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mercoledì 29 aprile 2026

Adolescenza: non è una malattia, è una primavera (anche se fa paura) Osvaldo Poli

Parlare bene dell’adolescenza non è facile. Soprattutto se la si guarda dal suo lato più faticoso, quello che molti genitori conoscono fin troppo bene. Perché diciamolo: l’adolescenza, nell’immaginario comune, è quasi una fase da “sopravvivere”. Una specie di tassa inevitabile da pagare.

Quante volte si sente dire: “Speriamo passi in fretta e lasci pochi danni.”
E quando qualcuno confessa: “Ho un figlio adolescente”, spesso riceve reazioni che assomigliano più a condoglianze che a incoraggiamenti.

In fondo, molti genitori sognerebbero un telecomando magico: saltare direttamente dai 14 ai 24 anni. Senza drammi, senza ribellioni, senza errori. Senza quel periodo in cui tutto sembra sfuggire di mano.

Eppure, la domanda vera è un’altra: l’adolescenza è davvero un problema?

L’adolescenza non è una malattia. No. Non lo è.

Non è necessariamente il tempo della trasgressione, né quello del disagio. Se vogliamo capirla davvero, dobbiamo usare una parola diversa: interiorizzazione del valore.

Da bambini si obbedisce per paura o per abitudine. Da adolescenti, se tutto va bene, si comincia a scegliere. Si passa dall’essere guidati dall’esterno all’essere guidati da dentro. È un passaggio enorme: significa iniziare ad agire non perché “si deve”, ma perché si ritiene giusto.

L’adolescenza, quindi, è una molla. Una spinta verso la libertà interiore.

lunedì 20 aprile 2026

Amare e comprendere significano prestare attenzione nel tempo

Guardare davvero i ragazzi. Alessandro D’Avenia prende la parola partendo da un dettaglio che quasi nessuno ha notato. In un video proiettato poco prima, mentre adulti parlavano di adolescenza, in alto a sinistra compariva una finestra: dietro, un ragazzo piegato sul banco, la testa bassa, immobile. Per tutta la scena non si rialza mai. È lì, schiacciato da un peso invisibile, mentre di lui si discute senza che nessuno lo guardi davvero.

Ecco il punto, dice D’Avenia: parliamo dei ragazzi, ma non guardiamo i loro corpi, i loro segni, ciò che ci sta chiedendo attenzione.

L’attenzione, oggi, è la materia prima dell’umano. È la vera energia della vita interiore, ma è anche la risorsa più sfruttata, trivellata fino all’esaurimento da dispositivi che competono per catturarla. Senza attenzione non c’è comprensione, non c’è amore. Perché comprendere significa prestare attenzione nel tempo, e amare è esattamente la stessa cosa: attenzione prolungata, fedele, incarnata.

mercoledì 15 aprile 2026

Patì sotto Ponzio Pilato?

C’è un momento in cui la fede smette di essere un’eredità tranquilla, quasi un’abitudine ricevuta, e diventa una questione bruciante. Non più “ci credo perché si è sempre fatto”, ma: è vero oppure no? È accaduto davvero ciò che i Vangeli raccontano?

Perché se davvero Gesù Cristo ha sofferto sotto Ponzio Pilato, se è morto davvero, se è risorto davvero, allora non siamo davanti a una narrazione edificante, ma al fatto più sconvolgente della storia. Se invece non è accaduto, allora l’onestà impone di dirlo fino in fondo: la fede si ridurrebbe a un grande racconto simbolico, forse nobile, ma non decisivo.

Quando la fede incontra la storia: tra giustizia e verità

C’è una tensione che attraversa da sempre la vita della Chiesa: come tenere insieme la fedeltà a Dio e l’impegno concreto nella storia? Come annunciare il Vangelo senza ridurlo a un’idea astratta, ma anche senza trasformarlo in un semplice progetto sociale?

È una domanda tutt’altro che teorica. Anzi, è diventata particolarmente urgente nel secondo Novecento, quando in America Latina, dentro contesti segnati da povertà e ingiustizie profonde, nasce quella che verrà chiamata “teologia della liberazione”, legata anche al lavoro di Gustavo Gutiérrez.

Il punto di partenza era forte e, in fondo, evangelico: Dio non è indifferente alla sofferenza dei poveri. Il Vangelo non può essere annunciato ignorando le condizioni concrete di chi vive nell’ingiustizia. La fede, se è vera, tocca la vita.

E su questo la Chiesa non ha mai avuto dubbi.

martedì 14 aprile 2026

Che vita voglio davvero vivere?

Ci sono momenti in cui mi sembra che il mondo stia andando troppo veloce. Tutto corre: informazioni, notizie, contenuti. L’AI amplifica tutto, l’instabilità globale aggiunge rumore al rumore. E in mezzo a questo flusso continuo, a volte mi sento irrilevante. Come se stessi perdendo il contatto con ciò che conta davvero.

Ma proprio dentro questa vertigine ho iniziato a intravedere qualcosa di diverso. Un’occasione.

Quella di fermarmi. Di fare un passo indietro dal “frullatore” e chiedermi: che vita voglio davvero vivere? Non quella che va di moda, non quella che fanno tutti. La mia.

Perché forse è proprio qui che sta la dignità più profonda: nel discernere. Nel saper dire dei no. Nel cercare una strada autentica, anche quando va controcorrente.

Ripensando al mio percorso mi accorgo che non sono mai stati i risultati a dare senso a quello che ho vissuto. Non i titoli, non i traguardi. Ma i frutti maturati nel tempo.

E alla fine, se devo essere onesto, quello che resta davvero sono poche cose, ma essenziali:

  • le relazioni vere, quelle che resistono e ti tengono in piedi;
  • un rapporto vivo con Dio, che non è abitudine o regola, ma incontro;
  • il lavoro su di me, anche quando fa male, anche quando significa accettare le mie fragilità.

Non ho ricette. Non credo esistano.

Però una cosa la sento chiara: ogni tanto bisogna fermarsi. Ascoltare davvero. Il cuore, la coscienza — quel punto profondo dove, forse, Dio parla.

Nessuno ci obbliga a vivere una vita che non è la nostra.

Scegliere la verità è rischioso. L’autenticità anche. Ma forse è proprio lì che si nasconde qualcosa di sorprendente. La possibilità — quasi scandalosa — di essere felici.

Fermati. Ascolta. Scegli. La tua vita può essere davvero tua.


sabato 4 aprile 2026

​È morto Vittorio Messori: il cronista della fede e della ragione.


La morte di Vittorio Messori, avvenuta il 3 aprile 2026 nella sua casa di Desenzano sul Garda, segna la chiusura di una stagione culturale che difficilmente troverà eredi diretti. Non si tratta soltanto della scomparsa di uno scrittore di successo o di un giornalista brillante: con lui se ne va una figura che ha incarnato – nel bene e nel male – il tentativo più sistematico, nel secondo Novecento italiano, di riportare il cristianesimo dentro il dibattito pubblico come questione razionale, storica e quindi inevitabilmente controversa.

Messori non è stato semplicemente un “apologeta”. È stato, piuttosto, un provocatore intellettuale che ha costretto credenti e non credenti a misurarsi con una domanda radicale: il cristianesimo è vero?