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mercoledì 16 novembre 2011

Il "caso" Galileo

Galileo Galilei di Vittorio Messori* - 19/01/2008

Stando a un'inchiesta dei Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. 

Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti. 

Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. 

Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano. 

Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. 

In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero. 

Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia. 

Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l'incompatibilità tra scienza e fede. 


Torture? carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello". 

Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa". 

Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!". 

*tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana Ed. Paoline, Milano 1992, cap. 178-180, pp. 383-397.

Perchè sui libri di storia se ne parla così poco?

Tratto da Wikipedia


Storia
Nati durante il periodo degli zar e probabilmente fondati da Pietro il Grande, erano usati come campi per i detenuti politici anti zaristi e personaggi scomodi. Dopo la rivoluzione bolscevica avvenne la liberazione di tutti i prigionieri, ma nel 1917 Lenin annunciò che tutti i "nemici di classe", anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali [...]

Questi venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose per lo stato: criminali comuni, prigionieri della Guerra civile russa, funzionari e malversazione, nemici politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi proprietari terrieri.


Numero di prigionieri
L'evoluzione del numero dei detenuti nel Gulag (1930-1953) [...]
I flussi di entrata e di uscita dai campi erano molto consistenti; il numero complessivo di detenuti fra il 1929 e il 1953 è di circa 18 milioni. Nell'ambito più ampio dei "lavori forzati", si devono aggiungere circa 4 milioni di prigionieri di guerra, 700.000 detenuti nei campi di smistamento ed almeno 6 milioni di "confinati speciali", cioè Kulaki e altri contadini deportati durante la collettivizzazione, per un totale di 28.700.000.
[...]
Secondo Nicolas Werh, storico francese del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, nel libro Storia della Russia nel Novecento alle pagine 318-9 si legge testualmente: «Le stime del numero di detenuti nel Gulag alla fine degli anni trenta variano tra i 3.000.000 (Timasheff, Bergson, Wheatcroft) e i 9-10.000.000 (Dallin, Conquest, Avtorkhanov, Rosefielde, Solzenicyn). Gli archivi del Gulag, confermati dai dati dei censimenti del 1937 e del 1939, dai documenti dei ministeri della Giustizia, dell'Interno e della Procura generale, danno una cifra di circa 2.000.000 di detenuti nel 1940 (circa 300.000 nel 1932, 1.200.000 all'inizio del 1937) a cui si aggiungono più di 1.500.000 deportati. Il numero cumulativo di ingressi nel Gulag durante gli anni 1930 diventa, tenuto conto dell'alta rotazione dei detenuti, di circa 6.000.000 di persone».
[...] Le assurde quote di produzione, la brutalità, la fame e la durezza di condizioni furono le principali ragioni dell'alto tasso di mortalità dei Gulag, che raggiungeva in molti campi anche l'80% nei primi mesi.
[...] I detenuti erano spesso costretti a lavorare in condizioni disumane.
[...]
« Per fare le camere a gas, ci mancava il gas »(Aleksandr Isaevič Solženicyn)

venerdì 19 agosto 2011

Meglio dare l'esempio anzichè parlare...

   Nella vita di tutti i giorni, frenetica e fulminea, è difficile fare il punto della situazione della propria esistenza. Spesso facciamo male a coloro che ci stanno attorno solo perché ci dobbiamo sfogare. Inoltre l'abitudine ci impedisce di guardare oltre, ci fa soffermare su quelle piccolezze che non amiamo negli altri.
   Io sono il primo a cadere in fallo. Sono il primo a dimenticarmi come sia meglio dare l'esempio anziché criticare a parole; sono il primo a evidenziare i difetti degli altri, addirittura senza accorgermene.
   In cuor nostro, se siamo convinti che un certo comportamento sia giusto allora mettiamolo in pratica per primi, anche se sembra controcorrente. Chi ci sta attorno ci ringrazierà di non essere "implacabili giustizieri", ma verrà influenzato da noi, dal nostro comportamento, pian piano, sottovoce. Nel silenzio è più probabile che emergano i sentimenti migliori.
   In effetti è più facile dire cosa si dovrebbe fare "teoricamente" anziché metterlo in pratica, soprattutto quando riguarda noi stessi. Se un amico secondo noi sbaglia, non obblighiamolo a parole a correggersi, ma mostriamogli con l'esempio quale sia la via giusta: Sì è proprio ciò che devo iniziare a fare!

mercoledì 2 marzo 2011

Tanto così!

Anni fa conobbi un bimbo che, nei suoi “discorsi” per descrivere una cosa grande apriva le braccia al massimo dell’estensione oppure apriva le manine mostrando le dieci piccole dita. Quindi diceva: “Tanto così!”

Nella mia vita personale sfrutto questa espressione per indicare, a braccia aperte, quanto voglio bene alla mia fidanzata. Le dico “tanto così” aprendo le braccia e lei mi risponde altrettanto. So che può sembrare un giochino banale e infantile, ma è molto bello e sincero.

Lo scorso Febbraio, ho partecipato alla veglia dei fidanzati in Duomo. In questa circostanza sono rimasto colpito, come ogni volta, dalla bellezza del Duomo di Modena, ed in particolare del suo interno, solitamente molto buio. Al centro nella navata centrale c’è il Crocifisso, che non è una “statua” (tridimensionale) ma è un dipinto (bidimensionale) appeso al soffitto. Questo dipinto rappresenta un Cristo che ancora non è morto, ha gli occhi aperti e rimane “staticamente” diritto sulla croce. Le sue braccia sono dritte e non piegate dal peso del corpo. Queste braccia tese mi hanno ricordato il gesto di quel bimbo che apriva le braccia al massimo e diceva “tanto così”.

Il paralleo è stato inevitabile: Gesù si è donato per noi sulla croce perchè ci ha amato e ci ama “tanto così”, immensamente ed eternamente. E' sempre interessante come nella vita e nei gesti di tutti i giorni gli "indizi" che portano a lui siano sempre presenti...

giovedì 24 febbraio 2011

Fate questo in memoria di me

“Fate questo in memoria di me” dice Gesù istituendo l’Eucaristia (1Cor 11,23-25; Lc22,19-20; Mt26,26-29; Mc14,22-25).

La fedeltà all’Eucaristia, è, per il credente, il momento centrale della sua adesione a Gesù.
Il Battesimo è il seme. L’Eucaristia è il frutto, il centro della vita e del culto della Chiesa.
Nell’Eucaristia si ha la manifestazione più alta di Dio che santifica il mondo in Gesù ed è la risposta di fede più aperta e significativa con cui la Chiesa rende culto a Gesù. Gesù è la nostra Pasqua e il pane vivo; mediante la sua carne animata dallo Spirito Santo ridà la vita agli uomini che sono invitati a offrire al Padre se stessi, il proprio lavoro e tutte la cose create.
Gesù nell’Eucaristia si fa tutt’uno con i credenti. Questa intima comunione tra le persone divine e la Chiesa, tra Trinità e cristiano, si compie anche negli altri sacramenti, ma in modo eminente nell’Eucaristia, perché con essa Gesù ha voluto realizzare la Nuova Alleanza tra Dio e il suo popolo.
Lc 22,20 -> allusione alle antiche profezie Ger 31,31-33. Con il suo sangue versato Gesù da compimento a questa alleanza tra il Padre, i discepoli e l’umanità, Gesù pone il suo sangue. Lui si dona in atto d’amore al Padre e ai suoi fratelli di carne c’è ora un vincolo nuovo.
Nell’Eucaristia il popolo di Dio si incontra con Gesù, garante di questa comunione-alleanza è lo Spirito Santo (Ez 36,26-27).

Rivestiti di grazia “rendiamo grazie”. La celebrazione è lode e ringraziamento alla Trinità. Per questo la Chiesa sin dai suoi inizi ha chiamato questo sacramento “Eucaristia”, ovvero rendimento di grazie.
L’Eucaristia anticipa il grande banchetto del regno, verso il quale la Chiesa pellegrina su questa terra, è diretta. Nell’Eucaristia Gesù è qui ora, presenza che è anticipo di quel Regno che verrà alla fine dei tempi quando tornerà glorioso per portare a compimento ogni cosa. L’Eucaristia si colloca sulla linea che va dal mistero pasquale di Gesù alla Parusia (compimento finale della salvezza 1Cor 11,26; Lc22,14-18).
Vero cibo e vera bevanda. Gesù non ci dona pane e vino come simbolo del suo corpo e del suo sangue, ma si fa nostro cibo nella realtà del suo corpo (Mt26,26). L’Eucaristia non è solo un gesto di buona volontà dei credenti che esprime comunione con Dio e con gli uomini, ma è il segno visibile della presenza reale di Gesù e del suo sacrificio.
Gesù si fa presente realmente sotto le apparenze del pane e del vino per unire a se in comunione di vita quanti ne partecipano. Una vita che è germe e inizio di risurrezione (Gv 6,48-51,54-57).
Gesù è presente nella sua Chiesa in diversi modi:
-nell’assemblea riunita (Mt 18,20)
-nella sua parola
-nei sacramenti (in cui agisce e mediante lo Spirito Santo salva il suo popolo)

Nessuna di queste presenze è così piena come nell’Eucaristia. L’Eucaristia contiene Gesù ed è “come la perfezione della vita spirituale e il fine di tutti i sacramenti” (San Tommaso).
Il Concilio di Trento ha accettato il termine “transustanziazione” per esprimere la conversione singolare e mirabile di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Gesù.
L’Eucaristia è il segno più evidente della comunione stabilita tra Dio e i credenti. Dalla comunione nasce la comunità, che trova nella partecipazione al corpo e al sangue di Gesù il suo momento culminante.
Comunità generata dall’amore di Gesù fattosi servo dell’uomo. Gesù che nell’ultima cena lava i piedi agli apostoli, è il comandamento d’amore tradotto in pratica (Gv13,14-15,34).
L’Eucaristia, memoriale del sacrificio di Gesù, impegna i cristiani a vivere la comunione eucaristica in una comunità che opera secondo l’esempio di Gesù, per una solidarietà nuova che non ha modelli perfetti sulla terra.

Non si va all’Eucaristia perché già viviamo la piena comunione con Gesù coi fratelli, ma perché vogliamo arrivarci in grazia del suo Spirito. La comunità riunita per l’Eucaristia supplica il Padre perché mandi il suo Santo Spirito a santificare pane e vino da essa offerti, e li faccia diventare corpo e sangue di Gesù dopo la Consacrazione. La comunità prega per divenire segno di comunione (offerta viva in Gesù).
Ciò che abbiamo visto, contemplato,mangiato, non dobbiamo solo annunziarlo, ma viverlo rendendo Eucaristia tutti i nostri rapporti col mondo. Il vero culto a Dio è la vita secondo la carità “fino alla morte”. Come Gesù è in comunione con Lui.
La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa. Nella Messa, la Chiesa massimamente si realizza in maniera visibile.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Chiesa e Domenica

La Chiesa.
La sapienza e l’amore di Gesù hanno scelto un altro corpo per starci vicino: è la Chiesa, in cui il Risorto si rende presente e vive. La Chiesa, la comunità di credenti innestati in Gesù , nella quale Egli continua la sua incarnazione, è il suo sacramento. Qui, in forza del suo Santo Spirito, ci incontra ed entra in dialogo con noi. Non c’è Chiesa senza Gesù e Gesù senza Chiesa: non c’è capo senza membra. Senza la Chiesa Egli sarebbe solo un profeta del passato. Nella Chiesa è il Dio con noi, l’Emmanuele.
La Chiesa è impegnata a custodire la fede e ad annunziarla, ad agire nel mondo come Gesù, con gesti resi efficaci dallo Spirito Santo da essa invocato. Nella Chiesa Gesù continua ad associare a se gli uomini, li santifica col dono dello Spirito Santo e li rende capaci di trasformare il mondo.
Al centro di questa azione sacramentale della Chiesa c’è l’Eucaristia. Il popolo di Dio infatti si edifica e cresce nel rinnovamento del gesto insegnato e comandato da Gesù (Lc 22,19). Nell’Eucaristia la Chiesa è redenta e resa una cosa sola nel corpo e nel sangue di Gesù, mediante l’azione dello Spirito Santo, per essere offerta al Padre, in un inno di ringraziamento.

La domenica.

Non c’è Chiesa senza liturgia, tramite la quale lo Spirito edifica la Chiesa e la spinge verso il futuro di Dio, che essa prefigura e pregusta.
La salvezza non è approvazione individuale, ma evento vissuto nella comunità che spezza il pane dell’Eucaristia e della carità fraterna.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Ecco l'uomo

“Ecco l’Uomo”. Pilato presenta “profeticamente” Gesù alla folla. Gesù è veramente l’uomo nuovo che attraverso la via della croce, assunta su di sé, ricostruisce nell’uomo la dignità e l’immagine perduta.
Nella notte di Pasqua dal portale nel buio avanza la fiamma del cero pasquale simbolo di Gesù risorto. “Luce di Cristo”proclama tre volte il celebrante. A quella fiamma ciascuno accende la propria candela, per poi levarsi il grido della Risurrezione dall’assemblea. Lo stesso grido che corse all’alba del terzo giorno tra i discepoli: “il Signore è risorto!” È un’esperienza decisiva per i discepoli: la fede ricreata in loro cancella ogni smarrimento e sconforto. La Risurrezione di Gesù diventa un fatto della nostra storia. Passione, morte e risurrezione sono un unico mistero di salvezza, dalla morte alla vita,che si allarga alle dimensioni dell’eternità.
Un fatto realmente avvenuto: morte e risurrezione sono il compimento del progetto annunciato dalle Scritture. L’annuncio dei profeti si è avverato in Gesù. La storia di Israele doveva approdare a Lui, e da Lui riparte per raggiungere, attraverso i discepoli, gli uomini di tutti i tempi.
I discepoli testimoniano, a costo della vita, che la resurrezione è realmente avvenuta. Come la vita d’Israele e la sua salvezza derivano dall’Esodo dall’Egitto, così la vita nuova della Chiesa proviene dalla Risurrezione, senza la quale essa non esisterebbe e la sua fede sarebbe vuota.
La Resurrezione è un intervento diretto di Dio nella storia , al pari della sola creazione, e lo si può accogliere solo nella fede (non scientificamente) [Cor 15,11-14]
L’annunzio della Resurrezione va trasmesso e conservato: Gesù di Nazaret e il Signore risorto sono la stessa persona .
Gesù introduce ad una vita senza più morte. Ora ha un corpo vero, ma senza i condizionamenti di un corpo mortale, ormai libero dalle leggi della materia, incorruttibile e glorioso. Gesù ha accettato, per amore, il passaggio nella morte, e dalla morte Dio l’ha liberato. Tramite la Resurrezione di Gesù comprendiamo in pienezza che il lieto messaggio del Regno di Dio in mezzo agli uomini, il suo Vangelo, è questo: la vita, Cristo risorto, ha vinto la morte; l’uomo è redento, il regno si instaura. Mediante lo Spirito Santo siamo rinnovati dall’interno, diventiamo figli di Dio,e grazie al Figlio, eredi del regno. Gesù, vincitore della morte, vincerà anche la nostra morte. Da Gesù ha inizio la speranza.
La Pasqua è l’evento decisivo della fede cristiana.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”

Il memoriale

Pane e vino sono la base del pasto, per la Bibbia sono il nutrimento dell’uomo. Trasformati dalla parola di Gesù nel suo “corpo offerto” e nel suo “sangue versato”, essi sono la sua stessa persona che si dona per la salvezza degli uomini. Gesù è vero cibo e vera bevanda, offerto ai discepoli perché partecipino al sacrificio della sua stessa vita.
Come recita la liturgia, pane e vino “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per la parola di Gesù vengono ad essere “cibo di vita eterna” e “bevanda di salvezza”. Nel pane e nel vino si riassume la fatica umana, liberata dal peso del peccato per entrare a far parte del disegno di Dio.
L’ultima cena di Gesù non è un addio:è un anticipo della sua Risurrezione. Quel corpo dato e quel sangue versato acquistano nella Passione quel senso di una reale donazione alla morte, perché da essa spunti la vita.
L’ultima cena è l’anticipo del memoriale che la Chiesa celebrerà come segno dell’offerta di Gesù (Lc22,19). È preludio del banchetto del Regno quando, alla fine dei tempi, si realizzerà l’unità della famiglia umana e di tutta la natura (Mt26,29). Tra la Pasqua di Gesù e la Pasqua eterna c’è un tempo in cui i discepoli (la Chiesa) e l’umanità saranno in cammino.
Il memoriale è il ricordo che rende presente nel rito la morte e resurrezione. Il gesto di donazione di Gesù rivivrà nei sacramenti, per incarnarsi nell’esistenza umana dei credenti, a testimonianza dell’amore di Dio per il mondo
Dal cenacolo Gesù passa nell’Orto degli Ulivi: è preso da angoscia e solitudine. Anche i dodici lo lasciano solo: gli apostoli che non riescono a pregare sono ancora carne. Gesù obbediente al Padre fino alla morte, è spirito che riesce ad assoggettare la carne, al prezzo di una sofferenza indicibile.
Gesù non va a Gerusalemme per combattere e coprirsi di gloria, ma per essere vittima dell’odio e della gelosia dei potenti. È consapevole di ciò che lo attende: sa che il suo comportamento attira inimicizie e gelosie (risentimento delle autorità religiose).
Per Gesù tutto ciò rientra nella visione della storia della salvezza. Non è sfrontatezza verso il dono della vita: Gesù soffre atrocemente nella carne e nello spirito e sperimenta in tutto il suo essere il dolore e la solitudine dell’uomo. Gesù va incontro alla morte con piena libertà e decisione come atto supremo di amore nei confronti del Padre e degli uomini.
I pochi che sono stati responsabili della sua morte sono i rappresentanti del peccato universale. Gesù è morto a causa dei peccati di tutti gli uomini e per la loro salvezza.

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo”.

Il compimento nell’Eucaristia

(Gv 13,1) La passione e la morte di Gesù Cristo esprimono nel modo più efficace il senso della sua esistenza terrena e tramanda nel mondo, nel modo più incisivo, la memoria del suo amore.
La sua “ora” è il compimento, è il tempo di passare da questo mondo al Padre, di essere da lui glorificato, di morire per portare frutto (“Se il chicco di frumento non fosse caduto a terra, non sarebbe fruttificato”Sant’Agostino).
L’ora della croce è il Battesimo del sangue per Gesù: lascia il mondo per tornare al Padre. Passa dalla condizione umana (mortale) alla condizione di vita in Dio.
I quattro vangeli descrivono approfonditamente la morte di Gesù. Le prime comunità cristiane ritennero indispensabile per la nuova fede evidenziare insieme alla risurrezione la morte dolorosa di Gesù (nonostante la vergogna e lo scandalo della crocifissione).
San Paolo predica Cristo crocifisso anche se suona scandalo e stoltezza per molti (1 Cor). La Gloria di Dio e la salvezza dell’uomo passano per la debolezza, la sconfitta e la morte.
Per Giovanni la Gloria di Gesù consiste nel consegnarsi liberamente alla morte, per amore di Dio, come agnello immolato per il peccato degli uomini.
L’ ultima cena è il preludio della Passione. Per gli Ebrei, la cena, il banchetto sono segni della comunione tra Dio e l’uomo. I sacrifici di comunione si offrivano al tempio di Gerusalemme e comprendevano il banchetto: i presenti mangiavano la vittima offerta a Dio e si sentivano in pace, in comunione con Dio e tra di loro. Anche Gesù usa l’immagine del banchetto (Mt 22,2). Nella Bibbia, l’abitudine quotidiana di riunirsi per mangiare insieme diventa anticipo di una realtà futura non ancora conosciuta.
Da memoriale della liberazione dalla schiavitù, da lode, benedizione e rendimento di grazie (Eucaristia) per le opere di Dio nell’Esodo, diventa segno di attesa della nuova Pasqua, della liberazione definitiva, la Pasqua del Regno.
L’agnello era simbolo della liberazione: il suo sangue cosparso sulle porte degli Ebrei li aveva scampati dal flagello abbattutosi sull’Egitto e aveva consentito loro di mettersi in viaggio verso la Terra Promessa. Gesù spiega agli apostoli che lui è il nuovo Agnello pasquale immolato per tutti.
Israele con il sangue delle vittime suggellò la sua alleanza con Dio; ora Gesù, con il proprio sangue, sancisce l’alleanza nuova, non più scritta sulla pietra delle tavole di Mosè, ma nei cuori degli uomini.
Il corpo offerto e il sangue versato sono il gesto manifesto di un amore infinito.(Lc 22,19-20)

Tratto dal catechismo per gli adulti “Signore da chi andremo?”

LA PRESENZA DI DIO, tratto dalle lettere di Fra Lorenzo

Per arrivare a Dio basta un cuore che si dedica a Lui e lo ama. Conversiamo continuamente, francamente, direttamente e semplicemente con Dio, per sentirne la presenza necessaria ad ottenere le sue grazie e i suoi soccorsi.
Confidiamoci e abbandoniamoci a Dio e facciamo con gioia la sua volontà, seguendo la sua via per ben comportarsi nella vita, lasciamoci giudicare dal suo amore senza interessi.
Se in questa vita si vuole godere del Paradiso, bisogna abituarsi al colloquio famigliare, umile e amoroso con Dio. Il nostro spirito non si deve allontanare. Il nostro cuore deve diventare un tempio in cui lo si adora.
La presenza di Dio deve essere naturale. Manifestiamola nell’amare i nostri amici, ma ricordando sempre il primo, Il Signore.
Pensiamo e parliamo a Dio nella giornata, nelle attività, nel divertimento, non lasciamolo mai solo… gli amici non si lasciano soli.
Siamo cristiani, in una parola il nostro mestiere: pensare e adorarlo sempre. Cerchiamo incessantemente la felicità tramite il Vangelo e la nostra fede.

La presenza di Dio nella DIFFICOLTA’ e nel DUBBIO
Non bisogna mai stancarsi di bussare alla Sua porta. Chiediamo aiuto, soccorso, una grazia, che Dio non manca mai di concedere per affrontare la vita. E’ importante consolarsi in Lui e chiedergli aiuto nelle decisioni difficili (nei dubbi) per conoscere la sua volontà e fare bene le cose che ci chiede di fare, per infine offrirgliele come dono. Dio ci aiuta se quello che si fa è per Lui, e lo scopo è quello di operare per il suo amore. Ci si santifica se quello che prima facevamo per noi ora lo facciamo per Dio. Se si è vicini a Dio, e si è con lui, non si teme più nulla, non si hanno più dubbi e tristezze.
Dio non guarda alla grandezza delle opere ma all’amore.

La presenza di Dio nel DOLORE
Il dolore è una prova dell’amore per Dio. Nel dolore non bisogna perdere la presenza di Dio, perché è Lui che ci da la forza di sopportare il dolore con cui ci intende provare. Farsi coraggio, non rassegnarsi e non abbandonarlo, offrire la propria sofferenza e chiedere la forza di sopportarla, intrattenersi con lui e ringraziarlo per le grazie ricevute: queste sono le azioni da compiere nella sofferenza.
Nel dolore dobbiamo quindi chiedere la grazia, con la quale tutto si semplifica, e dobbiamo rimanergli fedele in tutte le circostanze.
La fede deve essere il fondamento della nostra fiducia: la fede ci avvicina a Dio, ce lo fa toccare con mano, perché Lui c’è sempre, non ci lascia soli, non si allontana mai anche se noi ci allontaniamo. Quando Dio trova un’anima piena di fede la ricolma di grazie.
L’amore raddolcisce qualunque pena, a tal punto che, se siamo abituati alla presenza di Dio tutte le malattie del corpo sono più leggere e la sofferenza con Lui diventa un dolce paradiso; mentre i più grandi piaceri, senza Dio, sarebbero una pena crudele, un inferno.
Noi siamo sue creature che Dio può umiliare con infinite pene. In questa condizione non ci si stupisce se ci capitano mali, tentazioni e contraddizioni dal prossimo: bisogna sottomettersi e sopportare finché piacerà a Dio.
Nel dolore non si deve quindi chiedere a Dio di liberarci dalle pene e dai mali del corpo, ma di darci la forza di soffrire coraggiosamente finché a lui piacerà: consoliamoci in Lui, e ci libererà quando sarà più opportuno.
La gente considera le pene più gravi insopportabili a causa del falso punto di vista da cui le considera: si considerano le malattie come malanni naturali, non come una grazia. Una volta capito che tutto viene dalla mano di Dio, Padre pieno d’amore anche se ci affligge e ci umilia, tutta l’amarezza scompare e rimane la dolcezza.
Lui ci è vicino nell’infermità e nella malattia: è Dio il vero medico, è l’unico che da sollievo ai mali, anche se spesso lascia le malattie del corpo per guarire quelle dell’anima.


La presenza di Dio nella quotidianità
Per sentire la presenza di Dio è indispensabile avere fiducia, sapendo che Egli può rimediare a tutto, non ci abbandona e non ci inganna.
Durante il giorno, bisogna occuparsi di Lui, cercarlo e non pensare solo ai suoi doni, ricordando di allenare sempre lo Spirito, perché nella fede a fermarsi si retrocede. In questo modo si è veramente liberi e felici.
Dio è presente in mezzo a noi (e di questo non ne dubitiamo) e non lo dobbiamo cercare altrove lasciandolo solo, ma allontaniamo tutto ciò che non è Lui, sapendo che se non lo facciamo ne sarà dispiaciuto.
Per sentire il suo amore, esercitiamoci a confessare i peccati e le mancanze verso Dio, a riferirgli ogni nostro atto. Chiediamogli la grazia con fiducia, senza guardare ai nostri peccati (anche se ci vergogniamo di confrontare i nostri peccati con la Sua grazia) e confidiamo nei suoi meriti. Noi capiamo che lui ci ama perché, invece di punirci, ci abbraccia nella sua bontà e ci fa sedere alla sua Mensa. Accorgiamoci però delle nostre mancanze e pentiamoci nell’amore di Dio, altrimenti la confessione è inutile. Attendiamo poi con speranza la remissione dei peccati.
Dio è da considerare come un giudice (sentirsi peccatori davanti a lui), e come un padre (nostro Dio).

La presenza di Dio nella PREGHIERA e nella PENITENZA
Le penitenze e le preghiere servono ad arrivare a Dio mediante l’amore. Non importa che le nostre preghiere siano complesse, quello che Dio gradisce è che esse siano semplici, di poche parole e recitate col cuore. Questa attività è anche più semplice e la si può attuare più volte nella giornata.
Ricordiamoci inoltre che non c’è bisogno di gridare per farsi sentire da Dio, Lui è più vicino di quello che pensiamo, se in fatti preghiamo in suo presenza, Lui ci è vicino.

La nostra volontà e il male
Il male nasce dai pensieri inutili, il rimedio è  parlare con Lui, amarlo, e non occuparsi di futilità, il nostro spirito deve rinunciare a ciò che non è Lui e che ci allontana, per amor Suo. Agiamo nella fede con amore e umiltà, camminando verso Dio.
Nel momento della tentazione rivolgiamoci a Dio, e rinunciamo a tutto ciò che non tende a lui. C’è differenza fra le azioni dell’intelletto e della volontà: le prime sono poca cosa, le seconde tutto. La mente è vagante e la volontà è la direttrice delle nostre forze, che vanno richiamate verso Dio. Quando il nostro spirito vaga, l’unico rimedio è confessarlo e umiliarcene davanti a Dio. La volontà deve poter richiamarlo alla mente tranquillamente senza offenderlo. Senza di lui non possiamo nulla. Ma se siamo veramente fedeli saremo incapaci di offenderlo e genereremo in noi una santa libertà. Per eseguire la sua volontà gli unici mezzi sono la fede, la speranza e la carità. Tutto è possibile a chi crede, ma di più a chi spera, di più a chi ama e di più a chi esegue tutte e tre le virtù.

Gesù ed Eucaristia (per bambini)

Breve storia della vita di Gesù per i bambini che si preparano alla Prima Comunione.
Cittanova(MO) 2011.

Ho presentato questo testo ai bambini con le parole chiave mancanti.
Si sono divertiti un mondo, animati dallo spirito di competizione.

Dio è un papà invisibile, il papà di tutti noi.
Siamo tutti fratelli di un solo Padre.
Noi abbiamo un papà e una mamma, un famiglia vicino a noi.
Inoltre abbiamo un papà, Dio, una mamma, Maria, un fratello Gesù, una famiglia la Chiesa,e l’amore e la forza, lo Spirito Santo. Ma non si vedono…
Dio è una persona invisibile e vive in cielo, ma è vicino al nostro cuore. Dio è presente anche se non lo vediamo. Non dobbiamo avere paura, perché non siamo mai soli… Accanto ad ognuno di noi c’è un angelo custode.
Dio ha creato l’universo e anche l’uomo. L’uomo lo ha fatto simile a lui: è la sua creatura migliore. Ha creato tutto per amore dell’uomo. Quando non rispettiamo l’amicizia tra Dio e l’uomo commettiamo peccato. Chi ci tenta a fare il male è il diavolo, il grande nemico di Dio e dell’uomo.

A un certo punto della storia, Dio manda un uomo, Figlio di Dio, di nome Gesù. Egli è il dono più grande di Dio agli uomini.
Dio manda l’arcangelo Gabriele da Maria, il quale le annuncia la nascita di Gesù.
Nella sua vita Gesù insegna a tutti come “vedere” Dio e lo chiama “Padre Nostro”. Gesù è il dono di Dio. Gesù fu annunciato da tanti profeti (uomini con cui Dio aveva un grande rapporto di amicizia).
Maria è la mamma che Dio ha scelto per Gesù. Lo sposo di Maria è Giuseppe, e il suo mestiere è il falegname. Maria e Giuseppe vivevano a Nazaret. Noi festeggiamo la nascita di Gesù a Natale, dopo esserci prepararti per 4 settimane, chiamate Avvvento. Gesù nasce in una grotta a Betlemme. I pastori e i re Magi, guidati da una stella, arrivano ad adorare Gesù
Il cattivo re Erode è il primo nemico di Gesù.
La vita di Gesù è raccontata nel Vangelo, che significa buona novella. Gesù venne battezzato, all’età di trent’anni, da Giovanni il Battista, nel fiume Giordano. Da quel giorno Gesù inizia ad insegnare a tutti la parola di Dio. Gesù compie tanti miracoli perché è figlio di Dio. Gesù è sempre molto vicino ai più deboli. Da a loro una nuova speranza.
Gesù ha 12 amici che lo seguivano: gli apostoli.

La Messa, che celebriamo ogni Domenica, è il memoriale del sacrificio di Gesù. Gesù ha offerto la sua vita per noi. Memoriale significa rivivere, rendere presente.
La Messa si celebra di Domenica perché in quel giorno Gesù è risorto. Un Sacramento è un segno della grazia di Dio, istituito da Gesù per renderci santi.
Il Battesimo permette di cancellare il peccato originale. Col Battesimo diventiamo figli di Dio.
La Penitenza o Confessione è il sacramento per cancellare i peccati commessi dopo il Battesimo.

Gesù è risorto ed è tornato al fianco del Padre, dopo la morte in croce per prepararci un posto vicino a Dio, nel regno dei cieli.
Gesù è chiamato anche Signore, oppure il Messia, perché ci salva dal peccato. Noi possiamo farci perdonare i nostri peccati con la Confessione.
A Pasqua riviviamo la morte e risurrezione di Gesù.
Gesù verrà crocifisso nella città di Gerusalemme. Si trovava in quel posto perchè voleva festeggiare la Pasqua ebraica.
I simboli di questa festa sono l’agnello e il pane non lievitato, che gli ebrei, schiavi in Egitto, mangiarono la sera in cui Dio li liberò, con l’aiuto del loro “condottiero” Mosè. Dopo tanti anni di cammino nel deserto gli ebrei arrivarano nella Terra Promessa.
Gesù conosce la sua missione, e sa che dovrà morire per la salvezza dell’uomo, per liberarlo dalla schiavitù del peccato.
Il Giovedì santo Gesù è assieme ai suoi apostoli per consumare l’Ultima Cena. In quella sera Gesù fa quei gesti che oggi il sacerdote ripete durante l’Eucaristia: spezzare il pane, simbolo del suo corpo, e offrire il vino, simbolo del suo sangue, offerto in sacrificio per la Nuova Alleanza.
Quest’anno noi bambini riceveremo per la prima volta la Comunione, detta anche Eucaristia, il sacramento più importante per i cristiani.
Eucaristia significa rendere grazie a Dio.

L’apostolo Giuda tradirà Gesù. L’apostolo Pietro rinnegherà Gesù 3 volte. Essi sono il simbolo dell’infedeltà dell’uomo.
Dopo cena, Gesù esce con gli apostoli e si dirige verso il monte degli Ulivi, per pregare Dio. Ma gli apostoli si addormentarono.
Quindi Gesù viene catturato e arrestato da una folla guidata dai sommi sacerdoti. Gesù viene consegnato al Sinedrio (tribunale ebraico).
Il mattino seguente fu consegnato a Ponzio Pilato, il governatore romano. Egli non capisce le accuse a Gesù, ma la folla preferisce liberare il malvivente Barabba. Così Pilato condanna Gesù alla croce. Ora gli apostoli hanno paura. Intanto Gesù viene preso in giro, e viene vestito da re con un mantello rosso e una corona di spine.
Al mattino viene caricato della croce per essere condotto sul Golgota, una collina. Gesù senza forze viene aiutato da Simone di Cirene.
Arrivati sul Golgota, Gesù viene crocifisso e sulla croce viene attaccata la scritta INRI, che in latino significa “Gesù il Nazareno, re dei Giudei”.
Accanto a lui crocifiggono anche due ladroni. Uno buono e uno cattivo.
Ai piedi della croce c’è Maria, sua madre e Giovanni, il discepolo amato. Venuto mezzogiorno si oscura tutta la terra e fa buio per tre ore.
Un discepolo di Gesù, Giuseppe di Arimatea, avvolgerà il corpo di Gesù in un lenzuolo, lo metterà in un sepolcro scavato nella roccia e lo fa chiudere con un masso.
Due giorni dopo alcune donne si recano al sepolcro e vedono che il masso è rotolato via. Gesù, il Cristo, è risuscitato dai morti il terzo giorno dopo la sua morte. 

domenica 30 gennaio 2011

L'eterna diatriba tra bene e male, tra giusto e sbagliato.

L'indecoroso spettacolo che ci sta riservando la cronaca politica di questi tempi è sotto gli occhi di tutti. Penso che non sia nemmeno necessario commentare una situazione del genere, tanto è palese.
La questione che maggiormente mi preoccupa è la reazione delle persone: tutti sono diventati irreprensibili giudici. Tutti accusano e tutti giudicano. Siamo così permeati dalla mentalità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, che diventiamo cechi giudici e severi moralisti.
"Chi è senza peccato scagli la prima pietra". Ci siamo resi conto che siamo in una società che da sempre osanna il "machismo", l'individualismo, l'essere liberi e libertini? Non c'è bisogno di essere sapienti per notarlo. Oggi l'uomo vuole il successo, il denaro, le donne, relega la dimensione spirituale a puro "passatempo privato". Tuttavia, ora, gli stessi che hanno desiderato e che desiderano tutto questo, sentenziano e fanno i moralisti.
Non si tratta di difendere una persona particolare. Non si tratta di difendere la politica. La politica fatta da queste persone, figlie del nostro tempo, non può che essere caricatura della società attuale (esaltazione dell'odio, dell'individualismo, dell'interesse personale). 
La speranza è che questa situazione sociale faccia riflettere gli uomini che, anzichè divenire pubblici accusatori, possano diventare silenziosi operatori di bene, a partire innanzitutto dalle proprie famiglie, e di conseguenza, nella società. E' opportuno guardare dentro noi stessi per capire i motivi di questo declino delle nostre civiltà "avanzate".

martedì 30 novembre 2010

Preparate la via del Signore


Giovanni Battista suona la carica. Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!! Giovanni è esempio di attesa e di preparazione al Natale. Col suo battesimo voleva dirci che occorre convertirsi per accogliere il Salvatore. Già oggi per la nostra fede siamo cristiani, ma ogni giorno dobbiamo diventarlo seguendo Gesù.
Il Signore viene continuamente in mezzo a noi per alimentare la nostra speranza di salvezza. Lo possiamo rifiutare o accogliere. Lo si accoglie nel suo insegnamento e nelle persone che abbiamo accanto. Gesù viene per tutti, e viene per salvarci. Solo con la pace e la riconciliazione possiamo prepararci alla sua venuta. Ora, non siamo soli, viviamo insieme alla gente questo momento: impariamo a perdonarci e ad amarci, come figli di Dio.
Il cristiano è colui che aiuta Gesù affinchè il suo progetto di salvezza sia vivo sulla terra. Il cristiano è colui che vive nel presente e guarda al futuro, cercando di essere un testimone credibile del Vangelo.
L’Eucaristia è la “vitamina” dei cristiani: i ricorda che siamo fratelli in una grande famiglia e figli di un solo Padre. Riusciamo a vivere intensamente il rapporto col Padre se siamo in pace e in comunione con gli altri.
Il profeta Isaia è colui che annuncia Giovanni come la «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» Isaia aspira ad una società perfetta come esigenza di fraternità e comunione. (tratto da Isaia 11,1-10) “Un virgulto germoglierà e su di lui si poserà lo spirito del Signore; Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire, ma giudicherà con giustizia e prenderà decisioni eque. La sua parola sarà la sua arma, così che il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto...“
(tratto da Matteo 3,1-12) Giovanni il Battista predicava nel deserto, gridando: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Giovanni era un grande, ma umile, profeta del Signore. Egli contestava il comportamento dei suoi contemporanei («Razza di vipere!»), ma tutti andavano da lui per ascoltare e per essere battezzati per il perdono dei peccati. Giovanni annunciava Colui che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” e chiedeva la conversione del cuore.
Non crediamo che basti avere fede ed essere battezzati per essere salvi. Occore cambiare vita, essere umili, avere coraggio, aprire le tende che abbiamo davanti agli occhi e che non ci permettono di vedere la luce della vera speranza. Sforziamoci di migliorare: il cristiano spera in un futuro migliore e deve impegnarsi a costruirlo. E’ importante individuare le strade storte (dubbi, paure, individualismo) per scegliere la “retta via” con l’aiuto di Dio, il quale vuole solo il nostro bene.
(tratto dalla lettera ai Romani 15,4-9) “Grazie alle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Dio ci aiuta ad avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti di Gesù, perché uniti possiamo rendere gloria a Dio Padre. Così come Gesù ha accolto e si è fatto servitore, anche noi dobbiamo accogliere e servire gli uni gli altri”
Letture II Domenica d’Avvento 2010: Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

domenica 7 novembre 2010

Domenica ed Eucaristia

Il latino "dies dominicus" è il giorno del Signore. Il greco "eucharisto" è il rendimento di grazie.

La Domenica è il cuore, il primo giorno della settimana, è il luogo primordiale dell'Eucaristia, memoriale della morte e resurrezione di Gesù Cristo, il quale si è donato per la nostra salvezza.

Domenica ed Eucaristia sono l'incontro col Signore risorto: insieme celebriamo la sua Pasqua, punto focale dell'identità cristiana.

Domenica ed Eucaristia formano un circolo di fede: la Domenica senza Eucaristia sarebbe un giorno qualunque; l'Eucaristia senza la sua proclamazione nel giorno del Signore perderebbe di forza.

Benedetto XIV nell'esortazione apostolica "Sacramentum Caritatis" l'ha definita il sacramento della carità.

"1. Sacramento della carità, la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo. In questo mirabile Sacramento si manifesta l'amore « più grande », quello che spinge a « dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13). Gesù, infatti, « li amò fino alla fine » (Gv 13,1). Con questa espressione, l'Evangelista introduce il gesto di infinita umiltà da Lui compiuto: prima di morire sulla croce per noi, messosi un asciugatoio attorno ai fianchi, Egli lava i piedi ai suoi discepoli. Allo stesso modo, Gesù nel Sacramento eucaristico continua ad amarci « fino alla fine », fino al dono del suo corpo e del suo sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico!" Benedetto XVI - Sacramentum Caritatis.

Perchè la Domenica è definita l'ottavo giorno? La Domenica è un giorno nel tempo e oltre il tempo. Quello che avviene è un evento più grande della storia stessa. Il futuro di Dio irrompe nel presente che stiamo vivendo per presentarci il mondo di comunione appartenente alla sola eternità.

Occorre partecipare alla messa Domenicale per una questione di identità: dal precetto si può evandere, ma non dalla propria identità.

Contro l'individualismo di oggi, la Chiesa propone, tramite l'azione dello Spirito Santo, la duplice traformazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo, e del corpo eucaristico in corpo ecclesiale. L'Eucaristia è viva se vissuta assieme alla propria comunità, la quale, con l'aiuto dello Spirito, diventa offerta gradita a Dio.

L'evangelista Giovanni non narra dell'ultima cena, ma dell'evento della lavanda dei piedi: anche quest'ultimo esempio del Gesù che si dona.

Riflessioni tratte dal discorso del Vescovo di Modena, mons. Lanfranchi, in occasione del Convegno Diocesano dei Ministri Straordinari della Comunione Eucaristica 2010.

lunedì 11 ottobre 2010

Don Filippo è nostro!

Dopo una lunga celebrazione di circa 2 ore Don Filippo Guaraldi è il nostro nuovo parroco di Cittanova. E' il terzo in un secolo. Il Vescovo ha riservato docili parole per il giovane sacerdote, ed ha incoraggiato la comunità a trattarlo come un "dono di Dio"
Ieri Filippo era visibilmente emozionato, ma aveva con se la famiglia, gli amici e gli ex parrocchiani di Vignola che lo hanno accompagnato fino alla vigilia di questa nuova esperienza.
Don Filippo non avrà un compito facile: a Cittanova ci sarà molto da lavorare sia a livello di strutture e che a livello di comunità. Dio ha operato a favore del nostro paese, che sembrava quasi dimenticato negli ultimi dieci anni: le nostre preghiere non sono state vane.
L'affetto che hanno dimostrato i parrocchiani di Vignola ci ha fatto capire di quanto Don Filippo sia stato prezioso ai loro occhi.

Lc 11,9-11. "9 Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 11 Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe?"

sabato 25 settembre 2010

“Cos’è la vita?” - quattro chiacchere col nonno.

“Quando il Duce mi fece fare la guerra” così iniziano sempre i racconti di mio nonno Lazzaro. E’ il racconto della sua storia che, periodicamente, continua a ripetermi quando lo vado a trovare. Subito la Jugoslavia, poi la Libia, quindi la Tunisia per il ritorno in patria. Qui appena partito, il suo aereo venne colpito dagli Alleati. Miracolosamente si salvò, e dopo l’ultimo attacco ricevuto a Pisa, tornò a casa, nella campagna reggiana. Subito non pensava di cercare moglie per avere una famiglia. Erano tempi difficili, in cui la miseria era molto diffusa. Un giorno però in contro “la Maria”, la sua futura sposa, una donna “molto intelligente, ed eccezionale”. Si sposarono ed ebbero tre figli: Gigliola, Gianni e Gabriella. Quando Gabriella aveva solo 9 mesi, Maria, arrampicatasi su un albero per raccoglierne le foglie da dare agli animali, cadde e rimase paralizzata agli arti inferiori: aveva solo 37 anni. Qualche mese dopo, nacque Annarita, mia madre.
Con i suoi occhi azzurri, inumiditi dal ricordo, mio nonno mi guarda e mi chiede: “Cos’è la vita?”. Ha attraversato la miseria, la guerra, la fame, il lavoro duro nei campi e nella vigna, la disgrazia. Non sapevo che rispondere. Mi incalaza dicendo: “Meno male che c’è la fede, altrimenti tutto questo non avrebbe senso...”. “Come ha ragione”, pensai. E’ vero: senza fede, le esperienze che ci capitano nella nostra vita non avrebbero senso, se non viste nell’ottica di quel Cristo che è morto sulla croce per la salvezza di tutti. La vita può essere un calvario, ma la consapevolezza che Dio si è abbassato verso l’uomo, fino a soffire e morire come uno schiavo, ci da la forza di credere che questa vita non è l’ultima risposta alla domana di mio nonno. Ci sarà qualcosa di più, dopo. Saremo finalmente uniti, in pace e in comunione, con tutti i nostri cari e con Dio.
E qui penso a quanto l’escatologia cristiana sia una risposta credibile alle domande dell’uomo.
Le ideologie degli ultimi secoli hanno dato sempre e solo risposte limitate o insignificanti alle domande dell’uomo. Ha ragione Pascal quando dice che “Gli uomini, non potendo guarire la morte e sperando di essere più felici hanno deciso di non pensarci”. “
Ora mio nonno ha 93 anni e non ha paura di morire. Sa che quel giorno ritornerà dalla sua Maria per abbracciarla in eterno senza più soffrire.

domenica 5 settembre 2010

Don Filippo Guaraldi è il nuovo parroco di Cittanova

Con grande gioia e felicità, al ritorno dalle vacanze estive abbiamo ricevuto una bellissma e inaspettata notizia: dopo tanti anni Cittanova avrà il suo sacerdote. E' DonFilippo Guaraldi, che verrà ufficialmente insediato il giorno 10 Ottobre alle ore 17.00 durante una celebrazione eucaristica presieduta da S.E. Mons. Antonio Lanfranchi, alla quale seguirà un piccolo rifresco aperto a tutti. Occorre partecipare a questo momento per gioire insieme del grande dono che è stato fatto alla parrocchia!


Ecco il suo messaggio di presentazione:


Carissimi tutti,
mi chiamo Filippo Guaraldi e dal 10 ottobre sarò il vostro parroco; ora vi scrivo da Roccapelago mentre sto aspettando che i ragazzi del post cresima si sveglino...
Adesso dovrei scrivere qualcosa di me, ma prima voglio lasciarvi un’impressione che ho ancora fresca e che è questa: i ragazzi di Cittanova sono i migliori del mondo. E’ vero che li ho appena conosciuti, ma l’impressione che mi hanno fatto è stata davvero ottima; pertanto ringrazio il Signore per questo campeggio di fine estate che considero come il più bel dono che mi potevate fare.
In questa prima occasione che ho per presentarmi non vorrei tanto far un curriculum vitae (anche se so che è qualcosa di inevitabile), bensì vorrei far mia quella citazione di san Agostino che dice: con voi sono cristiano, per voi sono prete.
Detto questo vi dico che son nato il 1\6\70, son stato battezzato da don Giuseppe Dossetti il 30\9\70. Ho svolto le scuole statali e mi sono diplomato al liceo scientifico Wiligelmo, mi son laureato in Scienze Naturali e ho lavorato un anno come insegnante d’appoggio e un altro anno come analista chimico. Poi, subito dopo la Giornata Mondiale dei giovani del 1997, sono entrato in Seminario, anche se gran parte del mio iter da seminarista l’ho trascorso al Collegio Alberoni di Piacenza, dove ho potuto avere il nostro attuale vescovo come mio professore. In quel collegio ho incontrato dei seminaristi di tante parti del mondo e ho potuto conoscere il carisma di San Vincenzo, (l’attenzione ai poveri e la cura della formazione cristiana specialmente per i futuri sacerdoti). Sono stato ordinato prete da mons. Monari nell’Epifania del 2004. Ho avuto come primo incarico quello di cappellano a Fiorenzuola d’Arda, dove ho fatto anche l’assistente scout, il cappellano dell’ospedale e dove ho avuto la fortuna di entrare in contatto con la casa della carità, voluta dal vescovo Luciano, le case-famiglia fondate da don Oreste Benzi e l’associazione di volontariato San Vincenzo. Son poi approdato a Vignola nell’estate del 2008, e qui il mio orizzonte si è allargato, avendo avuto modo di conoscere meglio il mondo dell’Oratorio, quello degli scout e, in parte anche quello della scuola, avendovi insegnato un anno. Durante l’ora di religione nella scuola media “Muratori” ho letto dal primo capitolo all’ultimo il Vangelo.
Per chiudere questa mia presentazione voglio infine dirvi che, se dovessi scegliere un motto questo sarebbe “esser umile e aver molto rispetto per tutto e tutti”. Questo sentimento lo trovo molto presente nell’inno alla Carità di 1 Co.13, come pure in 1 Gv.3,16-24 e in Fil.2,2-4.