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lunedì 27 gennaio 2014

Il digiuno chiesto da Gesù

Appunti di catechismo. Riflessione di Mons. Ravasi sul digiuno.

È la profezia che si preoccupa di imprimere al digiuno un profilo più vitale e meno rituale, trasformandolo in un impegno di carità verso il prossimo, attuato proprio attraverso quanto non si consuma.

Emblematica è una pagina di Isaia in cui il Signore dichiara: «Questo è il digiuno che io voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo. Il digiuno consiste nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, i senza tetto, nel vestire chi vedi nudo, nel non distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (58,6-7). 

Paradossalmente il digiuno autentico e non meramente rituale dovrebbe condurci a saziare chi è digiuno per forza, a causa della povertà. Anche Cristo è piuttosto restio nell'esaltare il digiuno come osservanza sacrale, peraltro molto cara al giudaismo. 

Nel Discorso della montagna egli ammonisce: «Quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano... Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il viso, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto...» (Matteo 6,16-17). 

È per questo che Gesù non impone il digiuno come uno dei vertici della sua spiritualità, a differenza dei farisei e dei discepoli di Giovanni Battista: «Possono forse o digiunare gli invitati alle nozze  quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare» (Marco 2,19).

Il cristianesimo non è una religione dell'ascetismo esagerato, dello scrupolo maniacale, dell'esteriorità penitenziale. È, innanzitutto, fede nel Dio della salvezza, dell'amore e della gioia. Tuttavia c'è anche il tempo del digiuno: «Verranno i giorni in cui sarà tolto lo sposo e allora digiuneranno». E Gesù stesso, prima di iniziare la sua missione, era ritirato nel deserto per un lungo digiuno di cibo e parole, seguendo l'esempio di Mosè.

Elemosina, preghiera, digiuno. #Quaresima.

Appunti di catechismo (tratto da una riflessione di Mons. Monari).

In quaresima le letture ci mettono davanti tre opere di misericordia: l'elemosina, la preghiera e il digiuno; sono i grandi filoni della conversione.

- L'elemosina è la conversione nel rapporto con gli altri; quindi il renderci responsabili del bisogno dell'altro, il non far finta che il bisogno dell'altro non ci sia.

- La preghiera è il ritrovare il giusto rapporto con Dio;
il Dio della nostra vita, è il Signore e la nostra vita deve fare riferimento a Lui. La preghiera ci riconduce continuamente a questo rapporto di fede e di obbedienza nei suoi confronti.

- Il digiuno vuole dire il giusto rapporto con noi stessi: imparare a non essere schiavi di niente e di nessuno.
Il cibo è il simbolo del bisogno fondamentale della vita umana. E' naturale, abbiamo bisogno di cibo per vivere; ma il rischio è che il cibo diventi il padrone della nostra vita. In realtà ci sono delle cose alle quali facciamo fatica a rinunciare e che, se vengono meno, causano in noi una grande tristezza o depressione. Ma noi siamo più grandi delle cose, siamo più importanti di una gratificazione o soddisfazione; bisogna imparare questa libertà. E allora toccherà a ciascuno vedere dentro la sua vita quali devono essere i cammini concreti di conversione. 

Una volta si facevano i "fioretti", i propositi quaresimali; se tu ti rendi conto che hai una schiavitù, per cui non puoi fare a meno di qualche cosa di secondario, prova a farne a meno per un po'. E' un segno, non è la conquista della libertà assoluta, però è un segno della consapevolezza di libertà, del fatto che tu sei più grande delle cose, e che puoi trovare la tua gioia non nell'avere questo o quello, ma semplicemente nell'essere te stesso e nel manifestarti per quello che sei.

Ciascuno dovrà rientrare in se stesso e chiedersi, davanti al Signore, quale sia il cammino che è più giusto fare, quale sia l'impegno, possibilmente concreto, che è più giusto prendere; ma bisogna che uno scelga quello centrale, più significativo e più importante.