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lunedì 20 aprile 2026

Amare e comprendere significano prestare attenzione nel tempo

Guardare davvero i ragazzi. Alessandro D’Avenia prende la parola partendo da un dettaglio che quasi nessuno ha notato. In un video proiettato poco prima, mentre adulti parlavano di adolescenza, in alto a sinistra compariva una finestra: dietro, un ragazzo piegato sul banco, la testa bassa, immobile. Per tutta la scena non si rialza mai. È lì, schiacciato da un peso invisibile, mentre di lui si discute senza che nessuno lo guardi davvero.

Ecco il punto, dice D’Avenia: parliamo dei ragazzi, ma non guardiamo i loro corpi, i loro segni, ciò che ci sta chiedendo attenzione.

L’attenzione, oggi, è la materia prima dell’umano. È la vera energia della vita interiore, ma è anche la risorsa più sfruttata, trivellata fino all’esaurimento da dispositivi che competono per catturarla. Senza attenzione non c’è comprensione, non c’è amore. Perché comprendere significa prestare attenzione nel tempo, e amare è esattamente la stessa cosa: attenzione prolungata, fedele, incarnata.

Non siamo ciò che diciamo di essere, ma ciò a cui prestiamo attenzione. I medievali lo sapevano bene: ubi oculus, ibi amor. Dove va lo sguardo, lì nasce l’amore. E se lo sguardo è frammentato, accelerato, continuamente distratto, anche il cuore perde accordatura.

Il dolore che non vediamo. D’Avenia accosta due scene che fanno male. Da una parte, mille studenti che il giorno prima ascoltano con passione la tragedia greca, mettono in scena i classici, si accendono. Dall’altra, la cronaca: un ragazzo di tredici anni che si toglie la vita lasciando un biglietto — “Sono stanco della scuola” — e una giovane che finge per anni di frequentare l’università, fino a buttarsi dalla tromba delle scale.

Il tragico non è scomparso: è semplicemente diventato invisibile, sommerso. La parte più importante è sempre quella che non vediamo, perché non abbiamo più il tempo né la disponibilità interiore per stare davanti al dolore.

La mappa sbagliata. Per spiegare il nostro tempo, D’Avenia racconta un brevissimo racconto di Borges: un impero ossessionato dalla precisione costruisce una mappa sempre più dettagliata, finché arriva a una mappa in scala uno a uno, identica all’impero. Quando la posano sul territorio, crolla tutto: la mappa e l’impero.

È l’immagine perfetta della nostra epoca. Vogliamo controllare tutto, prevedere tutto, misurare tutto, ma così perdiamo ogni profondità. Non vediamo più la realtà, perché siamo prigionieri di una mappa che coincide con le cose.

Questo errore entra anche nell’educazione: pensiamo che un figlio sia un individuo da equipaggiare, uno zaino da riempire di competenze, strumenti, prestazioni. E intanto il ragazzo resta piegato, schiacciato dal peso di ciò che “deve” essere.

La vita, però, non si produce. Si riceve. I figli non sono il risultato di un progetto, ma il frutto di una relazione. E continuano a rigenerarsi solo dentro relazioni vive. Per questo la vera domanda educativa non è “cosa devo fare?”, ma “come sto nella relazione?”.

Essere figli per poter educare. Per educare non serve prima di tutto essere genitori competenti, ma figli vivi. Figli della vita. Adulti che mostrano, con il proprio modo di stare al mondo, che la vita vale la pena di essere vissuta, esplorata, amata.

L’educazione accade prima delle parole: nel modo in cui si entra in una stanza, in come si guarda una partita di calcio, in come si dà una carezza al partner. È l’essere che educa, non il sapere-fare.

Il paradigma moderno è quello dell’efficienza: conoscere per applicare, fare per ottenere risultati. Ma così il ragazzo diventa oggetto delle nostre aspettative, non soggetto delle sue possibilità. Sente di essere “gestito”, non accompagnato.

D’Avenia propone un altro binomio: stare e comprendere. Stare significa esserci davvero, con il corpo, con il tempo, senza fuggire. Comprendere unisce mente e cuore, e nasce solo dall’attenzione fedele.

Il corpo come luogo della vita. Il corpo non è un accessorio: è cervello, dice D’Avenia. Tutto il corpo pensa, sente, apprende. Per questo il tatto è il senso fondamentale della relazione. Il contatto restituisce profondità a un mondo che oggi è bidimensionale come uno schermo. Il pollice opponibile, simbolo dell’evoluzione umana, nasce per opporsi alla morte, per aggrapparsi alla vita. Oggi, invece, lo usiamo per far scorrere il tempo, per anestetizzare il dolore, per rimandare la consapevolezza di essere fragili, mortali, figli.

Gli adolescenti sentono fortemente che qualcosa in loro sta morendo e non viene alla luce. Per questo l’educazione deve partire dal dolore, dalle ferite, non dalla prestazione. 

Adolescenza: il tempo dell’esplorazione. Tra i dieci e gli undici anni il corpo torna plastico come nella prima infanzia. Il ragazzo mette di nuovo “le dita nella presa”, ma ora per scoprire i propri limiti, non per sopravvivere. Il corpo si erotizza perché sta cercando dove dare la vita, dove generare, dove fare casa nel mondo.

Non è solo paura da contenere, è energia da orientare. La natura dà tanto tempo all’essere umano perché ha bisogno di relazioni per diventare vivo. Siamo, strutturalmente, incompleti. E questo non è un difetto, è la nostra grandezza.

La scuola come luogo del non-morire. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui un essere morente scopre come essere vivo. Non solo dove accumula crediti e voti, ma dove incontra qualcosa che non muore nel mondo: la bellezza, il bene, il vero.

Un ragazzo diventa maturo quando scopre come può nutrire il mondo con la sua unicità. Quando trova ciò che ferma il tempo, non ciò che lo fa scorrere più veloce.

Per questo D’Avenia non è pessimista. Il cuore umano funziona ancora. Ha solo bisogno di adulti che portino nella vita dei ragazzi ciò in cui credono davvero, incarnandolo.

Le chiamate che restano. D’Avenia ricorda due chiamate decisive della sua vita. La prima: un insegnante che gli presta un libro di poesie e gli chiede di restituirlo dopo due settimane. In quel tempo nasce una risonanza che lo farà diventare insegnante.

La seconda: padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perché portava i bambini fuori dal quartiere, alzava loro lo sguardo, rompeva la mappa angusta del mondo. Era pericoloso perché educava a tenere la testa alta.

Educare, allora, significa creare incontri con ciò che non muore, generare appartenenza alla vita, fino a non avere più paura della morte.

Il resto — voti, risultati, prestazioni — viene dopo. Se viene. Ma non è ciò che salva.

E la sfida finale resta una sola: a che cosa stiamo prestando attenzione? Perché è lì che, silenziosamente, stiamo decidendo chi diventiamo.

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