Parte 3: La salute
La salute spirituale non è una condizione statica, ma un cammino dinamico di crescita nella vita nuova come figli di Dio. La vera maturità consiste nella custodia del cuore, un'arte quotidiana di discernimento che richiede umiltà per riconoscere i propri limiti e circoncidere costantemente il cuore dalla stoltezza. La pace non è assenza di problemi, ma la capacità di cercare la Grazia dentro le difficoltà. Riscoprendo la propria unicità e creatività nell'amare, l'uomo guarito abbandona il disprezzo di sé. Sceglie la misericordia, la comunione e la gratitudine, camminando con fiducia verso la vita piena per cui è stato creato.
Guarire non basta, perché la guarigione non avviene in modo irreversibile. Ora dobbiamo affrontare la stabilità della salute che, nella dimensione interiore, affettiva e spirituale, non è un'acquisizione definitiva o una condizione statica, ma un progresso costante di crescita in solidità e profondità nella vita nuova.
Cos'è l'«oltre» di un peccato? Non è il non-peccato, ma l'amore. Gesù chiama la donna «figlia» — non «donna», ma figlia — e fa lo stesso anche con il paralitico, che chiama figlio. Viene il momento in cui le risposte che si cercano tra gli uomini semplicemente non ci sono: io sono sempre quello, e guarire veramente implica ben altra dimensione. Cristo è sceso dal cielo ed è andato in croce non per lasciarci un moralismo o delle regole. Se tua madre e tuo padre hanno conosciuto la vita nuova, non vuol dire che la conosca anche tu: la dovrai ricevere in prima persona singolare, per conto tuo. E se hai dei figli, devi sapere stare al tuo posto, perché questa è un'esperienza che devono fare personalmente: tu al massimo puoi pregare per loro e fornire le occasioni, ma di più non puoi fare.
Gesù nasce da una Vergine: ci sono cose che la volontà umana non può ottenere, solo Dio può generare la vita dal vuoto. La creazione dal nulla è fondamentale: è la Risurrezione, è la concezione verginale, ed è la storia dell'emorroissa. Questa donna ha avuto una vita nuova che prima non aveva e che gli uomini non le potevano dare. La Parola non può che essere questa: «Figlia».
Questa donna ha sperimentato nella sua carne la potenza di Dio e ha toccato con mano il fatto che Dio è Padre, perché Dio genera. Perché so che Dio è Padre? Lo so perché l'ho visto generare in me e in tante persone intorno a me quella vita che non viene dall'uomo. Ciò di cui abbiamo bisogno è lasciarci plasmare da Dio per farci nuovi. Lui ha i suoi tempi, ma c'è da lasciare la nostra vita, ci sono i nostri pensieri da abbandonare. Qui non c'è da essere forti, ma tanto deboli da non difendersi più.
Le mie incongruenze affettive non le risolvo in me stesso: le risolvo nel Padre. Ho bisogno di essere rigenerato, non addomesticato. Questa è la cifra del Battesimo: divenire figli di Dio, perché non lo siamo per natura, ma per Grazia. Per natura siamo creature di Dio, ma figli di Dio lo si diventa per opera di Dio. Ogni uomo è in potenza un figlio di Dio, ma lo è in atto se consente a Dio — nel nome del Signore Gesù Cristo, che è l'unico mediatore tra noi e il Padre — di lasciarsi rigenerare in Lui. La vita naturale l'abbiamo ricevuta senza che nessuno ce lo chiedesse; la vita nuova la si riceve solo dando il proprio libero consenso. È l'amore, è la Grazia e la loro accoglienza che ci fanno rinascere alla vita veramente nuova.
Tutte le persone che perdono il senso delle cose dovranno tornare al senso delle cose: ritrovare il momento dell'entusiasmo, riconnettersi con la parte generante.
«La tua fede ti ha salvata», dice Gesù. Il modello "ideale" tiranneggia la persona e la schiavizza in una condizione di frustrazione, perché nessuno sarà mai quel che "dovrebbe" essere. Io posso credere solo come io posso credere. L'amore è creativo: se non è creativo, non è amore. Per sua natura l'amore è personale, nessuno può amare come puoi amare tu, e tale unicità creativa tocca tutte le dimensioni. Se vuoi amare una donna, la devi emozionare con una cosa inaspettata che la stupisca, che la sorprenda: è bello come fare una sorpresa ad un bambino. L'amore deve essere creativo: vivere e creare, per toccare il cuore di chi ami.
Dio è Creatore e i suoi figli sono creativi. Ognuno di noi ha una sorgente di Grazia — la Parola che tocca il nostro cuore — ma ognuno ha un suo canale di Grazia, la sua maniera di assecondare la fede: la tua fede, per vivere personalmente la fede. Non ti inventi la Fede: è la Fede della Chiesa e non la formuli tu, ma la strappi al buio del tuo cuore a tuo modo. È una battaglia che combatti, sono i tuoi atti di fede. Il problema non è diventare soldatini uniformi, ma camminare secondo la Grazia: assecondare la fede cattolica nel mio cuore secondo quella serie di fatti provvidenziali che sono la mia storia.
C'è la tua forma di credere: dobbiamo essere fedeli alla nostra storia. Il tuo modo di credere è molto importante: non il contenuto (che è lo stesso del mio), ma il modo. Altrimenti non sei una persona, sei un clone. La Pentecoste è l'inizio dell'irripetibilità: non ci saranno due santi uguali nella storia! Abbiamo fatto degli atti di fede, ci siamo fidati di Dio, ci siamo lasciati guidare dallo Spirito Santo. Ricorda i tuoi atti di fede: vale la pena ricordare gli atti di fiducia e di abbandono nel Signore, quei momenti in cui ci siamo fidati, ci siamo abbandonati, ci siamo lasciati condurre... ovvero ci siamo lasciati salvare.
Le ultime due frasi di Gesù sono rivolte al futuro: «Va' in pace». Quindi non siamo di fronte a un punto di arrivo, ma di partenza. È necessario che il nostro moto sia armonico con la realtà: l'esistenza è fatta così, di fatti che arrivano ogni giorno, con la vita e i suoi spigoli. La vita richiede flessibilità, adeguamento; occorre però prendere la giusta direzione, e Cristo le dice di andare verso la pace.
La pace in ebraico si dice Shalom. L'idea comune di pace è l'assenza di tensione o di guerra, mentre il concetto ebraico di Shalom è abbondanza, un vero e proprio stato di benessere. Bisogna stare di fronte ai fatti, saperli vivere, saper entrare nelle cose. Qualunque cosa faccia, l'uomo tende a qualcosa: andare verso la pace è una direzione del cuore. C'è un fatto che mi arriva addosso e io cerco la via del bene in quella cosa: c'è una via al Padre in ogni cosa, in ogni fatto.
È un'opera dello Spirito Santo in noi: lo Spirito insegna le cose future, la vera direzione dei fatti. Se persino la morte è la via del Paradiso, c'è una porta stretta che non è popolare ed è la via della pace. La vita senza problemi è un sogno infantile ed irreale: Gesù insegna a camminare nella pace dentro i problemi. La strada della pace è una via stretta: cammino nella pace, cerco il bene, cerco come prendere te e quello che mi dai con una lancia per farne una falce, e se tu tiri fuori una spada io ne faccio un aratro.
I difetti di una moglie sono l'occasione per uno sposo per amare. E quando la vuoi amare tua moglie? Non solo quando è carina e simpatica: la ami quando rispondi al male con la tenerezza. Stai iniziando a guarire dalla tua affettività ferita, a costruire, ricominciare, edificare. Si evangelizza perché le persone sono predisposte per il bene: un uomo non è "vero" quando pecca, ma quando ama; quando pecca tradisce se stesso. Non c'è da modificare tutto, ma da valorizzare tutto. Il punto non è se hai problemi o no, ma se cammini nella pace, perché la pace che trovi nei problemi è la più grande e non te la può più togliere nessuno.
Bisogna insegnare ad un figlio ad essere felice di se stesso, a convivere sereno con i suoi limiti, a valorizzarli. Quella è l'arte della pace e non dipende dal buon carattere, ma dal fatto di credere che tutto è Grazia, tutto è Provvidenza; è ragionare da figlio: «Se il Padre mi ha messo qui, vuol dire che c'è una Grazia». La cerchi e allora la trovi, pure in ospedale in mezzo ai dolori. Se hai una personalità, la esprimi realmente solo quando ami, quando vai nella pace. I violenti combattono, mentre i miti ereditano la terra perché sono figli.
La pace è un'abbondanza interiore e diventa uno stile di vita. Nella prospettiva di abbondanza è una Grazia, ma implica disciplina. La pace infatti, come ogni Grazia che Dio ci accorda, ha bisogno di una "scatola" per essere custodita. Il vero tema della maturità spirituale non è uscire dal male, ma permanere nel bene una volta usciti. I Padri spirituali la chiamano custodia del cuore, ed è la vera saggezza: rimanere nel bene.
«Va' in pace e sii guarita dal tuo male», dice Gesù alla donna. Non esiste nessuno che sia perfettamente sano: la salute non è essere privi di malattie. Guarire non è un episodio, è una continuità, è un'arte, perché le ricadute sono le peggiori malattie. L'arte di guarire è camminare verso la pace facendo i conti col male: non un male generico, ma il proprio. L'idea di una vita tutta perfetta, senza debolezze e fragilità, è un idolo: è il rifiuto dei nostri limiti di creature.
La radice del nostro male è la nostra stoltezza, ossia quel corpo di convinzioni erronee che accumuliamo rifiutando i fatti della nostra vita. È la memoria della Grazia, dell'amore di Dio e della nostra fede, l'aver imparato ad obbedire al bene: questa è la nostra Sapienza che si oppone alla nostra stoltezza. Questa è la saggezza: abbandonare la stoltezza, liberarsi dell'inganno del proprio cuore, disobbedire alle proprie paure distruttive, andare dritti per la via della fiducia, della costruttività e dell'amore che riconosce la via della pace nelle cose.
La santità consiste in un taglio, in una separazione. I profeti parleranno di «circoncisione del cuore». Quando Dio crea il mondo, separa la luce dalle tenebre, l'acqua dalla terra asciutta, e separa ciascuno secondo la propria specie: questo è creare. Distruggere è il contrario: è confondere. La via della pace è la via del discernimento ed è la santità, ma è la via della rinuncia alla menzogna e dell'abbandono del male. Un pezzo da tagliare nel nostro cuore.
Mi devo svegliare ogni mattina e fare i conti con la mia stoltezza. Se un uomo si ricorda di custodire la sua sapienza e di rinnegare la sua certezza, vive nel discernimento: costui è un saggio. Il peccato sta in agguato alla tua porta, desidera possederti, ma tu devi governarlo. Se non facciamo i conti con la nostra stoltezza, prima o poi ci imbroglia. Ho bisogno ogni mattina di svegliarmi e, forte della Sapienza della Chiesa, iniziare la preghiera dicendo: «O Dio, vieni a salvarmi dal nemico (la stoltezza). Signore, vieni presto in mio aiuto». Questa cosa ha un nome: si chiama umiltà.
L'umiltà non è una strana forma di remissività o il passare la vita a denigrarsi. L'umiltà è un contatto con la realtà asciutto, dove non ci si sopravvaluta e neanche ci si autodistrugge: è il senso di sé al cospetto di Dio che libera, è l'intuizione acuta ma costruttiva delle proprie fragilità e il riconoscimento grato delle proprie prerogative. È questa la vita sana: ricordare la propria vulnerabilità e custodire se stessi perché siamo preziosi e belli, ma deboli.
Quando ci si dimentica dei propri antichi inganni, si tolgono le sentinelle e il nemico entra; allora la tristezza, la solitudine, la disperazione vincono il nostro cuore e torniamo alle nostre vecchie malattie. È importante avere chiara la propria via di Grazia, ricordare come si fanno i propri atti di fede e, soprattutto, come Dio ci ha amati.
C'è una meta nella vita cristiana che azzera tutti gli altri scopi, perché è la cosa più importante ed è la vera via della pace: è la Misericordia. Si sta in piedi per misericordia, perché si ha sempre bisogno di aiuto, perché si sa che tocca sterminare ogni mattino l'empio che si porta dentro e circoncidere il cuore non una volta, ma mille volte. Chi è che saprà amare? «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Benedetta povertà, quella del nostro spirito, della nostra intimità, del nostro cuore, perché ci permette di aggrapparci al Signore e ci tiene nell'umiltà, che è madre di tanta pace!
Fare i conti con la propria insufficienza è la strada per essere uomini e donne di misericordia, perché questo è il punto di arrivo. Siamo guariti quando guardiamo le persone intorno a noi con misericordia, quando è vinta la nostra rabbia, quando non fraternizziamo con la nostra fame di affermazione, quando ci calmiamo perché ricordiamo di aver sbagliato tanto. La debolezza non è una cosa da rimuovere, ma qualcosa di cui prendersi cura, che insegna la via della misericordia.
La guarigione è il rapporto umile con i propri limiti. Guarire è vivere in una costante circoncisione del cuore, è credere alla Parola di salvezza che è arrivata al nostro cuore e toccare Cristo dove ci è concesso dalla Grazia di poterlo fare. Allora si impara a prendere gli eventi negativi cercando la Grazia che c'è in ogni cosa, anche nel dolore; a relativizzare le impressioni, i pensieri, i sentimenti e a non credere alle affermazioni assolute. Si ricorda di farsi sempre la domanda: «Ma cosa conta veramente?», e si torna alle vere priorità.
La memoria costante della misericordia ricevuta insegna che la comunione vale più dell'avere ragione. Ricorda che il cuore delle persone è un mistero e che solo Dio lo conosce veramente: l'unico fatto certo è che Dio Padre ti vuole bene. Si apre così un mondo sterminato di cose belle da fare o da scoprire, di poter fare o di ricordare di aver già fatto: il mondo della nostra creatività, che va protetta con un'umiltà adulta e costruttiva.
La donna sanguinante non si era rassegnata alla sua malattia, non le ha dato l'ultima parola. Sì, il nemico vuole che noi non crediamo alla salvezza, alla guarigione, all'amore. Invece siamo nati per quello, nessuno escluso. Siamo una cosa santa e non siamo fatti per le catene; non siamo fatti per il buio, ma per la luce, e se siamo stati svenduti per l'orrore del nulla, veniamo riscattati per Grazia, senza denaro.
Guardati da quel pezzo del tuo cuore che è tuo nemico. Scuoti di dosso la polvere, quella patina di disprezzo di te stesso a cui è sano disobbedire. Alzati, corri a toccare il mantello di Cristo... e vivi!
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