Il libro di Fabio Rosini invita a ripartire dalla Parola di Dio, in particolare il racconto dei 6 giorni della creazione, accettando la realtà per quella che è, senza pretese o illusioni di perfezione. L’esistenza non segue teorie umane, ma la sapienza di un Dio Padre che dona la vita e ci rigenera.
Per ricominciare occorre fare luce sulle cose essenziali, farsi guidare e imparare a distinguere il bene dal male. La chiave per una vita piena sta nell’obbedire alla realtà e nel mettere al centro poche e chiare priorità autentiche lasciando andare le emergenze e la superficialità.
Non c'è un vero accesso alla verità se non vivendo nella comunione e pensando con un'intelligenza d'amore, che è l'unica forza che coinvolge tutta la persona proprio perché passa per le relazioni vissute. Siamo riusciti a portare i risultati scientifici al massimo grado di sviluppo, ma non abbiamo lasciato abitare queste forme culturali così specifiche dal flusso della vita e dello Spirito. Si finisce invece con il trionfo dell'individualismo e della sterilità.
La vita non segue le teorie, ma la sapienza. E la sapienza appartiene al pensiero relazionale che cresce dalla novità della vita ricevuta, non conquistata. Il corpo e il sangue ci vengono donati come nutrimento proprio perché sono Parola incarnata, in modo che noi diventiamo ciò che accogliamo, ciò che mangiamo.
Nei giorni dell'Esamerone, il testo della (prima) creazione è stato scritto dopo tanti secoli di cammino del popolo dell'Alleanza, dunque dopo tanta esperienza riflessa nella sapienza; è scritto però per evidenziare l'inizio, il principio. È un libro dedicato a tutti coloro che pensano che non sia più possibile ricominciare o che sia troppo difficile. Non è vero: nulla è impossibile a Dio.
La vita sgorga in modo costante secondo un codice genetico. Siamo generati per fecondazione, un evento straordinario che stabilisce l'identità unica ed irripetibile di ogni singolo individuo per ogni specie. A monte del nostro tipo di esistenza c'è la fecondazione: in un ovulo fecondato ci sono tutte le informazioni per le fasi della vita successive (infanzia, maturazione, fecondità e degenerazione). Si avranno processi di adattamento che dovranno comunque fare i conti con un codice iniziale. L'inizio contiene tutto: se tradisci l'inizio, tradisci il tutto. Nessuno si inizia da sé: l'inizio è un dono di qualcuno. Possiamo dire che nel principio c'è il fine, lo scopo nascosto del genoma. Anche il Signore Gesù, infatti, mentre è il principio di tutte le cose, è anche la strada per ritrovare la vita.
I primi capitoli della Bibbia sono troppo profondi per essere un semplice racconto: contengono una miniera di sfumature che rappresentano una sapienza adulta, maturata e riflessa. Così, nel racconto della creazione — che è di una inarrivabile saggezza dal primo all'undicesimo capitolo della Genesi —, appaiono tracce di luce così sublimi che non possono essere solo umane. Il testo del primo capitolo della Bibbia è un scritto da un popolo che stava provando a ricominciare e che, avendo sbagliato tanto, finalmente provava a dire ai suoi figli come ripartire.
Occorre accogliere la forza paradigmatica della Parola di Dio. Il paradigma è l'essenziale della struttura verbale, che necessita di coniugazioni per diventare linguaggio. Quando accetto di coniugare un evento delle Scritture con la mia vita, scopro che si dischiude una potenza straordinaria: inizio a ritrovarmi dentro l'opera di Dio, inizio a scoprire di essere una declinazione della sua Parola.
Il primo capitolo vuole descrivere il genoma della vita umana e cosmica, e di conseguenza svela la mappa della fedeltà alla vita. Si pone come paradigma naturale di ogni inizio perché contiene tutto in se stesso. Il ritmo è solenne, liturgico e maestoso. È il cammino dell'uomo dal nulla verso il recupero della sua dignità, verso l'essere sè stesso, celebrato da un popolo umiliato che sta capendo quanto ha sperperato. È il cammino del figlio prodigo verso il padre, il cammino di Saulo verso Damasco, di Agostino verso la salvezza, di Francesco verso la povertà, di Ignazio verso il discernimento degli spiriti. È il protocollo della vita buona.
Se conosci un vino buono, il cattivo non lo vuoi più. Se conosci la sincerità, l'ipocrisia ti dà imbarazzo. Se conosci la bellezza, la mediocrità ti urta. Se conosci l'amore, il peccato non ti sta più simpatico: e li distingui. Il discernimento si fa in dialogo col Signore, perché il discernimento non è un'abilità, è una relazione. Ricominciare in realtà vuol dire essere rigenerati. Ci vuole un padre: non si fa da sé, si riceve. E perché diventi "Padre nostro", dobbiamo lasciargli compiere il suo mestiere di padre, e quindi lasciarsi lavorare da lui, stare con lui, lasciarlo operare.
Ci vuole una guida, un confessore, un cristiano sicuramente più avanti di noi nella fede per verificare se non stiamo cadendo in una trappola. San Bernardo diceva che chi si fa maestro di se stesso si fa discepolo di uno stolto.
Giorno primo
Genesi 1, 1-5
"In principio Dio creò il cielo e la terra." All'origine di tutto c'è un Altro. Le cose le troviamo già fatte, non dettiamo noi le condizioni di partenza, la realtà non ci obbedisce. Ci sono due creatori: Dio Padre e la nostra testa. Uno crea la realtà, l'altra la pretende. Occorre obbedire alle cose per come sono.
Uno dei miei nemici più pericolosi sono le mie pretese, le mie aspettative. C'è qualcosa di più grande di me e della mia impotenza: c'è un Padre che è il Creatore. L'Israele che scrive questo testo si trova nell'umiliazione del post-esilio, viene da secoli di cose più o meno fatte male.
Una buona giornata non va mai come la pensi, le cose non sono mai come dovrebbero essere, il mondo è caotico e resta tale. La croce di Cristo è stoltezza e scandalo. Io sono caotico, nasco povero e insufficiente, e resto tale per tutta la vita. E invece stanno tutti ad aspettarsi un qualche ordine, tutti a cercare un santone o un'idea che rimetta tutto a posto. Siamo ancora in attesa di un mondo regolare, simmetrico e ordinato. Ma la simmetria in natura non esiste; la simmetria costa fatica, i lineamenti perfetti non esistono.
È da tutta la vita che ci manca qualcosa, ci manca un pezzo da sempre e siamo sempre insoddisfatti, storti, impresentabili, caotici. E non lo accettiamo. Non esistono persone "normali"; siamo tutti in lite con noi stessi, con gli altri, col mondo e, alla fine, con Dio. Perché per cominciare si inizia dal caos. Quando Gesù venne, non trovò le cose simmetriche. Per portare la vita nuova — la vita di Dio — all'uomo, fu opportuno passare per le cose storte, per il rifiuto, per il malinteso, per la persecuzione di un re pazzo come Erode.
Ripetiamo il primo consiglio: accogliere il reale, smettere di farci a botte. Nella dottrina cristiana si parla di "creazione dal nulla": è da lì che si parte. "E lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque": il vento di Dio che aleggia è l'atto del covare. Lo Spirito di Dio covava l'abisso.
Qualcuno si è chinato a pensarci, ha preparato il nostro irrompere nella vita. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato: Tu sei l'amante della vita che chiama all'esistenza. Questa è la sapienza. Siamo vivi e non è poco: fatevelo bastare, perché il "di più" viene dal maligno.
Bisogna prendere il nostro dolore e metterlo ai piedi di un Crocifisso, consegnarlo a Colui che ha pensato che la nostra vita valesse la Sua. Guardo Cristo e mi chiedo: "Ma cosa ci trova in me per morire per me?" Cristo mi ha amato prima delle mie opere, il Padre lo ha dato per me. Neanche Giuda si doveva ammazzare: il suo suicidio è stato il suo peccato più grande. Chiunque può ricominciare perché siamo vivi, e questa è la volontà di Dio: dire di sì al fatto che ci siamo e non sorprendersi se si parte dal caos.
Subito Dio fa una prima separazione: distingue la luce dalle tenebre, e le chiama "giorno" e "notte". La prima parola di Dio è: "Sia la luce". La luce è buona; il giorno e la notte rappresentano ciò che va fatto e ciò che non va fatto. L'opera del nemico della natura umana è non farci fare il bene e farci perdere tempo. Le persone si fanno strappare il tempo da insulsaggini. Anche lo stesso peccato fa perdere tempo: rabbia, invidia, gola, fissazioni del benessere, lussuria, orgoglio, avarizia, tristezza... Il problema del peccato non è solo il peccato in sé, ma tutto ciò di cui è l'alternativa: ovvero l'amore. Tutto il tempo passato a non amare è notte, e l'effetto è lo stesso: non entrare nella luce.
"Dio disse: 'Sia la luce'": nella vita si interrompe la frenesia per lasciare che Dio ci ricostruisca. È senza senso partire dai particolari, bisogna partire dalle cose più macroscopiche, quelle che si vedono appena si accende la luce. Prima di cercare le cose che non so, quali sono le cose che già so? Cosa c'è di già certo? La luce non è opera nostra, è un dono di Dio (non si parla del sole che viene creato il quarto giorno). Parla della Luce vera, perché il mondo è stato fatto per mezzo di Lui.
Questo è il primo giorno: la luce che arriva prima di tutto quello che cerchi di essere, la luce di quello che sei, il fatto stesso che ci sei. La vita è bella, e non siamo nati semplicemente per "stare bene", ma per amare; chi lo fa, chi si apre a farlo, imbocca la strada giusta. La luce c'è dentro, ma non basta: ci vuole il Signore e l'aiuto di chi lo conosce, perché splenda e ti salvi. Serve per ricominciare, perché ho bisogno di un motivo per riprendere a camminare. Bisogna dire a Dio Padre: "Parlami, ti prego. Dimmi che mi hai creato Tu. Ricordami di quando mi sei passato accanto e mi hai accarezzato". E quella carezza è un semino di speranza, è la voglia di ricominciare.
Partiamo dal corpo. Oggi è diffusa un'attività autodistruttiva; occorre poi prendere il proprio spazio: alcuni stanno nel posto sbagliato, altri devono riordinare la propria stanza. Occorre spostare le cose che non sono vita.
Poi il tempo: quanto e quando fai cosa. Dio ti sta aspettando nella tua vita reale, ma sei tu che non ci sei; e vale la pena che tu ci entri, se hai voglia di vivere meglio.
Poi ci sono i doveri di stato: quelle cose che sono implicite nella tua condizione (es. studente... studia!). Nella vita spirituale bisogna partire dal semplice, bisogna andare secondo un passo umile. Dobbiamo trovare il contenitore per mettere le cose più importanti: le buone abitudini che combattono la nostra autodistruttività.
Giorno secondo
Genesi 1, 6-8
Per capire il secondo giorno dobbiamo capire cosa significa l'acqua per Israele, un popolo che abita in un luogo semidesertico. L'acqua viva di cui parla Gesù è acqua di sorgente, e l'evangelista la collega all'immagine dello Spirito Santo, che è la vita di Dio. L'acqua è simbolo di vita, sia biologica sia spirituale.
Tuttavia, capitano anche improvvisi nubifragi desertici: un torrente travolge il riparo e distrugge tutto ciò che non è ben fondato. Allora l'acqua è anche morte. Il mare fa paura; il popolo non si insedierà mai stabilmente nella striscia vicina al Mar Mediterraneo (quella terra che verrà poi chiamata Palestina). Dove l'acqua è salata, come nel Mar Morto, tutto muore. Quando l'acqua è poca e dolce, è utile ed è sopravvivenza; ma quando è troppa, è morte sicura. L'acqua è ciò che dà vita ed è ciò che uccide. Il tema della purificazione, che implica l'uso dell'acqua, giunge fino al battesimo cristiano: un atto sia di morte sia di vita (morte del peccato e inizio della vita nuova). Nel diluvio la morte serve a purificare dalla violenza; nel Mar Rosso rappresenta la liberazione pasquale.
Quando Dio Padre separa le acque, distinguendo le acque superiori (la pioggia, l'acqua buona) dalle acque inferiori (l'acqua cattiva: mare e oceano), sta facendo una distinzione tra ciò che uccide e ciò che salva. Questo è un atto di fondazione della realtà. Nella nostra vita ci sono atti distruttivi e atti costruttivi, dinamiche vitali e logiche di morte: vanno distinte per poter ricominciare. Essendo l'acqua ambigua, Dio la separa.
Siamo di fronte a una cosmologia obsoleta, ma questo non vuol dire che non sia saggezza. È sapienza, non un trattato di astronomia. Parliamo del firmamento, che è ciò che è capace di scindere i due tipi di acque: è una barriera, permette uno spazio intermedio, una distinzione tra ciò che è vitale e ciò che è dannoso. È qualcosa di duro, stabile, più forte delle acque perché le sa governare.
La vita funziona se si obbedisce alle sue regole. Il tema dell'ordine della vita, del bene e della felicità ha a che fare con il concetto di autorità: questa è un dono, è la paternità di Dio. La vita ha un'autorità di suo e deve essere rispettata. I cristiani sono i veri "materialisti", perché non danno la supremazia alle idee, ma alla realtà: la realtà vincerà sempre. Tutte le violenze fatte alle cose si risolvono in distruzione. Mi tocca obbedire alla realtà e non alle mie idee, non alle mie esigenze, non alle mie pulsioni, ma alla vita e a ciò che fa vivere — che spesso non è quello che mi piace, che ho deciso o che penso e desidero, ma ciò che mi fa vivere davvero. Combattere con la materia porta sempre alla sconfitta. Le cose hanno un loro ritmo, a prezzo fisso e non trattabile.
Il firmamento mette un "sopra" e un "sotto": prima si tiene conto delle cose importanti, poi a scalare delle cose secondarie, secondo una strategia dettata dai punti fermi. La vita è bella se ne accetti le regole: tuo figlio cresce molto meglio quando rispetti il suo essere e i suoi tempi. La vita è uno spartito che Dio Padre ha scritto perché noi godessimo della sua bellezza.
Se seguissimo tutte le citazioni dell'Antico Testamento nei Vangeli, avremmo l'ossatura dei Vangeli stessi. Gesù non si muove a caso: esegue una parte ben precisa, il piano del Padre che è il compimento delle promesse custodite nella memoria del popolo d'Israele. Questo piano si incarna nelle circostanze e nasce nella pienezza dei tempi, con un ritmo che tende alla Pasqua.
I punti fermi sono le priorità. Le priorità si oppongono alle emergenze: le priorità vengono prima dei fatti, mentre le emergenze mi arrivano addosso durante i fatti. Colui che trascura le proprie priorità per andare appresso alle emergenze è uno stolto; colui che argina l'emergenza per restare fedele alle sue priorità è un saggio. Le emergenze sono ansiose, dittatoriali, disordinate, apprensive. Chi sceglie per paura sbaglia sempre: l'ansia è una cattiva consigliera. Le priorità sono salde, sono come il firmamento, sono punti fermi e limpidi. Sono le priorità che selezionano le emergenze, non il contrario. Chi vive di emergenze non costruisce niente; chi resta fedele alle priorità ha un'identità.
L'obbedienza alle priorità è intessuta di atti ordinati che nascono da sani punti fermi e scandiscono il tempo giusto; implicano delle rinunce, eliminano le perdite di tempo e lasciano così lo spazio a ciò che serve. Alla fine della vita, il Signore non mi chiederà se ho fatto cose "buone", ma se ho usato i talenti che mi aveva affidato e se ho compiuto la mia missione. Sono poche le cose che vanno fatte davvero, e quelle vanno fatte costi quel che costi: è così che si inizia a ricostruire, obbedendo a questa sapienza.
La meta e la priorità dettano il ritmo. Per il resto, si può lasciare tranquillamente perdere: ho cose più importanti da fare! Le priorità non si decidono arbitrariamente, ma si riconoscono, si accolgono. Il firmamento lo crea Dio. Il Signore Gesù si fida del Padre, non inventa il piano del Padre. Le mie priorità stanno dentro il mio rapporto con Dio. Non ho deciso io la mia struttura fisica o la mia indole, non ho stabilito io dove nascere: i punti d'appoggio si riconoscono, non si decidono. Le priorità non si scelgono, si ammettono: sono parte dell'opera di Dio. Bisogna iniziare sempre nella preghiera, dialogando con Dio per interrogarsi su cosa debba stare al primo posto. Me lo deve dire Lui, perché è il mio Creatore. Qual è il mio vero sé?
Sei sposato? Il matrimonio è la tua priorità fondamentale, con tutto quello che ne deriva: tua moglie è la tua priorità. Se la regolarità nell'intimità con Dio non è la tua priorità, ti chiedi pure perché ti si creano rapporti ambigui con l'affettività? È così: la vita non scorre secondo i tuoi gusti, ma secondo se stessa. Se ti fai portare, cresci e impari ad amare. Le priorità non sono più di quattro o cinque. L'unica autorizzazione che ti serve è quella di Dio Padre.
- Pregare.
- Dormire.
- I miei figli e mia moglie sono l'unica cosa che conta.
- Finire l'università.
- Andare a vivere per conto mio.
- Basta dispersioni!
- Non c'è posto nella nostra coppia per le ingerenze dei genitori.
- Vuotare il sacco e non rodermi.
- Non fare le cose che non mi convincono: non è necessario far contenti tutti gli altri.
È un atto di apertura alla paternità di Dio. Ci vuole tempo per individuare le proprie priorità. Le priorità si usano tenendole chiare prima di agire: smettere di sbagliare e riprendere a camminare.
Il fidanzamento è il tempo della verità: se una cosa non ti piace, dilla; se ti aspetti qualcosa, comunicalo. Per questo c'è il fidanzamento: per lasciarsi, se vi dovete lasciare. Se vi dovete sposare, avanti; se non vi dovete sposare, prima lo scoprite e meglio è. Se non avete il dono di dipanare insieme le difficoltà, non avete il carisma del matrimonio. La priorità del fidanzamento è la sincerità: non sposarsi per forza, ma obbedire alla verità.
Le priorità mettono in ordine la mia vita in maniera tale da aprire lo spazio. Quando si prende il ritmo dell'obbedienza alla realtà — che è l'obbedienza alle priorità autentiche —, ci si ritrova con le cose che funzionano e si può finalmente respirare. La priorità suprema è il Padre del cielo.
Nessun commento:
Posta un commento