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sabato 8 agosto 2026

L'arte di ricominciare (2) di Fabio Rosini

Per ricominciare occorre accogliere i propri limiti e confini, i quali non opprimono ma definiscono l’identità, proteggendo la fecondità e consentendo le relazioni. Il rifiuto del limite conduce infatti al delirio d'onnipotenza e all'infelicità.

Per orientare la vita verso il bene servono vigilanza, preghiera e discernimento spirituale tra ispirazioni e suggestioni: le prime vengono dallo Spirito Santo, portano pace, libertà e comunione; le seconde nascono dalla paura, generano urgenza, rigidità e inganno. Riconoscere l'opera di Dio significa infine rifiutare le forzature umane, abbandonando l'aggressività per affidarsi con fiducia ai tempi del Padre.



Giorno terzo


La strategia di Dio è far ripartire la vita: ci vuole un luogo per vivere dove il male non entri, un luogo dove la vita sia possibile. Qui compaiono argini, limiti, confini. 

L'uomo necessita di confini come condizione per vivere. Senza limiti non si campa, senza limiti non abbiamo identità, senza confini non so chi sono. Nella nostra esistenza il rapporto col limite è decisivo; il rifiuto di un limite è causa di disastro. 

Tutta l'infelicità umana deriva da Genesi 3. Il tema del rifiuto del limite di Adamo ed Eva è il tema del "no". Un certo spiritualismo, invece, tende al vittimismo e tendenzialmente mostratizza a turno o l'uomo o Dio, o tutti e due.

Dio crea l'uomo e lo pone in un posto florido e generoso in cui ci sono tanti alberi. C'è l'albero del vivere (accessibile) e l'albero del capire il bene e il male. Ciò che capisco, per definizione, deve essere più piccolo del recipiente (ovvero la mia intelligenza). "L'albero della conoscenza del bene e del male" è una figura retorica: si indicano i due estremi per intendere il tutto. Capire il bene e il male vuol dire voler capire il tutto. L'uomo prova a capire tutto e cade nel delirio di onnipotenza intellettuale, ossia nel delirio ideologico: tutto deve passare per il contenitore della propria mente. "Io capisco tutto": è il delirio positivista del pensiero scientifico inteso come onnicomprensivo. Accedere alla pretesa di capire tutto vuol dire, certamente, autodistruggersi.

Il serpente spezza questo limite: "Dio ti ha imposto questo divieto solo per lasciarti ignorante! Frantuma il tuo margine di creatura per metterti allo stesso livello di Dio e poter capire tutto. Rifiuta di essere una creatura, rifiuta il tuo limite, trasgredisci i divieti!". Sta tutto lì: il divieto di Dio è limitazione o custodia? Il limite è tirannico o paterno?

Esiste il delirio di onnipotenza, detto anche rifiuto del limite. Nella vita ci sono i "no": se cresci un bambino edulcorandogli tutti i "no", lo crescerai infelice. E la cosa più drammatica è che se rifiutiamo i limiti, rifiutiamo le relazioni. L'altro diventa solo l'asfalto su cui cammino liberamente, perché non posso essere contenuto o delimitato. Invece, il mio bordo sei tu, il mio limite è l'altro: senza margini non si può amare. Piaccia o non piaccia, i limiti esistono e sono reali. L'attuale mito dell'uomo che si riscatta da ogni limite è solo l'applicazione di un problema adolescenziale, ed è pura mediocrità.

Il limite non è una tassa: è l'altro, è la fine della solitudine. L'albero della conoscenza del bene e del male era l'albero del rapporto paterno, era l'albero della fiducia: ad un dato momento mi devo fidare di qualcuno, devo lasciare spazio a qualcuno. Infatti, ogni atto di non-amore è peccato ed è il rifiuto di un limite; per giunta, i limiti hanno tanto da insegnare.

Il Signore Gesù prova i limiti della vita umana. Nel racconto delle tentazioni, Egli si trova in una situazione limite, dopo un digiuno spaventoso. "Tutto deve diventare pane, tutto mi deve soddisfare!": quanti figli diventano così di fronte a genitori incapaci di contenerli, perché non hanno mai contenuto neanche sé stessi e non conoscono la grammatica del governo di sé, figuriamoci quella dell'educazione di un altro! Con un imperativo di menzogna demoniaca, tutto deve diventare appagante. Ma le cose non sono in funzione del nostro bisogno: sono sè stesse.

Gesù nel massimo della fame non si oppone al digiuno, ma propone un cibo migliore: non di solo pane vive l'uomo, ma di Dio Padre che parla. Questo dà sapore a tutto. Amare implica che le relazioni siano più rilevanti degli appetiti. Chi fa così ha vita, perché la può donare; chi non possiede se stesso non può donare. Non sono io che sostengo me stesso, è il Padre: è Lui che mi dà la vita, è Lui che dà il ritmo. Accolgo il mio limite di figlio e di uomo: il Padre sa cosa sta facendo. Gesù si fida del Padre: quello è il progetto ("Venga il tuo regno, comanda Tu"), si fida e accetta di stare al suo posto di Figlio.

Il diavolo insegna a usare l'altezza per guardare dall'alto, ma la cosa interessante è il prezzo della faccenda: è un affare in cui ti devi sottomettere al male. Ogni potere terreno implica compromessi e il possesso implica sottomissione: chi possiede qualcosa ne è posseduto. Solo chi dona possiede davvero, perché gestisce le cose; chi è in ansia per qualcosa dipende da quella cosa. La pretesa dell'autonomia è semplicemente stupida: la vita è sempre qualcosa che si riceve. Si obbedisce solo a Dio e a nessun altro; mai inchinarsi ad altro! Obbedisco alla Chiesa perché obbedisco a Dio, non il contrario.

I limiti per Gesù sono occasioni di relazione con il Padre, sono la sua occasione per essere Figlio. I limiti vanno accolti: l'esempio è il Crocifisso, un uomo inchiodato. Accogliere quello che siamo, quegli amari "no" che la vita ci ha detto, e fare pace con se stessi. Fare questa cosa davanti al Crocifisso e invocare lo Spirito Santo: "Questo sono io, queste sono le mie fragilità...". Accettare i limiti per ricominciare sulla strada benedetta della grazia: nei limiti posso essere figlio.

Non ci sono solo limiti da accettare, ci sono anche limiti che dobbiamo mettere noi: ci sono dei "no" che nessuno, neanche Dio, può dire al nostro posto. Ecco lo scopo degli argini: far fiorire la terra. Questa potenzialità c'è nelle persone: chiunque può sbocciare se non è soffocato. Bisogna arginare il mare, e il compito degli argini non è limitare il mare, ma proteggere la terra perché germogli. C'è fecondità in noi. Chi passa tutta la vita a frenare, respingere e calpestare, non riesce a proporre alla vita altro che gesti di negazione e di ripiegamento.

L'iniziativa e la creatività, come l'amore, vengono solo da un'apertura interiore. In questo modo gli argini diventano un atto creativo, altrimenti sono solo repressione — e Dio ce ne salvi! Il senso del frutto e della bellezza deve guidare l'identificazione dei limiti che dobbiamo porre a noi stessi, insieme all'orrore per lo spreco della propria bellezza.

Nell'agire cristiano dobbiamo prevedere:

  1. La prudenza: capacità di selezionare tutto quello che facciamo per il nostro vero bene, l'attitudine per cui sottometto tutto ciò che faccio al fine di costruire e non disperdermi.

  2. Il santo timore di Dio: occorre distinguere tra paura costruttiva e distruttiva. La paura nevrotica non ha niente di santo, non viene da Dio ed è alla base del peccato. Ma esiste un dono dello Spirito: le "sante paure", ossia la paura di far soffrire, di non amare fino in fondo, di cadere nell'abisso, di sciupare occasioni. È il senso dei propri pericoli e il ricordo umile della nostra debolezza.

  3. La sobrietà (ovvero la vigilanza): ciascuno di noi deve restare a cinque sensi lucidi. Ci sono cose che intontiscono e le evito per restare lucido.

  4. L'astinenza: non insegna a stare lontano dagli errori, ma dalla zona che c'è prima degli errori. Si occupa di segnalare la zona che sta sul piano inclinato verso la dispersione ed evita le famose "occasioni prossime di peccato". Tutto ciò che prepara al degrado va evitato.

Per un cristiano sono fondamentali e procurano pace:

  • Il digiuno: serve per mangiare qualcosa di più grande del solo pane. Il digiuno è sempre il primo passo nella ricostruzione: c'è qualcosa che mi devo togliere per fare spazio.

  • La preghiera: mi aiuta a stare in rapporto con Dio. Nella stanza della preghiera, chiusa la porta alle banalità al cospetto di Dio, partiamo dai frutti: è la cosa che ci interessa veramente, cioè che la vita vada verso la fecondità, l'amore e il bene.

  • La povertà dalle cose che si possiedono (elemosina): in questo mondo serve a ricordare di essere del Padre. Siccome tutto ciò che possiedo tende a schiavizzarmi, esercito l'arte della libertà attraverso l'elemosina.

Mi ricordo dei miei errori con i miei figli e supplico Dio di aiutarmi a non ripeterli. Mi pongo la domanda: "Che cosa mi ha fatto capire il Signore dai miei errori? Qual è stata la mia stupidità?". Deve venire Dio in persona a dirmi che certi spazi li devo sacrificare: vengono prima i miei figli! Occorre confrontarsi tra coniugi, chiedere a mia moglie cosa ne pensa. Se do il potere a mia moglie di correggermi, allora sono proprio sicuro: sto consegnando la mia vita alla santa volontà di Dio. Questo è proprio quello che mi fa più paura, perché quella "disgraziata" mi conosce e mi dice la verità!



Giorno quarto

Genesi 1, 14-19

La luce è già stata creata, così come la distinzione tra giorno e notte. L'unità di misura primaria, qui, sono le feste: sono i momenti in cui si celebrano le opere di Dio. La saggezza consiste nel saper contare il tempo. Le feste sono momenti di comunione di un popolo con il suo Dio, la storia di una relazione. Per fortuna che ci sono le feste a illuminare tutto! Il sole e la luna servono per le feste: servono a illuminare per governare, e quindi per separare. Il sole e la luna illuminano perché sulla terra possa essere governato il giorno e possa essere governata la notte, e così la luce e le tenebre restino ben distinte. Esistenzialmente è più vero che è l'occhio a illuminare le cose.

Il popolo d'Israele non ha saputo capire cosa gli stesse dicendo il suo Dio nel giorno della salvezza e si è preparato la propria disgrazia; ha sperperato le promesse ricevute e ha dilapidato le maturazioni legate alla sofferenza. Non ha capito il suo Dio e non ha capito se stesso: non ha capito cosa celebrassero le sue feste.

Ispirazioni e suggestioni


C'è differenza di qualità tra i nostri pensieri? Dio come mi salva? Ci sono le cose che mi circondano, i fatti della mia storia, il dono delle Scritture, la sapienza dei cristiani venuti prima, la cura della Chiesa, la forza dei sacramenti, l'arte cristiana, le persone che ci vogliono bene... Ma se dal di dentro non apriamo la porta, restano tutte fuori e ci scivolano addosso. Dio deve proporsi al mio cuore con il suo stile, ma non parla solo Lui: ci sono altre proposte.

Perché sono andato fuori rotta? Questo quesito innesca un processo di sapienza. Andare dallo psicologo può essere utile e necessario, ma qui abbiamo a che fare con il tragico oblio della nostra ricchezza spirituale: noi cristiani abbiamo un "arsenale" da far impallidire qualsiasi preparazione spirituale, e invece impallidiamo noi! 

Da dove mi è partito il disordine? Da un pensiero nero che non ho buttato via, che è diventato il mio linguaggio interiore e mi ha rovinato la vita. Occorrerà invece vedere un'altra parola di Provvidenza dentro di te e accoglierla: prima ti dava un po' di dolore e ti contestava, ma poi hai iniziato a intendere il suo linguaggio e ha iniziato a farti respirare, a riconsegnarti il cervello e il cuore aperto a un ritmo nuovo, e ora stai meglio.

I pensieri che distruggono si chiamano suggestioni; quelli che ricostruiscono si chiamano ispirazioni. Le ispirazioni, se sono vere, vengono dallo Spirito Santo, mentre le suggestioni vengono dall'ingannatore. Il male innesca qualcosa che supera l'umano: prende l'uomo e lo porta in una dimensione che non è la sua verità. Il male non è la nostra verità! Io sono me stesso quando amo; quando odio, sono ingannato. Quando mi calmo, quando mi distacco, quando ricostruisco: quello è il momento in cui sono vero. È madornale l'errore di demonizzare l'uomo: l'uomo è l'uomo e il demonio è il demonio. C'è la generosità del Padre della luce, c'è il Signore che intercede per noi e noi siamo visitati dallo Spirito Santo. È vitale restare il più possibile con la testa nelle cose buone.

Abbiamo bisogno di mettere a confronto l'opera dello Spirito Santo e l'opera del nemico. Il Creatore è Dio: Egli, per sua natura, dà la vita e fa vivere. Il nemico non sa dare la vita, sa solo opprimere; ma è astuto e per mestiere scimmiotta l'opera di Dio: è una "luce" che in realtà è tenebra. Fomenta pensieri distruttivi, sposta l'attenzione dal bene reale al bene ipotetico e opprime il bene possibile.

Lo Spirito mi salva con un tipo di movimento interiore che si chiama ispirazione. La Scrittura chiama questo luogo "cuore" oppure "spirito", ed è il centro dell'essere dell'uomo. All'ispirazione si oppone la suggestione. L'ispirazione viene dallo Spirito Santo e la sua logica è l'amore: quindi propone, ma non impone, perché l'amore implica la libertà (nessuno ama per minaccia!). Lo Spirito Santo non è solo delicatezza e dolcezza, ma è anche la più acuta sapienza. Allo Spirito Santo si può dire di no. Ci sono pensieri che propongono un bene al mio cuore: io sento un combattimento interiore perché capisco che aprirmi a quella cosa vuol dire accettare un cambiamento, accettare anche una posizione di generosità che implicherà delle perdite; ma io resto perfettamente libero, posso dirgli di no, eppure la sento forte dentro di me e la sento profondamente vera. Lo Spirito Santo dischiude possibilità.
La suggestione ha una logica che è fondamentalmente istruita da una paura (spesso falsa) e, in forza di questa, devia e costringe: è impastata di urgenza. È qualcosa che sa di obbligo: non sono più una persona, ma un soldatino. A causa di una suggestione, si afferma quel che si pensa in maniera aggressiva, tesa, impaurita, ansiosa; mentre sotto ispirazione si comunica con tranquillità, e questo avviene perché si intuisce che quel che si fa è una cosa limpida. Quando l'integrazione proviene dallo Spirito, sono ben convinto di mio e quindi sono sereno di ciò che dico; quando una cosa viene dal nemico, essendo una suggestione, devo per forza convincere l'altro e resto frustrato e arrabbiato se l'altro non mi dà ragione.

Il maligno usa spesso nei ragionamenti complicati. Una cosa tipica delle ispirazioni è che resistono al tempo, mentre le suggestioni hanno la tendenza a sgretolarsi. Il pensiero istruito dallo Spirito Santo ha una sua auto-evidenza ed è luce per governare il giorno, ossia è solare, semplice e onesto. Invece, il movimento logico mosso dalla suggestione conserva qualcosa di nascosto, ha una sua parte impresentabile ed è la luce notturna. Chi sta seguendo una suggestione proverà antipatia all'idea di confrontarsi con un pensiero critico, con qualcuno che lo possa contraddire, e cercherà chi gli dia ragione e non lo metta in discussione: rivela un atteggiamento arrogante e aggressivo perché ha paura di confrontarsi. Sta a testa alta solo chi ha la luce nel cuore!

Non arriviamo dal nulla a compiere atti perversi, violenti o distruttivi: c'è un pensiero nero latente, lasciato in stand-by e non allontanato, che a un dato momento prende il sopravvento e ci domina. Le due istanze (dello Spirito Santo e del mentitore) hanno anche uno schema spaziale: colui che contrappone e divide ha una spinta suggestionante con una logica duplice e ambigua, ha "due fuochi" dentro. Se il maligno accusa e adula, lo Spirito Santo consola e corregge. Se il movimento delle suggestioni è ellittico, ciclico e ripetitivo (in genere centrato sul rifiuto della Croce), il movimento dell'ispirazione è lineare, costruttivo e invita a crescere: in una parola, è un movimento pasquale che va oltre. Le ispirazioni tendono alla meta: l'amore al Padre celeste.

Se si deve ricominciare, le suggestioni sono dannosissime, mentre le ispirazioni sono il fulcro di una ripartenza limpida e bella. Alcuni "nuovi inizi" sono falsi perché basati sulla rivendicazione e sulla rabbia. 


Interrogare i pensieri, nella spiritualità, è una tecnica che ha di per sé un'enorme efficacia.

  1. Prima domanda: Da dove nasce, che mezzi sceglie e dove mi porta questo pensiero? È meglio mettere da parte il contenuto del pensiero in sé e stare più attenti a come si muove, da dove viene e dove va. Il modo di muoversi è rivelatore della sostanza stessa dei pensieri, mentre noi tendiamo a partire dai contenuti.

  2. Seconda domanda: Cosa osservo in questo pensiero, cosa contiene? Se una cosa implica o porta a qualcosa di esplicitamente fuori dall'amore, fuori dalla sapienza cristiana o fuori dai comandamenti di Dio, c'è poco da fare: è un inganno. Il male non è mai la via per il bene! In nessun caso un peccato può essere la strada per ricostruire qualcosa.

  3. Terza domanda: Sono disposto a confrontarmi su quel che sto pensando con una persona che mi sa criticare e che me ne dà prova sicura?

  4. Quarta domanda: Questo pensiero tiene conto della comunione e dei rapporti? È pericoloso seguire i pensieri che non tengono conto della comunione e della costruzione dei rapporti, del crescere nella connessione con gli altri. Vogliamo "la ragione dei fessi" o la comunione dello Spirito Santo? Se in un matrimonio non scegli tante volte la comunione invece di "aver ragione", che brutta vita vivi!

Occorre fare un esame di coscienza: nella preghiera mi calmo, leggo i Salmi che la Chiesa mi dà in quel momento, accolgo la Parola di Dio di questo giorno, mi lascio resettare e apro il cuore al Signore Gesù, al Padre della misericordia che me lo ha inviato come Salvatore, chiedendo lo Spirito Santo per esaminare quel che mi porto dentro. Se un pensiero sopravvive a queste domande, lo si può accogliere; dopo un periodo di perseveranza, le insidie vengono disinnescate e si campa tanto meglio!

Attenzione al falso bene! 

Ci sono due prospettive. La prima è quando la suggestione si presenta spesso mascherata da "volontà di Dio": è un'ispirazione "fai-da-te", il bricolage della sapienza, nato dalla fretta e dalla mancanza di capacità di accettare i nodi della vita. Viene fatto l'esempio di Genesi 16 (la nascita di Ismaele): Sara voleva un figlio e quindi Abramo concepisce un figlio con la sua serva, scambiando i propri desideri con la volontà di Dio. 

Le cose grandi a cui Dio ci chiama hanno una loro naturalità. Vi sono cose in cui non dobbiamo agire se non passivamente: le opere di Dio non si fanno quando lo desideriamo noi, bensì quando piace a Lui! Quando nasce Isacco, ciò dà pace, rende liberi, è un regalo, è fedeltà alla memoria ed è frutto della relazione con Dio.

La rabbia a proposito delle cose sacre?  Dio si difende benissimo da solo! La fede non vince il mondo con la spada, non occorre una fede aggressiva e combattiva: queste visceralità non hanno niente a che fare con lo Spirito Santo. Occorre un passaggio al setaccio dei compromessi, delle forzature, delle aggressività. C'è una luce onesta e costruttiva nel nostro cuore, ma c'è anche una luce notturna, subdola e distruttiva.






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