Spirito Santo o dal nemico? Quali conseguenze avranno?

  4. Lasciare passare del tempo. I pensieri dannosi spesso svaniscono da soli. Dio non ha fretta; il demonio sì.

  5. Confrontarsi con altri, come una guida spirituale, un confessore o un amico cristiano maturo, per camminare nella verità e nella misericordia.

La luce e la tenebra

Per comprendere gli otto pensieri malvagi è necessario distinguere tra luce e tenebra.

La luce è la grazia. È il dono gratuito dell'esistenza. Siamo stati creati perché amati e orientati alla felicità. Quando tradiamo questa vocazione, cadiamo nel peccato. Una seconda grande grazia è il perdono, reso possibile da Gesù Cristo, venuto per salvarci. Sapere di essere amati genera gratitudine, cioè la percezione dell'abbondanza del dono ricevuto.

La tenebra nasce invece dalla paura: paura dell'abbandono, della solitudine e dell'ignoto. Da questa paura nasce il primo pensiero malvagio, la filautia, ossia l'amore disordinato di sé, con l'ego posto al centro di tutto. Da essa derivano avidità, vanità, disprezzo degli altri ed esaltazione di sé.

Le tre categorie delle tentazioni

Gli otto pensieri possono essere raggruppati in tre grandi categorie.

1. Passioni somatiche

Comprendono gola, lussuria e avarizia. Sono legate al corpo, alla ricerca del piacere, del comfort e della sicurezza materiale. Gli impulsi fisici, come il bisogno di nutrirsi o la sessualità, sono buoni e naturali, ma possono degenerare in dipendenze e perversioni. Le virtù che li contrastano sono la sobrietà, la fedeltà e la generosità.

2. Passioni psichiche

Comprendono l'ira, l'accidia e la tristezza. Sono collegate alla vulnerabilità emotiva e al modo in cui interpretiamo percezioni, emozioni e sentimenti. La memoria della misericordia di Dio permette alla ragione e al cuore di maturare, accogliendo la fatica necessaria per il bene e giungendo alla gioia autentica.

3. Passioni spirituali

Comprendono vanagloria, invidia, competizione e superbia. Esse generano un falso sé centrato sull'autoaffermazione. Sono le passioni più difficili da vincere e richiedono la pratica dell'umiltà, della libertà interiore e della gioia per il bene altrui.

Tutti questi vizi abitano, in misura diversa, il cuore di ogni persona. Tuttavia, quando la propria povertà viene presentata a Dio, diventa possibile ricevere perdono e vivere nella pace, senza sentirsi migliori degli altri.

Le tentazioni di Gesù e gli otto loghismoi

Nei capitoli 4 di Matteo e Luca troviamo il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto.

La prima tentazione riguarda il cibo e richiama la gola.

La seconda riguarda il possesso e il potere: "Tutto questo sarà tuo". Qui entrano in gioco avarizia, desiderio di dominio e superbia.

Alla radice vi è sempre la filautia, l'amore disordinato del proprio io.

Le passioni fondamentali possono essere contrastate attraverso le classiche pratiche cristiane del digiuno, della preghiera e dell'elemosina.

Gli otto loghismoi individuati da Evagrio Pontico sono:

  • gola;

  • fornicazione;

  • avarizia;

  • tristezza;

  • ira;

  • accidia;

  • vanagloria;

  • orgoglio.

Questi pensieri non sono prodotti dall'anima, ma vengono subiti come suggestioni. Non siamo identificabili con i nostri peccati né con le nostre tentazioni. Esiste il "padre della menzogna", ma l'uomo è stato creato da Dio per il bene e orientato al bene, pur portando in sé la fragilità del peccato.

I pensieri che provengono dallo Spirito Santo sono invece autentiche ispirazioni: nascono dal profondo, rispettano la libertà e invitano alla fiducia e all'abbandono in Dio. Più vengono accolti, più diventano fecondi.

La via cristiana non consiste nel negare i pensieri o gli appetiti naturali, ma nel governarli. Negare la natura umana sarebbe disumano; occorre invece sottrarre forza alle passioni disordinate e restare radicati nella realtà. Non bisogna mai identificarsi con le proprie emozioni. L'umiltà rimane il rimedio essenziale contro vanagloria, invidia, superbia e orgoglio, permettendo all'uomo di vivere nella verità e nella libertà dei figli di Dio.



domenica 6 settembre 2026

Lettera ai Cresimandi. Chiamati a vivere pienamente.

Giosuè e Benedetta,

 

Figli nostri, siete vicini al sacramento della Cresima e con questa lettera vorrei farvi capire chi è lo Spirito Santo attraverso la storia di Gesù. Pensare a Gesù può essere relativamente facile: è vissuto duemila anni fa, è stato una persona vera, ha camminato, parlato, incontrato uomini e donne, ha guarito, perdonato, insegnato ed è morto sulla croce.

 

Più difficile è pensare allo Spirito Santo, perché non lo vediamo e non ha sembianze umane. Eppure la Chiesa ci insegna che lo Spirito Santo non è una forza invisibile o un fantasma. È una Persona della Trinità, insieme al Padre e al Figlio. È Dio stesso che vive e agisce in noi. Per comprendere questo mistero possiamo partire proprio da Gesù.


venerdì 4 settembre 2026

LA PREGHIERA PER LA BUONA BATTAGLIA SPIRITUALE di Fabio Rosini


Abbi misericordia, o Signore,
della mia gola e delle mie voracità,
e concedimi il governo di me stesso.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia lussuria,
e donami un pensiero limpido e sano.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia avarizia,
e donami distacco dalle cose.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia ira,
e donami la tua stessa misericordia.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia tristezza,
e donami gratitudine.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia accidia,
e donami di essere costante nel bene.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia vanagloria che è invidia,
e donami comunione con i fratelli e le sorelle.

Abbi misericordia, o Signore,
della mia superbia e del mio orgoglio,
e donami l'umiltà, che è la verità.

Fra questi doni, soprattutto, donami l'umiltà della misericordia, perché da ogni mio peccato impari ad usare la tua pazienza e la tua tenerezza verso i fratelli e le sorelle.

Se, infatti, non mi apro ad aver misericordia, come chiederti misericordia?
Se non ho amore,
a che serve vincere i pensieri maligni?

Amen.

domenica 30 agosto 2026

Sant’Agostino: fede, amore e inquietudine del cuore

Sant’Agostino d’Ippona (354–430) è una delle figure più importanti della tradizione cristiana occidentale. Filosofo, teologo e vescovo, ha lasciato nelle sue opere riflessioni di straordinaria attualità sull’amore, sulla fede, sulla libertà, sul male e sulla ricerca di Dio.

Le sue parole continuano a parlare all’uomo di oggi perché affrontano domande profondamente umane: che cosa desideriamo davvero? Dove trovare la pace? Come attraversare le difficoltà della vita? E, soprattutto, che cosa significa cercare Dio?

mercoledì 26 agosto 2026

Donum Vitae. IL RISPETTO DELLA VITA UMANA NASCENTE E LA DIGNITÀ DELLA PROCREAZIONE.


1987. La Congregazione per la Dottrina della Fede, sollecitata da vescovi, teologi, medici e scienziati, affronta le questioni morali nate dallo sviluppo delle tecniche biomediche capaci di intervenire sull'inizio della vita umana e sulla procreazione. L'Istruzione non vuole ripetere l'intero insegnamento della Chiesa, ma offrire criteri per valutare le principali tecniche alla luce della dignità della persona, della vita nascente e del matrimonio.

Il documento si articola in tre parti: una riflessione introduttiva sui principi antropologici e morali; una prima parte dedicata al rispetto dell'embrione; una seconda sugli interventi tecnici nella procreazione; una terza sul rapporto tra morale e legge civile.

Parole sull'aborto

«Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.»

Giuramento antico di Ippocrate [Fonte: Giuramento di Ippocrate – Ordine dei Medici di Napoli] https://www.ordinemedicinapoli.it/1142-giuramento-di-ippocrate.php)

domenica 9 agosto 2026

Il padre e la madre, secondo Roberto Marchesini

Mentre la figura materna rappresenta la protezione incondizionata, il rifugio e la cura per la vita, quella paterna assume la complessa responsabilità di introdurre il senso del limite, del dovere e del sacrificio. Il testo invita a riflettere su come l'assenza di confini e di uno scopo profondo possa rendere i giovani fragili e impreparati ad affrontare il fallimento, il rifiuto e le sfide dell'esistenza.

Roberto Marchesini sulla figura del padre e della madre:

«Il padre – come ha scritto Sigmund Freud (1856-1939), il padre della psicoanalisi – è colui che pone un limite; la madre eliminerebbe ogni ostacolo sulla strada del figlio; il padre testimonia che c'è qualcosa di più importante di sé, per la madre nulla è più importante del figlio; il padre insegna a soffrire, la madre prenderebbe su di sé ogni infelicità del figlio; il padre educa a pagare, la madre vorrebbe estinguere con la vita ogni debito del figlio; il padre ricorda la rinuncia, la madre sogna che al figlio venga risparmiata ogni privazione; per la madre la vita del figlio è sacra, per il padre la vita va resa sacra (sacrificata) per gli altri, o per qualcosa di ancora più sacro; la madre dà la vita, il padre ha il compito sgradevole ma necessario di ripetere “memento mori”, ricordati che devi morire. La madre insegna a vivere; il padre insegna a morire, dopo aver dato uno scopo alla propria vita e quindi essere vissuti con onore.
Se non c'è nulla per cui valga la pena di spendere la vita, questo è ciò che vale la vita: nulla. Quanti giovani muoiono letteralmente per il nulla, ossia dopo una serata di vuoto divertimento? Quanti, dei suicidi dei nostri adolescenti e giovani sono la reazione di chi non sa come comportarsi di fronte a un fallimento? Quanti omicidi di giovani donne sono causati da un “no” detto a chi non ne aveva mai sentito uno, e che pensava che ogni suo desiderio fosse un ordine per gli altri?»



sabato 8 agosto 2026

Il ruolo dello Spirito Santo nel discernimento

Nel percorso di rinascita proposto da Fabio Rosini, lo Spirito Santo si rivela come protagonista e motore del discernimento spirituale. È la presenza intima di Dio che si accosta alla nostra storia fin dall'inizio: come nell'origine della creazione Egli «aleggiava» e «covava» l'abisso per preparare l'irrompere della vita, così oggi scende nella nostra polvere, nel nostro caos e nelle nostre miserie per condurci verso una nuova risurrezione.

Il ruolo dello Spirito nel discernimento si manifesta anzitutto nell’ispirazione, ossia quel movimento interiore che parla al cuore e allo spirito dell'uomo per dischiudere possibilità reali di bene. A differenza delle suggestioni del maligno — che nascono dalla paura, impongono un'urgenza ansiosa e spingono a un'aggressiva affermazione di sé —, l'azione dello Spirito Santo rispetta profondamente la libertà umana: propone, ma non impone mai, poiché la sua logica è puramente l'amore. Lo Spirito unisce una delicata dolcezza a una sapienza acutissima, conducendo la persona a una serenità profonda, limpida e solare, che resiste al vaglio del tempo e spinge sempre verso la comunione con gli altri.

Nel discernere la propria vita, lo Spirito Santo agisce come una guida che corregge e consola. È Lui che ci aiuta ad aprire il cuore al Padre della misericordia, liberandoci dalle immagini distorte di Dio e permettendoci di scoprire la nostra identità più autentica: quella di persone create a immagine di Dio, fatte per amare e servire. Quando il fedele si ferma nella preghiera, invoca lo Spirito per esaminare i propri pensieri e accoglie la Parola, lo Spirito disinnesca le trappole dell'autoreferenzialità e dell'ipocrisia, trasformando persino i limiti, i "no" e le amari umiliazioni della vita in occasioni di grazia.

Lo Spirito Santo guida l'uomo lungo un movimento pasquale: lo porta a rompere con le false priorità e i pensieri distruttivi per condurlo verso la vera meta del discernimento, che è la fecondità. Sotto la sua azione, il credente smette di rincorrere un'esistenza idealizzata e scopre la gioia di dimenticare se stesso per donarsi, diventando capace di generare vita, cura e bellezza per il prossimo.