Parte 2: La guarigione
La guarigione autentica comincia dall'ascolto della Parola, che contrasta le menzogne interiori e accende la Grazia. Per guarire, però, la fede non può restare un'idea astratta: necessita di un contatto reale e corporeo con Cristo, vivo nella Chiesa, nei sacramenti e nella comunione con i fratelli. Come l'emorroissa che tocca il mantello di Gesù, l'uomo deve superare la vergogna, aprirsi alla relazione e lasciarsi trasformare dall'amore incondizionato del Padre. Il percorso richiede di narrare la propria storia con gratitudine e testimonianza, trasformando il dolore in un incontro personale con il Signore, l'unico in grado di riscattare la vita.
L'emorroissa aveva udito parlare di Gesù: la guarigione verrà di conseguenza. La guarigione autentica di una persona comincia dall'ascolto.
Dio disse: «Sia la luce!», e la luce fu. La Bibbia inizia mostrando un Dio che crea parlando: la realtà è una parola di Dio. Noi siamo logici e relazionali; una parola è una relazione. Dio non ha pensato "sia la luce", ma lo ha detto. Il mondo della parola è il mondo umano: senza parola in quanto relazione non c'è sviluppo della persona.
C'è una falsità dentro al cuore che produce le nostre tossine relazionali. Se Dio crea tutto con la sua parola, il maligno con una menzogna mette in piedi l'universo parallelo dell'inganno. Il serpente rovina tutto con una parola perché Dio ha creato il mondo con una parola. Allora è questo il campo di battaglia: laddove si viene creati, si viene pure infettati; eppure è proprio qui che si inizia a guarire. Finché non cambia il mio discorso interiore, reitero tutte le strategie usate finora.
«Ascolta, Israele», dice il Deuteronomio (Dt 6); «Ascolta, figlio mio», disse San Benedetto nella sua Regola; Geremia dice: «Scriverò sul loro cuore la legge di Dio». Il compimento di questa profezia è la Sapienza, cioè l'avere finalmente nel cuore la volontà di Dio. Nei libri sapienziali abbiamo un richiamo martellante all'ascolto: se io parto da me stesso, a me stesso arriverò. Per cominciare l'avventura della guarigione dobbiamo mettere in discussione ciò che sappiamo. Se io assolutizzo il mio sistema di priorità, di emergenze, di rilevanze, di secondarietà e tutto il resto, resterò sempre dove sto.
Gesù è la salvezza. L'emorroissa è stata salvata da un contatto con Lui: bastava anche solo toccarlo, e non costava niente.
Come si parla di Gesù? Noi ne parliamo male? Non sarà che quel che diciamo non apre alla vita, ma è noioso e inutile? Da adolescente scappai dalla Chiesa perché da una parte mi annoiava e dall'altra mi opprimeva. Quando, alcuni anni più tardi, ritornai, avvenne perché qualcuno disse cose che mi prendevano dentro e mi salvavano. Le persone vanno servite e non bacchettate. Saranno gli specialisti e i religiosi, infatti, quelli che rifiutarono Gesù, non i peccatori e le prostitute. Se i peccatori e i pubblicani facevano rissa intorno a Gesù e cambiavano vita, vuol dire che stare ad ascoltarlo era bello e scardinava le loro esistenze. Non è solo un problema di tecnica comunicativa: se un innamorato parla della sua donna, da come ne parla pensi che debba essere meravigliosa. Il punto è che ne parla da innamorato. Parlami di Gesù e vediamo se mi metti voglia di toccarlo! Ciò che conta non è la tecnica, ma parlare proprio di Lui.
Sono varie le occasioni in cui Dio feconda il nostro cuore per mezzo di una parola. Talvolta ci possono volere anni, ma ci indica la fede che libera. Occorre domandarsi se e quando qualcuno ci ha parlato di Gesù in modo che la nostra anima venisse scossa, toccata, illuminata e la vita messa in movimento. Anche se si abbandona la fede, il seme c'è già. Quando ricevetti il Vangelo a vent'anni, ho riconosciuto quello che mi si diceva: c'era un'attesa autentica nel mio cuore e ho dovuto riconoscere che lo Spirito Santo mi aveva già fatto visita. Molto spesso i cristiani mi hanno dato delusioni, ma fuori dalla Chiesa non ho trovato la soluzione: ho trovato di peggio e mi sono fatto male. Ma quella cosa era il principio della mia salute: quando vent'anni fa qualcuno mi ha saputo parlare di Gesù, quella cosa che stava lì ad aspettare riprese a brillare. Era lo Spirito Santo.
Dire cose vere e belle ai bambini è una delle cose più importanti che si possa fare su questa terra. Spesso noi cristiani non siamo bravi testimonial, ma Dio, che ci vuole bene, spesso bypassa i suoi collaboratori deludenti (per fortuna!). Allora è bene provare a rintracciare come e quando lo Spirito Santo, attraverso una parola ricevuta da qualcuno, ci ha dato notizie di Gesù e del Padre. Gesù è la porta di questa vita nuova ed è saggio entrare per questa via, senza sbagliare strada.
La Chiesa dei primi secoli capì che era fondamentale custodire il suo rapporto autentico con il Signore Gesù e sapere che l'opera del maligno non è tanto quella di opporsi alla luce di Cristo, ma di distorcerla e renderla inutile o dannosa: era questo il problema delle eresie. Esse sono verità separate dal loro contesto, assolutizzazioni di elementi parziali della Verità. In pochi anni i cristiani divennero un problema per l'Impero, tanto da scatenare persecuzioni. Portavano un germe di vita sorprendente e scomodo per lo schema dell'Impero. Le persecuzioni, però, non distrussero ma resero forte il primo cristianesimo; furono piuttosto le eresie a fare il maggior danno. Non c'è forma più facile, efficace e diretta di distruggere una persona che darle un'informazione sbagliata: è lo stesso schema del serpente in Genesi 3.
I Padri sintetizzarono la regula fidei, o "simbolo", o "credo", o "professione di fede". C'è una norma, una giusta misura nel credere, e i Padri nei primi concili diedero questo parametro ai cristiani per poter essere certi di camminare nella fede che salva. La fede ha una natura simbolica, nel senso di mettere insieme le due parti della realtà (visibile e invisibile) e così ricomporre quel che il peccato divide (il maligno deriva da diábolos, che vuol dire contrapporre, dividere e gettare su sponde opposte). Il simbolo è ciò che unisce.
Noi conosciamo Dio Padre perché Cristo ce l'ha fatto conoscere. Nella pienezza dei tempi, dopo una lunga preparazione che è l'Antico Testamento, Dio ha infranto l'alterità e ha varcato l'abisso che c'è fra noi e Lui, rivelando il suo volto nel suo Figlio. Questa è la cosa che i cristiani annunziano: Dio, ad un dato momento, si è fatto vedere.
Credo in Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio e nostro Signore. Dio è Padre, e molti dei nostri problemi affettivi derivano dal vivere cercando di darci un'identità da soli, tentando di guadagnarci il diritto ad esistere sulla base delle nostre qualità, aprendo così la porta alla voragine delle nostre insufficienze. E viviamo come orfani. È arrivato l'unigenito Figlio di Dio e si è mostrato che la natura del Creatore onnipotente non era quella di un despota, ma di Padre. Questo è il Padre autentico di cui i padri terreni sono solo un pallido riflesso. Quante volte ho pensato di essere fatto male! Ma non è vero: all'origine di tutto c'è la paternità di Dio. C'è qualcosa di bello che Dio Padre vuole fare con me. L'Onnipotente, il Creatore, è in realtà tuo Padre e non ti ha creato per caso.
Molte delle falsità che abitano nel nostro cuore sono contestate dal fatto che Dio è nostro Padre, che non rompe mai il suo legame con noi e che non può che volerci bene. Senza alcuna esitazione, Dio Padre ti vuole qui su questa terra e ancor di più in cielo, nella vita dei figli e non degli orfani. Non c'è da chiedersi se siamo amati, ma da lasciarsi amare ed accettare di essere amati pur tanto poveri. È a noi che fa problema, non a Lui. Siamo noi che possiamo dire di no a Lui, non il contrario.
Gesù di Nazareth è il nostro Signore. Chi comanda nella mia esistenza? I cristiani dicono: «Ecco il Signore, quello vero, quello che vale la pena di servire, quello per cui vale la pena di dare la vita, quello che vale la pena di non mollare più». Il Signore dei cristiani è quello che viene rivelato dal Padre. Lui può essere il mio Signore, e non più tutti gli idoli che mi hanno ingannato nella vita. Questo Signore è mio e tuo, è per me e per te: è Colui che ha il potere di recuperare la vita. I poteri di questo mondo seducono promettendo quella vita che in realtà noi diamo a loro. Se viviamo per quel che gli altri pensano di noi, finisce che perdiamo la nostra anima; se viviamo per il potere, il potere ci possiede; se viviamo per il piacere, il piacere ci schiavizza. Ma il Signore Gesù Cristo non si impone su di me e non mi forza, perché non è un despota, non è aggressivo, perché l'amore non toglie la libertà.
Ma per poterci salvare è dovuto venire dalle nostre parti: nacque da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Per noi uomini e per la nostra salvezza prese un corpo come il nostro ed è nato da donna. Questo significa che è bello essere uomini! Se Dio, che è Dio, ha ritenuto che valesse la pena di somigliare a me, forse la mia carne è bella e importante. Il Signore si è fatto uomo dando alla nostra carne una dignità immensa: non ti salvi se non passando per la tua carne. Se disprezzi la tua carne, se disprezzi il tuo corpo, non ti rendi conto che ti sei lasciato scippare l'intuizione della tua preziosità. La tua carne è fatta per il cielo.
Cristo si è incarnato, e ciò vuol dire che c'è un ponte tra noi e Dio e passa per la carne umana. Ci vuole il grembo della Vergine e l'opera dello Spirito, perché questa è un'opera di Dio, non si fa per la via dei nostri sforzi. Questa vita viene generata verginalmente, si innesca per dono di Dio, non per seme umano. Il nostro problema non è essere bravi e forti, ma accogliere lo Spirito. Il punto non sta nell'essere eccezionalmente produttivi, ma nel lasciarsi aiutare e fecondare. Ci vuole umiltà per lasciarsi guidare: infatti, far del male a se stessi è una cosa facilissima, lasciarsi guidare è molto più difficile. L'opera di Dio passa e richiede il "sì" di Maria, l'accoglienza, la nostra disponibilità, ma non è un'opera innescata dall'uomo.
Lo Spirito Santo è Signore e dà la vita: ha la capacità di prendere i fatti che abbiamo rifiutato della nostra storia, le ingiustizie che abbiamo patito, e farli diventare luoghi dove il Padre ci ama, dove noi e Lui ci incontriamo. Ha la capacità di far diventare persino i nostri più grandi peccati il luogo dove assaggiare la misericordia, dove essere visitati dal perdono e dalla pace, salvati e redenti. Lo Spirito Santo opera perché nasca la vita di Cristo in noi: è una visita dello Spirito Santo da accogliere.
Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto. Cristo va a toccare l'enigma principale della vita: quello della sofferenza e della morte. Gesù di Nazareth non è un vittorioso, è uno che ha sofferto, e questo è molto importante perché illumina la dignità della sofferenza. Sospeso e incarnato in un uomo vulnerabile, entrando nel dolore si è assunto su di sé le miserie, la povertà e addirittura i peccati: vuol dire che tutto il mio dolore, perfino quello che mi sono procurato da solo, è qualcosa di importante per Lui. È nato in un periodo storico ben preciso (noi non andiamo dietro ai miti): la pienezza dei tempi è avvenuta tra il 26 e il 36 d.C., sotto Ponzio Pilato. Il Signore non è venuto in modo astratto: la nostra vita concreta è il luogo in cui si è manifestato.
Patì con una forma di tortura ben precisa: fu crocifisso. Per le nostre categorie umane Egli è un bestemmiatore, per le vie delle nostre paure è un blasfemo. La nostra paura è diventata sistema di pensiero, visione religiosa, ideologia politica, modo di vivere, regola delle relazioni, lettura del futuro, precomprensione di ogni atto altrui — rifiutando un Dio che non si fa giustizia, orientandoci istintivamente ad un'idea di esistenza con il benessere come parametro, desiderando inconsapevolmente una vita di compensazioni, scansando naturalmente ogni cosa che sappia di scomodità, agognando un futuro inesistente senza tribolazioni, sorvegliando irrazionalmente sul nostro territorio esistenziale con la visione latente degli altri come possibili minacce.
Così la croce di Cristo è l'esatto contrario della nostra mentalità (non professata, ma praticata); ma questa mentalità ci condanna alla solitudine ed è una vita senza verità. Quando pensiamo secondo l'amore, cambiamo la realtà, perché Dio è misericordia e la giustizia è molto meno importante di quanto pensiamo. La società la tiene in piedi l'amore e la solidarietà, e ogni atto umano ha un buon sapore solo se ha dentro un po' di amore. Se non è per amore che ci connettiamo con chi abbiamo intorno, allora tutto è una pantomima ridicola. Ogni progetto futuro che non sia per amare qualcuno diventerà una torre di Babele che finirà nell'incomprensione; e se non ci accogliamo gli uni gli altri con benevolenza, siamo destinati alla distruzione reciproca.
La croce di Cristo è la verità che contesta le letture amare della vita che ci portiamo dentro, e sta lì — mite, umile, paziente — a dire ad ogni uomo: «Calmati! La vita non è difendersi, la vita è amare». Annunciando che fu crocifisso, Egli, che era Dio, ha lasciato che sul suo corpo si sfogasse l'irrazionalità, l'ingiustizia e la violenza umana, perché Gesù ha scelto di essere uno zerbino. Gli abbiamo strofinato addosso i nostri peccati, rovesciandogli addosso lo spurgo del nostro cuore. Era venuto per questo e questo è successo sulla croce. Lui ha permesso che l'onda di tutto il male che io ho dentro — l'onda di tutta l'invidia, l'ira, l'accidia, l'avarizia, la lussuria, la gola, la superbia che porto in me — arrivasse addosso a Lui, si scatenasse sul suo corpo. E mentre noi lo massacravamo, Lui pregava per noi. Ed è così che Lui sta davanti a tutto ciò che ci può essere di brutto in noi: questa è la via della guarigione, essere amati fino in fondo.
Dio ha scelto questa strada strana: non venire a farmi una ramanzina, non venire ad impormi dei correttivi che mi costringano al bene, ma lasciare che io mi sfogassi su di Lui, e così tirassi fuori il male che mi porto dentro. Cristo è lo scoglio contro cui si è infranta la marea nera che l'umanità si porta nell'anima. I nostri inganni, le nostre pusillanimità, le nostre menzogne si infrangono sul corpo paziente di Cristo che li accoglie, anche perché l'amore è l'unica risposta utile al peccato: le altre non servono a niente.
Per noi morì. Noi cristiani celebriamo la morte del Signore in ogni Eucaristia. Il Signore Gesù ha pensato che valesse la pena di morire per me, di dare tutto per me. Qualunque cosa io abbia fatto, comunque per Lui vale la pena di venirmi a cercare. Aveva ancora una madre e l'ha regalata; aveva ancora quello che non gli si poteva togliere, il fiato, lo Spirito, e lo regala. Ancora da morto gli cavano fuori il sangue e l'acqua che ha nel corpo... Ma chi siamo io e te per essere amati così tanto? Da dove vengono le mie paure, le mie angosce e le mie strategie aggressive? Mettiti queste domande per non dimenticare chi sei tu per il Signore!
Fu sepolto e discese agli inferi, perché noi stiamo lì, nel freddo dei nostri inganni e nella nostra solitudine. Non c'è un luogo dove Dio non ci possa venire a riprendere. Dovunque io mi vada a cacciare, sono la pecora perduta che Gesù va cercando, e non smette finché non mi trova. Il Padre Celeste e suo Figlio non accettano di perdermi. Cristo ha cercato l'uomo finché non l'ha trovato: l'ha trovato nella morte, per questo fu sepolto, perché lì ci stavamo noi, lì si trova l'uomo. Dietro le nostre maschere ci sono gli inferi. Si è misurato con la nostra povertà fino in fondo. Ci sono cose che io non posso guardare di me stesso: lì deve entrare il Signore. Guarire è proprio questo: che io smetta di fuggire. Ogni uomo ha bisogno di essere amato, non ha bisogno di altro.
Il terzo giorno è risuscitato da morte: e questo è il vero annuncio. L'immagine della Risurrezione della Chiesa orientale non è Cristo che esce dalla tomba, ma Cristo che afferra Adamo ed Eva negli inferi e li tira fuori. Quel che è più importante è proprio che il Signore Gesù è risorto, il che spiega tutta l'opera che il Padre ha fatto in Lui. Abbiamo trovato la vita nuova prodotta dal perdono: non c'è altra via per rinascere. Cristo, più forte dei nostri peccati, è capace di far diventare la nostra storia non la storia dei nostri errori, ma fa dei nostri peccati il preludio alla nostra salvezza. Ma questa vita non è fatta per iniziare a fare cose belle e basta.
Una volta risorto, salì al cielo: il suo viaggio non era ancora finito. Cristo non risorge per risorgere come semplice vittoria sulla morte, ma trasforma la morte in un passaggio verso una vita più grande. Il viaggio continua fino al Padre: quel Padre che all'inizio è anche la meta. Abbiamo un Padre che ci aspetta a braccia aperte oltre questa vita. Così sarà la morte: un salto nelle braccia del Padre che ci prenderà, ci stringerà, ci consolerà e ci dirà tutto il suo amore. Non abbiamo una meta che sia un posto, ma una persona che ci aspetta; e per questo possiamo essere liberi, e possiamo relativizzare le cose di questo mondo perché non sono definitive: sono un percorso verso il Padre che ci attende. In questo viaggio si può essere liberi da tutto, fare tutto senza ansia, senza essere schiavi delle cose... così tante cose vengono ridimensionate. La vita è un viaggio verso il Padre.
Quando sono stato malato ho scoperto che la malattia non è solo negazione, non è solo privazione, ma è un salto di qualità, è un'apertura verso la libertà; è una soglia amara, durissima talvolta, che mi è stata aperta da Cristo. Per quel che posso farci di mio, soffrirei e basta; ma c'è un'ascensione che mi fa entrare nella libertà. Non significa che il dolore non sia da alleviare, da curare e da togliere dalle spalle delle persone appena possibile; ma una volta che ci siamo dentro, il dolore è una strada verso il Padre, se ci apriamo. Se ci chiudiamo, è solo una tortura. Solo Cristo ha il potere di salire al cielo e di portarci con Lui al Padre in ogni cosa che ci capita.
Noi cristiani non crediamo in "Dio", crediamo in Dio Padre. Gesù è potente, ma è l'Agnello sgozzato e immolato. Il suo Regno non avrà fine: non mi toglie i problemi, mi dà di toccare l'eternità dentro i problemi. Infatti i suoi sudditi sono martiri, apostoli, santi: portano la croce, muoiono per amore, vivono le tribolazioni come luogo di amore e tante altre cose nella vita eterna passando per le povere cose di questo mondo. Non evitano i problemi: li accolgono con amore. Il vero potere è il potere di amare: nessuno è tanto nobile e grande come chi ama autenticamente. Questo attacca frontalmente tutte le nostre amarezze per il fatto di non essere importanti o riconosciuti: non è questo il problema della mia vita! Il vero quesito è se so amare o no, non se gli altri mi riconoscono una gloria da quattro soldi.
Gesù verrà a giudicare i vivi e i morti: il giudizio, il metro, è l'amore che Cristo ha incarnato. Ci sono tante cose che contano molto meno di quanto pensiamo, eppure i nostri inganni interiori si nutrono di sopravvalutazioni e di assolutizzazioni. Che Cristo sia il giudizio autentico di ogni uomo è più liberante di quanto possa sembrare, perché il mio Giudice e il mio Salvatore coincidono: colui che mi valuterà è lo stesso che mi ha amato.
Si può dire di no alla salvezza? Sì, ma Dio non si ferma davanti a un mio no, non mi salva malgrado me: chiede il mio permesso perché mi riconosce personalità, identità e libertà. Non devo aver paura di Cristo, ma della mia testardaggine. Il parametro del discernimento è l'amore, e questo è sublime e tragico insieme, perché appunto all'amore si può dire di no (ed è questo l'inferno).
Non ho la capacità di salvarmi, ma posso chiedere di essere salvato. Non ho la capacità di perdonare me stesso, ma posso chiedere perdono. Non ho la capacità di amare come Cristo, ma posso chiedere che mi ami. Un piccolo "sì" è l'inizio della guarigione. Perché il tuo "sì" è piccolo, ma lo dice a Dio Padre che è onnipotente. È un piccolo spiraglio di conversione: cambiare direzione per un attimo, per un solo attimo, e Dio ci prende al volo. Allora inizia piano piano la vita nuova, e così si inizia a guarire.
Ogni tentazione ha delle fasi: suggestione, colloquio, combattimento, consenso e passione. A forza di tenere in testa la suggestione e darle ascolto, avviene che la luce che è in noi perde centralità e cede il posto al pensiero nero: questo si chiama consenso. Il cuore, una volta che ha ceduto, passa ad una pulsione forte che è la passione, quell'impulso che ci porterà a commettere il peccato.
Se invece arriva al mio orecchio il seme che è la Parola, balena nella mia mente una luce bella. A quel punto ho bisogno di non lasciarmela sfuggire: devo iniziare a dialogare con essa, la devo ricordare, la devo interiorizzare, ci devo tornare su. Ma questo vorrà dire che qualcosa in me inizierà a ribellarsi: entrerò in combattimento, e questo è un buon segnale. Quella cosa che sto accogliendo è tanto bella, ma è anche seria: mi mette in discussione, mi contesta, si appella alla parte migliore di me e mi invita a staccarmi dal male, dalla mediocrità, a lasciare ciò che in me non è secondo l'amore.
È una tranquillità felice e luminosa: uno sa quel che deve fare e va a farlo. Si tratta di un incontro con Dio o con il prossimo, comunque un contatto, una relazione, un atto d'amore e di fiducia. Se quindi arriva una Parola al nostro cuore, occorre non disperdere questo tesoro, che è una visita dello Spirito Santo e ha un nome: si chiama ispirazione. È la parola bella che contrasta le nostre menzogne e riaccende quella luce del nostro cuore: questa ispirazione va focalizzata, coltivata, ricordata, custodita. Bisogna afferrarla, non lasciarla cadere e darle ascolto. Questo vuol dire accogliere la Parola.
Se ci apriamo a questa luce, è inevitabile che lei ci metta in discussione, e bisogna accettare che ci sia questa battaglia: per entrare nella luce dovrò rigettare le mie tenebre. Implica una purificazione: questo combattimento arriva a dire il mio «no» al male e soprattutto il mio «sì» al bene, e farò così una cosa che si chiama atto di fede.
Do un senso a quella Parola ed ecco: lo Spirito Santo entra nel mio cuore. Questo stadio si chiama inabitazione ed è caratterizzato da una dolcezza interiore e una forte voglia di amare, di servire, di perdonare, di costruire, di riconciliarsi. Si inizia a camminare nella Grazia.
Il percorso interiore è:
- Ispirazione
- Accoglienza
- Purificazione
- Atto di fede (o adesione)
- Inabitazione e desideri secondo lo Spirito che portano ad agire secondo l'amore.
Si compie un «sia fatto di me» secondo questa Parola, come fa la Beata Vergine Maria. Qui è il segreto del lasciarsi guidare dallo Spirito.
Io posso comprendere che Gesù è il mio Signore, ma finché non arrivo a quel contatto non cambia nulla. Bisogna spiegare cosa vuol dire toccare. Il primo grande dogma della Chiesa è l'Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo. Il centro della Fede è la passione, morte e Risurrezione. L'Incarnazione è fondamentale: si guarisce l'affettività con un contatto con Cristo. Si impara l'affettività e l'amore dai propri contatti.
C'è una trappola per questa generazione inghiottita dagli schermi, che è falsità, incompletezza, mancanza di corpo. Dal corpo, dai contatti fisici, mutuiamo la nostra affettività. I contatti ti formano, noi nasciamo da un contatto. Cristo è venuto e tutti lo possono toccare.
I sentimenti sono contagiosi, ed è il sentimento di Cristo che cambia i miei sentimenti. Io ho bisogno di toccare il suo amore per amare, ho bisogno di essere contagiato da Lui. Un bimbo capisce che il padre tiene tanto a lui e allora si percepisce vivo.
Cosa ci guarirà? Dovremo toccare l'amore, dovremo toccare Cristo. La donna guarisce perché tocca la vita, tocca Cristo, perché Cristo è la vita.
La donna voleva sfiorare le vesti. Nella Scrittura il mantello rappresenta la persona, la sua identità. Per arrivare al mantello bisogna farsi strada. Gesù lo trovi in mezzo ad un popolo confusionario, spesso impresentabile: si chiama Chiesa. I cristiani sono spesso molto poco adeguati al loro nome, ma il Signore Gesù è uno sposo fedele. Anche nei periodi più bui, il Signore si è sempre manifestato in mezzo alla sua Chiesa. Non credo esista dimostrazione più limpida della misericordia e della potenza di Dio della sopravvivenza della Chiesa ai suoi propri peccati. La Chiesa non è il posto migliore del mondo, ma è il posto dove sta Gesù.
C'è da mettersi a pregare, ma non a casaccio: bisogna farselo insegnare. Bisogna fare silenzio, così finalmente il Signore ti può parlare. Si inizia così, pregando come insegna la Chiesa. Poi si va avanti e si scopre che da soli si procede male, mentre con i fratelli è un altro paio di maniche. Nessuno potrà mai incontrare Gesù da solo: ci vogliono gli altri, ci vogliono i fratelli. Come devono essere? Bisogna aprire bene le orecchie a quelli che Dio ti mette sulla strada: non fare il cretino che vai a sceglierli! Deve parlare Lui, servendosi delle cose concrete che ti dà secondo le sue scelte provvidenziali.
Per toccare il mantello di Gesù occorre pregare con la Parola di Dio: non solo leggerla, ma meditarla, ripeterla, masticarla, metabolizzarla. Un buon metodo è quello di tornarci personalmente più volte: leggerla al mattino e ripeterla la sera. Bastano alcuni minuti e, se non smetti (magari prendendo appunti), inneschi un dialogo interiore che ti relativizza.
Il mantello di Gesù si fa presente nella liturgia e nei sacramenti. «Fate questo in memoria di me»: il memoriale è la strada per attualizzare e rendere realmente presente un fatto del passato attraverso la liturgia. Il Signore Gesù definì in questo modo quel che fece la notte in cui fu tradito: questa è l'Eucaristia. Nei sacramenti sono coinvolti i cinque sensi (vista, udito, tatto, olfatto e gusto) e sono cose più da vivere che da capire. I sacramenti si toccano nel più concreto dei modi: non ce li inventiamo noi, li abbiamo ricevuti e l'esperienza certifica la loro efficacia. Il potere dei sacramenti è offerto, non imposto, ma se accolto è poderoso, perché — come dice il Catechismo — sono segno della potenza divina e santificante del Figlio di Dio che, mediante la vita sacramentale, salva la persona umana nella sua totalità.
Allora, se qualcuno vuole toccare il mantello di Gesù, si metta sulla strada dei sacramenti, in mezzo a quella folla di povere persone che è la Chiesa, e Lui sarà tangibile per un'esperienza millenaria. Nel sacramento della Riconciliazione è buona cosa trovare un prete da cui andare a confessarsi regolarmente, che ti inizi a conoscere piano piano e ti aiuti sempre di più. Ma non andare a cercarti il prete famoso: devi toccare Gesù e la sua potenza, non fare psicoterapia! Va di lusso se trovi un padre spirituale che ti accompagni, ma in questo senso siamo nel vuoto ecclesiale.
La preghiera fa uscire dal monologo, mentre il digiuno affranca dalla schiavitù degli impulsi e l'elemosina rende liberi dalle cose. Si scopre che esiste tanto altro, che ci sono letture sane e nutrienti, vite dei Santi da cui imparare, buona cultura a cui abbeverarsi e tanta arte cristiana da contemplare, godere e da cui farsi istruire. Che ci sono amicizie da coltivare con cui vivere cose belle, con cui fare viaggi, esperienze, vacanze, con cui poter parlare liberamente. C'è tanto da condividere: il Signore si può servire della parola di un amico con una forza inaspettata. Dio è tanto generoso e si fa cercare nelle forme più impensabili.
Ecco le regole per toccare Gesù:
Quando lo fai, smetti di fare altre cose;
Le devi fare in prima persona singolare: nessuno le può fare per te;
Bisogna fare queste cose con regolarità e fedeltà: fin da bambini abbiamo bisogno di regolarità;
Queste cose non si possono fare solo il giorno che ti gira: più le farai, più sarà facile farle, trovarne la strada e prendere buone abitudini; ed inoltre, più le farai con cura e più ti verrà naturale farle.
Gesù, dopo il tocco della donna, avverte una potenza in uscita: questa potenza è la potenza di Dio. Ma Gesù vuole altro: vuole un rapporto personale fra loro due. Gesù non cerca cose o successo, cerca una persona, una relazione.
Qual è la differenza fra la fede e la magia? La fede è una relazione adulta, personale; la magia è occultismo, realtà inspiegabile, meccanismo che sfugge alla logica. Gesù non può essere trattato come un talismano; Gesù non può essere veicolato se non per relazioni personali, oggettive, razionali e fatte di sentimenti adulti che coinvolgono tutto il mondo interiore, che passano per il corpo e toccano lo spirito, la nostra esistenza più profonda e più invisibile, ma passando per il visibile e implicando la totalità della persona.
Dio non ama «tutti»: ama ognuno. La fede consiste in un rapporto personale: questa guarigione ha bisogno di diventare una relazione. L'immagine di Dio nella Genesi è maschio e femmina: la vita sorge dall'incontro fra il maschile e il femminile; non avere accesso a questo incontro vuol dire non generare vita. È il rapporto col Signore che ci guarisce. C'è bisogno di un amore più grande, un amore incondizionato che non è umano: c'è un oltre nella terapia del cuore, è l'incontro con un amore senza condizioni, qualcuno che ti ami così come sei. Hai bisogno di essere abbracciato da questo amore incondizionato, hai bisogno di sentirti nel diritto di esistere che ti è dato per amore e non per merito.
Quando mi metto a pregare, io mi muovo un pochino verso Dio, ma Dio dall'alto dei cieli scende verso di me. Lui fa tutta la strada, ma l'ultimo pezzetto non lo può fare Lui, lo devi fare tu: Lui non può imporci niente, solo offrire e proporre. Si deve fermare a un certo punto. Nella Cappella Sistina il dito di Dio che sta creando è dritto, il dito di Adamo invece è piegato: deve allungarsi. Si allungherà? Quello è tutto il segreto della libertà umana.
Lo sguardo gioioso di Dio su di te è uno sguardo che guarisce. Cristo vuole vedere il viso di questa donna; il Signore desidera vedere il nostro volto perché ne conosce la bellezza e ci vuol dire qualcosa. Dio sa tirar fuori la bellezza perduta di ognuno di noi. Solo davanti a Lui diventiamo noi stessi, perché solo Cristo ci conosce veramente e ha dato Se stesso per noi perché sa che ne vale la pena. Cristo invita questa donna a disobbedire alla paura, alla sua vergogna, ad uscire dal suo nascondiglio, perché vuol vedere il suo viso e udire la sua voce. Ora è lei che si deve muovere.
Di fronte a Dio, nella Scrittura, si ha paura: questa donna deve vincere la vergogna di Adamo, il senso della propria impresentabilità davanti a Dio. Non siamo all'altezza di Dio, ma dalla sapienza sul cuore umano che la Chiesa ha ricevuto nei secoli dallo Spirito Santo abbiamo imparato che la corretta drittura di un cammino spirituale è saper aprire il cuore alla propria guida spirituale e a chi si ama. Gesù vuole con noi una relazione consapevole.
La guarigione è iniziata da una parola udita e deve finire con una parola detta. Abbiamo bisogno di raccontare quel che ci succede: l'uomo è racconto. La sua personalità risiede nella sua memoria, quindi nella sua narrazione. La donna deve raccontare la storia, è lei che lo deve fare, perché certe cose le sa solo lei. Così è nata la Scrittura: da un racconto ripetuto che diventa liturgia, patrimonio comune.
- Io devo saper dire come Dio mi ha salvato, lo devo saper dire al Signore: si chiama gratitudine.
- Lo devo saper ricordare nel mio cuore, devo averlo presente e tornarci su: si chiama consapevolezza.
- Al momento giusto devo saperlo raccontare anche a chi ho intorno: si chiama testimonianza.
C'è quindi bisogno di saper raccontare il bene: è bene prendere in mano le grazie della nostra vita e quel che le ha precedute. La guarigione è entrare nella lettura riconoscente della nostra vita: è l'arte della gratitudine che sconfigge il nero del nostro cuore, perché fra la gratitudine e lo Spirito Santo c'è assoluta coincidenza.
Allora si tratta di ricordare le nostre guarigioni: è la nostra storia e la dobbiamo saper raccontare. Smettiamo di fare i piagnoni, si tratta di dare gloria a Dio! Bisogna imparare a guardare tutto dalla parte giusta, ai piedi del Signore.
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