Occorre abbracciare la vita reale, riconoscendola come un dono di Dio Padre e superando l’illusione dei modelli ideologici. Attraverso l’obbedienza ai propri limiti e alla propria storia, la persona scopre la vera creatività e la bellezza dell’esistere.
Ricominciare richiede di trasformare le umiliazioni e le fragilità in occasioni di grazia, scoprendo l’identità autentica nell’amore, nella maschilità e nella femminilità. Il vertice del discernimento e del lavoro sta nel servizio e nella fecondità: diventare padri e madri capaci di generare vita, gioia e custodia per gli altri, nutrendosi costantemente di bellezza e gratitudine.
Giorno Quinto
Genesi 1, 20-23
In questo giorno compare la vita. Dio inaugura la vita biologica e poi la benedice. La vita è una parola di Dio, è una sua decisione. Se cerchi quello che non c'è, è difficile che tu lo trovi; se invece cerchi quello che c'è, può finire che tu lo trovi. Non è geniale? La sfida è cercare quello che c'è, ovvero fare un viaggio nella realtà.
Ci vuole coraggio: bisogna togliere il freno interiore, quel tipo di inibizione per cui occorre sempre giustificare il proprio diritto a vivere. Ma noi viviamo, non dobbiamo giustificarci! I modelli esterni (ovvero gli idoli) sono un problema. La vita è una decisione di Dio e Lui la benedice. La vita non la si seleziona: la si accoglie. Tutti i conformismi sono un rifiuto della realtà in nome di un modello.
Tutte le ideologie sono contro lo stato reale delle cose. Come diceva Hegel: "Se i fatti non si accordano con la teoria, tanto peggio per i fatti". Ciò ha innescato un massacro in cui l'idea è valsa più della realtà, generando il marxismo e il nazismo. Invece, dietro la realtà c'è il Padre del cielo. È inutile fare guerre contro la realtà e contro la vita.
La vita è un decreto di Dio: sono vivo per sua volontà, non posso essere un evento fortuito. Non ho chiesto io di esistere, l'ho ricevuto. La vita è benedetta. C'è un mare di gente sana che di pace e allegria non ne sa niente, eppure è piena di cose belle. Occorre guardare da cima a fondo la nostra vita, dalla nascita ad oggi, e ripercorrerne i doni; parlarne con Dio. Tutti hanno un'avventura da vivere: non disperdiamo la nostra povertà e la nostra miseria, ma vediamo le cose come il luogo in cui Dio voleva operare con noi.
Qui non si tratta solo di accogliere la nostra povertà, si tratta di abbracciare la nostra ricchezza. Bisogna imparare a essere ricchi e frequentare la scuola della gratitudine. "Purificato" significa essere guarito, ma uno solo viene salvato (Lc 17 - guarigione di 10 lebbrosi): solo uno ritorna a ringraziare Gesù per la guarigione. Per vedere le cose bisogna essere allegri "escursionisti" della vita. Aprirsi alla gratitudine implica il rinnegare la tristezza. Essa è uno degli 8 "pensieri maligni" per la spiritualità della Chiesa orientale (gli altri sono equivalenti ai nostri sette peccati capitali). La tristezza è nemica della speranza.
Un esercizio utile è fermarsi ogni sera e vedere cosa abbiamo ricevuto in quel giorno: così si diventa pian piano capaci di vedere il bene nascosto anche nelle cose che sembrano più tragiche. La mormorazione è la preghiera del demonio! Bisogna dire alle persone: "Obbedisci al comando di Dio che ti ha detto di esserci, che ti ha chiamato alla vita". La maledizione è il rifiuto della nostra esistenza. Bisogna entrare in alterità con tutti gli atti di maledizione e di rifiuto della vita. La volontà di Dio è vivere: è bello vivere, è importante vivere! Questa è l'unica vita che ho. Quando mi slancio per un'altra vita — per una vita che non ho —, rifiuto e frustro la mia, perché voglio un'esistenza che non è la mia. Mi lancio in prospettive idolatriche di attesa, per aspettare di essere quello che non sono o avere quello che non ho; e così non si produce nient'altro che la psicologia della morte: entro nella maledizione di me stesso, rifiuto me stesso.
"Non aver vergogna di te stesso": c'è una vergogna che porta al peccato e c'è una vergogna che porta gloria e grazia.
Il discernimento sulla propria vocazione non finisce con la gioventù: ogni giornata dobbiamo capire a cosa ci chiama Dio. L'obbedienza alla vita asseconda la vita per come è stata stabilita. Ci sono due tipi di atteggiamenti: costruttivi e distruttivi. Disobbedire alla vita è un atteggiamento distruttivo; è una disobbedienza alla specie di vita che si è ricevuta: la propria vita unica e irripetibile, secondo le caratteristiche biologiche, esistenziali e storiche, con le occasioni e le situazioni che Dio ha deciso. Di certo la vita la trovo già determinata davanti a me.
L'obbedienza alle cose per come sono è la porta principale della creatività, anche se tutti pensano il contrario. È impossibile essere un artista senza curarsi delle leggi e dei limiti: l'arte è delimitazione, l'essenza di ogni quadro è la cornice! Nel momento in cui si mette piede nel mondo dei fatti, si entra nel mondo dei limiti. Si possono liberare le cose dalle leggi estranee o accidentali, ma non dalle leggi della loro natura. La vera creatività non è rompere le regole, ma stare nelle regole e valorizzarle. Il rifiuto del limite non sa di originalità, ma di infantilismo: ci sono alcuni che pensano di essere creativi, ma sono solo degli ignoranti. Non tutti gli artigiani sono artisti, ma di certo in tutti gli artisti autentici ci sono degli artigiani. Essere artigiani implica amore per la materia, rispetto per la materia in cui ci si cimenta.
La salvezza che arriva da Gesù non è una forzatura: è un'obbedienza che cambia tutto da dentro. Il Messia non viene violando le cose, ma entra dentro le cose: è venuto per dare compimento. La storia si cambia dal di dentro; i cambiamenti duraturi sono quelli fatti nella fedeltà. "La vita secondo la sua specie": ecco che la mia vita ha una forma da rispettare. Se voglio reinnestare il bene, devo stare sulle tracce del bene, annotare le grazie della mia vita, le mie benedizioni.
Benedizione e fecondità sono parenti strette: essere benedetti vuol dire essere fecondi, da una benedizione si produce vita. E allora guardo la mia storia e cerco quelle cose buone che mi hanno reso fecondo, che mi hanno portato a vivere, a tornare a vivere o a far vivere. Si viene al dunque: si inizia a cercare la costante grazie al suo "grazie a cose ben fatte su cose ben fatte". Ecco la propria specie. C'è un modo che Dio ha per salvarmi che ha la sua coerenza: mi prende in genere per una linea di grazia, per una chiave di salvezza. Eterna è la sua misericordia e la via del Signore è diritta, non è contraddittoria. Lo Spirito del Signore ha il suo modo di entrare nel cuore di ognuno.
Ogni coppia, per tenere bello il suo matrimonio, dovrebbe avere il "decalogo" della propria storia: l'elenco delle cose che fanno bene alla coppia, gli atti costitutivi vissuti in passato da non dimenticare, da ripetere, da cui imparare. Il bene fa bene, e più si cammina nei suoi solchi, più si sta bene. Facendo un elenco delle grazie, colgo la continuità della mia storia con calma, lasciando che mi appaia senza fretta e senza efficientismo. Il Signore ti ha dato dei doni: chi sei tu per buttarli via? O credi che Dio dia la grazia invano?
La via del Signore è dritta, non è tortuosa ma limpida. Diciamo nel Padre Nostro: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Non chiediamo un pane qualsiasi, chiediamo il nostro: mangiare il proprio pane è la via della vita benedetta. Il bene non capita per caso; e, ripetiamolo, Dio non dà la grazia invano. Se sto nel mio ruolo, bene; se vado in quel che non è mio, inciampo. In quel che non è mio farò da solo, sarà una gran fatica e non ne varrà la pena; in quel che è mio, invece, cammino con Dio perché obbedisco alla sua benedizione.
Giorno Sesto — Prima parte
Genesi 1, 24-25
La sesta giornata è la più lunga e articolata. La creazione degli animali è "cosa buona". Siamo nel viaggio che svela il codice dell'esistenza della vita terrestre. C'è un salto di qualità dal regno minerale al regno animale, senza passare per il regno vegetale. La vita sorge dalla terra: dalla terra, nel secondo racconto della creazione, si ricaverà addirittura il nome dell'uomo, Adamo, che significa "suolo", "terra".
In Genesi 3, dopo la caduta dell'uomo, Dio svela le conseguenze del suo atto: "Polvere sei e in polvere ritornerai". Il disastro del peccato è la degenerazione dalla vita alla polvere: trasformare la vita in porcheria, degradare l'esistenza a spazzatura, rovinare le relazioni e farle diventare morte, sprecare le grazie e farle diventare rottami. La prima parte del sesto giorno è come un angelo felice che fa squillare la sua tromba d'annuncio: qui si annuncia che si va dalla polvere alla vita! Con i nostri peccati noi trasformiamo la vita in morte, ma possiamo sollevare lo sguardo a Gesù, per il quale la polvere non è il capitolo finale, ma quello iniziale: Egli è Colui che riparte dalla polvere per andare alla risurrezione.
Il Mercoledì delle Ceneri è il primissimo passo di un viaggio che introduce nella Quaresima, sgorga nella Pasqua e si protrae fino alla Pentecoste. Il rito delle ceneri si risolverà nel suo contrario, nella sua negazione: la Risurrezione. In mezzo a mille povertà, scopro che devo semplicemente morire a me stesso per dare frutto, per poter risorgere nella comunione e nella gioia del vero bene altrui. E, sorprendentemente, mi ritrovo vivo come non mai, felice come non mai, me stesso come non mai! Valeva la pena di perdermi, di mollare la presa, di fidarmi.
Il processo parte dall'umiliazione, passa dall'obbedienza e arriva alla croce.
L'umiliazione
Un seme gettato nel terreno, marcendo, rinasce a vita nuova: questa è la Pasqua. "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". Le umiliazioni sono il luogo primario di crescita, sono un'occasione. Nell'umiliazione c'è un "prima" e un "dopo": esse sono un luogo pasquale, sono occasioni utili per imparare la volontà di Dio.
Ci sono due tipi di umiliazioni: quelle che meritiamo e quelle che non meritiamo. Quelle che ci meritiamo avvengono nel momento in cui la realtà ci sbatte in faccia la verità: sono i ridimensionamenti per il fatto di esserci sopravvalutati. Detto "dolore" ci umilia, ma apre le porte a un cambiamento. Scoprire un proprio peccato può fare molto male, ma è la grazia dell'inizio della guarigione da quel peccato. Quella amarezza è bene che non passi subito: ci vogliono gli amari impatti con la verità per diventare saggi. Il reale ferisce chi è fuori dalla realtà; quel che fa veramente male in queste umiliazioni è l'orgoglio.
Le ingiuste umiliazioni, di norma, sono rare e sono sempre da verificare: conviene essere molto cauti su tutte le letture dei fatti in cui ci vediamo come vittime. Un mare di gente rifiuta l'amarezza e sceglie quindi la porta larga, mentre è più difficile scegliere quella stretta. Dio è Padre, la sua paternità è onnipotenza creatrice; c'è un mistero nella storia: le cose sono condizionate dalla nostra libertà (che è reale), ma tutto resta sempre nelle sue mani, e Dio sa trarre il bene dal male. Può trarre la vita dalla polvere; e se qualcuno mi sta facendo del male, qualcun altro saprà servirsene.
Israele scrive il primo capitolo della Genesi perché ha imparato dall'umiliazione e sta incontrando, nell'oppressione, una sapienza più profonda. Fare memoria delle sante umiliazioni significa ricordare tutte le volte che la vita ci ha rimesso al nostro posto. Vanno ricordate con calma, vanno elencate.
La maggior parte delle volte in cui mi arrabbio per un imprevisto, poi la sera devo ammettere davanti a Dio che il suo era un disegno migliore del mio. Se mi ricordo quanto mi hanno fatto bene certi "ceffoni" nella vita, e se riaffiora nel cuore cosa ho vissuto quando, nelle ingiustizie, mi sono abbandonato nelle mani di Dio, ecco che la vita non mi fa più paura e posso costruire su basi solide. Nell'accoglienza di un'umiliazione c'è sempre un salto di qualità: "Chiunque si esalterà sarà umiliato, e chi si umilierà sarà esaltato".
Giorno Sesto — Seconda parte
Genesi 1, 26-31
Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza...». Maschio e femmina li creò. Dio li benedisse... Dio vide quanto aveva fatto, ed era cosa molto buona.
Siamo vicini al termine di un percorso di discernimento che ha il fine chiaro di riavviare il bene e la felicità di una persona. È la parte principale del sesto giorno: la consegna della nostra gloria, la luce sulla nostra bellezza. Il comando non è solo essere fecondi, ma anche soggiogare la terra e dominare sulle altre creature viventi. Dio crea l'uomo a sua immagine, gli dà il mandato del governo sulla terra e sulle creature, e gli comanda di essere fecondo, di moltiplicarsi e riempire la terra.
Siamo imparentati con la gloria di Dio, ne portiamo l'immagine e la somiglianza. I disastri umani si potrebbero riassumere nel tradimento più devastante: quello di tradire se stessi. Esistono due "sé": quello vero e quello falso. Se Cristo ha accettato di incarnarsi, patire, morire e risorgere per noi, non può essere che noi siamo una cosa brutta! Il mio vero sé non è un merito: sono amato di default, e questa è la mia identità. Il falso sé è tutto quello che in me non crede a questo.
Io rientro in me stesso quando penso bene di Dio, e quando lo penso come Padre. In greco, la parola usata per "patrimonio" indica la sostanza, l'essere: il figlio prodigo chiede la parte di sostanza che gli spetta e la sperpera in modo dissoluto, senza salvezza, senza via d'uscita. Vivere da dannati è la strada del nulla. In Genesi 3, il falso sé è quello che il serpente offre: "Sarete come Dio". L'immagine di Dio è impressa nella radice del nostro essere: la voglia di vivere, la voglia di amare... la gloria di Dio è l'uomo vivente! Per distruggere la vita di Eva, il serpente si occupa di distruggere in lei l'immagine di Dio: le disegna un Dio minuscolo, bugiardo, competitivo. È l'immagine di un vincente individualista, ma non è il Dio d'Israele. Se l'immagine che ho di Dio è sbagliata, corro per una strada storta. Dall'inconsapevole immagine di Dio traviata dal serpente deriva l'immagine di un maschio vincente e individualista, e ciò uccide l'amore nel cuore. Da quell'immagine di Zeus deriva anche l'immagine di una donna seducente, forte, autonoma e indipendente. Il demonio lavora di fino per impiantare in noi un'immagine sballata di Dio.
Il Figlio, il Signore Gesù, è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. Gesù mostra la gloria del Padre compiendo la sua opera, che è la Pasqua: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine". Dio è amore: questa è la sua gloria, questa è la sua sostanza. Gesù Cristo crocifisso e risorto è la visibilità di questa gloria. Se sono stato creato a immagine di Dio, secondo la sua somiglianza, allora anch'io sono amore: l'amore è la mia verità! Infatti, sono me stesso quando amo, quando servo, quando do la vita per qualcuno. Il peccato non è la mia verità, il peccato è il mio falso sé. Per Francesco d'Assisi l'uomo è una cosa bella, non è un peccatore in quanto tale, ma "è nel peccato"; quando esce dal peccato, torna se stesso. Io sono prezioso e i miei errori non definiscono la mia verità. "Trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi beni e la compra": Cristo è venuto a cercarmi e, quando mi ha trovato, ha dato tutto per comprarmi, ha versato il suo sangue per avermi. Dunque io sono una perla preziosa per Cristo! Perciò, come diceva Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura! Cristo sa cosa c'è dentro l'uomo, solo Lui lo sa".
Il peccato è il tradimento della mia verità, è la svalutazione della mia bellezza: mi svende, mi disgusta, mi allontana dal Padre lasciandomi senza figli. Se non è Dio a dirmi chi sono, io sprofondo nel nulla.
Allora è bene che io accolga quel che Dio dice di me. Occorre porsi la domanda lentamente: "Chi sono io per Te, Dio?", e poi inspirare, rimanendo in ascolto per il tempo necessario affinché arrivino le lacrime, arrivi la verità, arrivi il pentimento, arrivi quel che Dio vuole che arrivi.
Il vero sé è maschio e femmina.
La vita nasce dall'incontro tra maschio e femmina, e chi nega questo incontro nega la vita. È stato un decreto di Dio a darmi la mascolinità o la femminilità.
Per mascolinità, devo corteggiare la mia sposa, devo amarla con tutta la mia forza maschile, devo sorreggerla, sorprenderla, farla sentire amata, compresa e custodita; non la devo deludere, devo essere il suo baluardo. Lei mi deve trovare pronto, devo essere affidabile, ed è una gioia vederla sorridere. Prendermi cura di lei è la cosa più bella della mia vita. Lei è feconda e mi rende padre: io so fecondare e lei sa concepire. Devo tirare fuori il meglio di me per lei, perché io vivo per lei: questo è essere maschio, e l'ha insegnato Cristo. Egli mi ha amato così. Se sei un maschio e ti innamori, quello che dai alla tua sposa ti sembra sempre troppo poco.
E come brilla la gloria di Dio in tante meravigliose sorelle: splendide, soavi, sapienti, geniali, belle, con una capacità sublime di sostenere i loro uomini, con una pazienza che mai un uomo saprà avere, con uno sguardo premuroso che capisce quello che c'è veramente da capire delle cose e delle persone! Sono energiche di una forza che non è muscolare, ma è la capacità di reggere l'impatto della vita (nessun maschio reggerebbe un parto!). Dentro ogni donna c'è una madre tenerissima e insieme seria, che va alla sostanza. E con quanta benevolenza guardano gli uomini, che sanno essere così superficiali e infantili! Le donne sono costitutivamente profonde e interiori, a partire dalla loro sessualità, e custodiscono l'amore vero verso la vita.
Il serpente è astuto e attacca la donna perché, attaccando lei, attacca la vita. Se crolla lei, crolla tutto: distruggere la donna è distruggere l'umanità. Che mondo sarà quello in cui chi è donna rinuncia a essere madre? E se le donne non ci mettono la tenerezza, dove andremo a prenderla? Se le donne non amassero la vita, chi mai ci insegnerebbe a farlo? L'amore è fatto di particolari, di attenzioni, di pause, di attesa, di consolazione, di accoglienza: e questo è il cuore femminile. Il maschile ha un'energia tutta sua, che sa esplorare, proporre, aprire, custodire; il femminile ha la sua forza specifica, che sa intuire, accogliere, accudire, rassicurare, lasciar crescere. Dio non ha creato l'uomo solo maschio o solo femmina, ma "maschio e femmina li creò": e il plurale "li creò" specifica che sono frutto dello stesso unico atto. L'uomo è in relazione, e quella congiunzione indica che nel suo codice c'è la nota della sponsalità. La vita umana nasce dall'incontro tra maschile e femminile: ogni atto umano o è aperto all'amore e alla comunione, o è nell'inganno.
Il dominio.
Il senso della parola "dominio" intende che la signoria dell'uomo è una posizione di potere concessa da Dio, che deve servire all'ordinamento divino. Il dominio dell'uomo deve risultare positivo per la parte dominata; esercitandolo, l'uomo deve dare buona prova di sé in quanto uomo, restando umano. Capiamo quindi che il dominio non è padroneggiamento, ma buon governo, servizio, valorizzazione. Dominio, potestà, governo: l'uomo (maschio e femmina) è dotato di una sua potestà. Per questo è grave la frase di Caino: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Sì, certo! La rivalità e la competizione sono l'abominio delle relazioni, perché ogni uomo è custode di qualcuno, ogni donna lo è. C'è sempre un bene che io posso fare e che posso fare solo io, nessuno al mio posto: è il luogo in cui sfodero le mie abilità.
La bellezza.
Questo serve per svegliarsi e non perdere il treno della bellezza. È bello entrare nelle cose, è bello fare le cose bene: più le fai bene e più ne sei contento. È bello vedere qualcuno felice per un servizio che gli hai reso; ed è bello pure se non ti ringrazia nessuno, perché lavorare è bello in sé. Lavorare è amare: il nocciolo del lavoro è il servizio, non il guadagno. Il guadagno è la conseguenza, non la sostanza del lavoro. Lavorare solo per guadagnare è la patologia del lavoro: se il lavoro non è orientato alla bellezza del servizio, l'unico giorno che ha senso è quello in cui ti pagano. Esercitare la propria abilità è bello: costruisci qualcosa e tutto diventa bello. "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: 'Siamo servi inutili'". Il lavoro è bello per se stesso: ho delle abilità, le metto in atto e salvo qualcuno.
Hai una moglie? Amala. Hai un figlio? Crescilo. Hai un amico? Frequentalo. Hai un corpo? Curalo. Sai far bene una cosa? Falla. Hai una cosa da fare? Falla meglio che puoi. Prenditi la fiducia che Dio ti accorda, fai tutto, fallo davvero, perché vale la pena, perché questo è vivere! È bello vivere secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri.
Generare.
Lo stadio ultimo del discernimento è generare vita: è un cammino dalla solitudine alla relazione. L'amore è la luce che guida, l'amore è la vera priorità; ogni ispirazione è un movimento d'amore perché viene dallo Spirito Santo, che è Amore. Il parametro di tutto è la vita altrui, è la fecondità. Il termine ultimo è che io sia padre o madre. Il viaggio della persona umana va da figlio a padre, da figlia a madre. Diventare padre è il traguardo della maturità maschile; diventare madre è la compiutezza dell'evoluzione femminile. Un figlio è uno che riceve, un padre è uno che dà; una madre è una che cura, una figlia chiede cura. La paternità/maternità richiede un salto: richiede la perdita di sé, la fine dell'autoreferenzialità.
Attualmente molte ragazze sono attrezzate per il matrimonio, mentre pochi ragazzi lo sono: e questo è tragico. In crisi, oggi, sono i maschi, ma questo lo pagano le donne.
La madre è un "sì", il padre deve saper essere un "no". Il padre e la madre sono come una porta: difesa dall'esterno e protezione all'interno. Il mondo ha bisogno di padri, ci mancano gli adulti; corriamo il rischio di madri onnipresenti, onnipotenti, onnivore. Sono gli altri che mi rendono me stesso: sono i figli che fanno diventare padri. Uno diventa mio figlio nel momento in cui ho pianto per lui, ho sofferto per lui. Solo l'amore spiega la nostra esistenza, solo l'amore mi identifica: quando servo, fiorisco.
Tutti gli atti individualisti sono menzogna, si chiamano peccati, sono una struttura della natura umana decaduta. Il peccato non è la verità, il peccato è menzogna sulla vita umana. Dio è Padre e, in quanto Padre, è Creatore ed è onnipotente; Dio è Padre ed è relazione. Se non ti arriva una Parola tu non sei; se non fai arrivare una Parola a nessuno, non sei. Il peccato ci convince che noi siamo o dobbiamo essere a prescindere dagli altri.
Il punto d'arrivo di tutto è la fecondità, cioè la vita altrui: che qualcuno esista grazie a te, che qualcuno cresca a casa tua, che qualcuno sia felice a casa tua. Questa è la fecondità. Vedendo arrivare il mio ultimo giorno, mi chiederò se ho fatto qualcosa di buono per qualcuno; avrò vissuto veramente solo se potrò rispondere di sì. La vera domanda è: "Per chi sono io?".
Per ricominciare occorre rompere: rompere con la trasandatezza, sbarazzarsi dalle false priorità, smettere di rifiutare i limiti, disobbedire alle suggestioni, non seguire le maledizioni, non farsi imbrigliare in quel che non è proprio, spezzare le immagini facili di Dio e di sé, non invidiare la capacità altrui. La ricostruzione finisce nella fecondità: siamo partiti dalla nostra vita e approdiamo nella vita degli altri. La nostra guarigione è la felicità altrui. L'unica gioia è quella che procuri, l'unica ricchezza autentica è quella che doni. Le cose che possiedi e che non riesci a regalare sono loro a possedere te; invece le cose che regali sono quelle che tu possiedi davvero, perché decidi tu di farlo, e lo si vede dal fatto che le puoi regalare.
Verso il settimo giorno
Genesi 1, 29-31
Alla fine del sesto giorno, il dono è il cibo. È il culmine dell'atto della creazione, il segno della provvidenza paterna di Dio. Il rapporto padre-figlio passa per il pane (tema centrale anche nella preghiera del Padre Nostro e nell'Ultima Cena). Gesù è il Pane disceso dal cielo e il Paradiso è presentato come un banchetto.
Bisogna nutrire la vita bella e alimentare il bene. "Si chiamerà Emmanuele: mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e scegliere il bene". Rigettare il male ed eleggere il bene: questo succede quando il discernimento funziona. Mangiare ciò che è buono e nutriente serve per arrivare alla sapienza: è così che si diventa saggi. Se uno è cresciuto con cibi genuini, ne ha nostalgia per tutta la vita; così occorre crescere un bimbo con il senso della bellezza, introducendolo pian piano alle cose più belle e più vere. Se una persona è abituata all'limpidezza, le cose torbide la annoiano. È dal bene che si impara: se vuoi apprendere una cosa, vai da chi la sa fare. Per restare nella bellezza, occorre nutrirsi di bellezza.
Un ultimo esercizio: fare l'elenco delle cose che ci fanno bene. La Chiesa è sempre stata un luogo d'arte. Mettiamoci accanto alle persone sagge, a quelle umili, a quelle che sanno amare, per restare nella bellezza. "Ed era cosa molto buona" aver creato l'uomo. Qualunque padre ha questo compito: insegnare ai figli la strada della loro bellezza e della loro bontà, che è molta.
"Vale la pena di essere uomo perché Tu, Gesù, sei stato uomo."
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