5. Perdonare le offese
Perdonare le offese e sopportare pazientemente le persone moleste sono gesti di misericordia gratuita, che non presuppongono che l’altro capisca.
Si apre qui il capitolo dei "falsi perdoni", che sfociano inevitabilmente in due paludi: l’ipocrisia e la superficialità. Senza il perdono per il male ricevuto ci si blocca, si cammina fermi sul posto e non si va oltre. Tutto ciò che non perdoniamo resta dentro di noi come un sepolto vivo; nessun rapporto umano autentico è possibile senza perdono. Di fronte alle offese cerchiamo di mettere in atto una rimozione forzata, oppure di negarle, o ancora di "capire" l’altro; ma l’opera del perdonare non riguarda la semplice buona volontà umana.
La psicanalisi è una cosa buona e doverosa, ma ha una sua specifica pertinenza: riguarda l’equilibrio, non la felicità.
Il fuoco che alimenta la difficoltà umana a perdonare si chiama ira. È facile scivolare da vittime a vittimisti: il desiderio di giustizia si tramuta in giustizialismo e le ferite sanguinanti aprono la porta a forme di sadismo. Da queste dismisure si nota il rischio ulteriore che l’ira irrisolta corre: giustificazione razionale della perdita del senso del limite.
Il problema è che perdonare implica guarire. La tortura del ricordo del male ricevuto cristallizza la persona in un dannoso piangersi addosso. Molte persone scambiano l’amore per il soccorso con l’assistenzialismo, che in realtà foraggia solo il proprio ego. Per il desiderio di giustizia la gente si rovina la vita, perché la comparazione — frutto dell’invidia — inizia a misurare ogni cosa.
L’altra deriva è l’aspirazione alla punizione: il classico "gli sta bene!".
Negli scatti d’ira le persone arrivano a violenze inaudite: chi non perdona non trova pace.
Solo Dio può perdonare. Il perdono è un iper-dono, cioè un doppio dono: è il potere proprio di Cristo di prendere l'offesa, la croce e il dolore che noi gli diamo e restituirceli mutati in perdono, contraccambiandoli come Redenzione. Questa è la Pasqua! Abbiamo bisogno di guarire da tutto il male che abbiamo subito, così come dobbiamo guarire da tutto il male che abbiamo compiuto.
Se qualcuno ha assaggiato la pazienza di Dio, non ne può più prescindere e non se ne sente mai all’altezza; ma questa non è una sensazione schiacciante o opprimente: è stupore, gioia, sorpresa e felicità per qualcosa che è immensamente più grande di noi. Diventiamo debitori e stiamo davanti al Padre dicendo: "Non ho amato quanto dovrei amare, non ho dato quanto dovrei dare, molto spesso per paura o per ansia, e mi sono tenuto la vita per me". A quel punto iniziamo a partire da Dio. Ora: o rifuggiamo orgogliosamente la nostra debolezza, oppure la consegniamo alla misericordia di Dio. Passare la vita a cercare di dimostrare che siamo all’altezza delle nostre sfide si chiama fariseismo; la nostra vera natura è quella di un debitore perdonato.
Quanta gente passa la vita recriminando, puntualizzando e amareggiando sé e gli altri! E quanta bella gente, invece, esiste: profonda, umile, esperta nell’arte della gratitudine e dell’allegria.
Nella Genesi c’è una storia meravigliosa di perdono: la riconciliazione di Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, con i suoi fratelli. L’argomento di Giuseppe è sublime perché guarda la storia dalla prospettiva della Provvidenza: "Il male che mi avete fatto è stato preso e messo da Dio nel suo piano di salvezza per tutti noi. Se voi avete pensato di farmi del male, Dio ha pensato di farlo servire a un bene".
Accogliamo così quella luce che ci pone nella santa condizione di chi è consapevole di aver ricevuto tanto: è vivendo della generosità di Dio che si diventa capaci di perdonare.
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
Se una persona ha incontrato Dio nella sua vita, stare con Lui non è una regola a cui sottomettersi, ma la sua gioia e il suo piacere. Tuttavia, sopportare senza soluzione di continuità la molestia, il fastidio, il disturbo e l’interruzione reiterata sono cose che sfibrano anche il più benintenzionato dei "molestati". Sopportare significa "sostenere pazientemente": c’è dentro il patire, la sofferenza.
Sopportare pazientemente è un’opera che spesso liquidiamo con una pratica ipocrita: la "tolleranza" moderna, politicamente corretta e alla moda. I portatori di atteggiamenti politicamente corretti, quando scattano, sanno diventare feroci perché si sentono nel giusto e credono che tutto sia loro giustificato.
Un’altra attitudine assai diffusa è il buonismo: "Faccio il buono, ti sopporto; tu fai schifo — sia chiaro — ma io no". Non si stabilisce una relazione autentica con i buonisti, perché nei fatti non sono buoni: buono e bello è invece entrare in relazione, sporcarsi le mani, arrabbiarsi e reagire quando occorre.
C’è poi il servilismo: i servili si appiattiscono sotto i molesti sperando di ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza, ma sono soltanto codardi.
Infine c’è il "marpionismo", l’attitudine al doppio fine: una sconfitta a volte è una buona strategia (un buon stratega sa perdere qualcosa per ottenere ciò a cui tiene), ma questo genera gli yes-men che circondano i potenti.
Le persone non cambiano personalità dall'oggi al domani. Se il "sopportare" ("io ti sostengo, sto dalla tua parte") si riduce a una semplice virtù della pazienza umana, alla fine diventa uno sforzo assurdo. La pazienza è uno stile: occorre essere magnanimi, cioè dall’animo grande. Fermiamoci a considerare questi aggettivi: mansueto, calmo, paziente, tollerante, generoso, nobile, e i loro contrari: aggressivo, frettoloso, impaziente, intollerante, avaro, vile. La magnanimità è la capacità che si rende autentica di fronte agli errori altrui, dando al prossimo la possibilità di pentirsi, di ravvedersi e di ritrovare il meglio di se stesso.
La radice di tutto è Dio, un’opera di vita eterna in sinergia con lo Spirito Santo: chi non crede nell’Eternità non possiede la pazienza di Dio, perché resta schiavo del tempo. Nel libro dell’Apocalisse, colui che ha ansia, che è infuriato e impaziente è il maligno. La pazienza di Dio è la sua Eternità: ha a cuore l’uomo e la sua salvezza, e gli accorda tutto il tempo che ci vuole per ottenerla. Per poter dare tempo agli altri bisogna possederlo; per dare abbondanza agli altri bisogna avere ricchezza dentro di sé. Si tratta di capitalizzare ciò che riceviamo, appropriandoci del tempo che Dio ci dà come spazio della sua misericordia e della sua pazienza.
Dio non ci tratta secondo i nostri peccati né secondo quello che meriteremmo, perché è nostro Padre e un padre protegge il figlio. A volte percepiamo Dio come lontano da noi, ma nell’apparente "assenza di iniziativa" da parte sua c'è il grido della sua pazienza. Con la misura con cui misuriamo sarà misurato a noi in cambio. Dio ha mostrato suo Figlio sulla croce per perdonarci mentre lo uccidevamo: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".
Siamo tutti debitori davanti a Dio. Dalla memoria della presenza di Dio sorgono la dolcezza, la lentezza all'ira e la pazienza verso il prossimo. Una parola detta è efficace se è magnanima. La magnanimità non porta a tacere sul male: la pazienza spinge a dire quello che c’è da dire, ma lo fa perché l’altro è un fratello prezioso e non lo si vuole perdere.
Discernere, edificare e compiere cose grandi richiedono un atteggiamento costruttivo e tanta pazienza. L’arte dell’edificare è emblematica in tutta la Scrittura.
"Non saremo così più fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina nell'errore" (Ef 4,14).
Nei fastidi che gli altri ci arrecano, essi interrompono qualcosa che stiamo facendo, frantumano il nostro assetto e disturbano un nostro progetto. Per amare un fratello che ci molesta mentre facciamo qualcosa di santo, bisogna amare lui più della cosa che stiamo facendo (anche se è una cosa santa): la Chiesa non si identifica con i progetti, ma con la carità. Che cosa mi sta chiedendo una persona molesta? Mi sta chiedendo di interrompere il corso dei miei piani. E se Dio si servisse proprio di questa persona? Se Dio, per interrompere il piano della nostra vita (che è il nostro e non il suo), usasse proprio le persone moleste?
Il ritmo di Dio è la pazienza, la lentezza all’ira. Lo Spirito Santo ci parla dell’opera di Dio: riceviamo lo Spirito per vedere come Dio opera nella nostra vita. L’impaziente è colui che non sa aspettare. Dio non dà alcun permesso di peccare, ma sa trarre la vita dal male, sa trarre la vita anche dall’offesa. Il punto è smettere di fissare la persona molesta e iniziare a guardare Dio: questo significa edificare. Per questo ci vuole lo Spirito Santo. Il combattimento è sempre lo stesso: passare dalla propria mente alla Provvidenza.
Dio, nella sua misericordia, ha previsto che l’uomo sia libero, e questo implica che nel mondo ci possa essere il peccato; il peccato ci arriva addosso, spesso per mano di qualcuno. Gesù Cristo accoglie il male e lo restituisce come perdono, mentre noi consideriamo il male solo come un errore da scansare. Molte volte frustriamo il piano di Dio su di noi, contrastiamo lo Spirito Santo e vanifichiamo le grazie che ci manda; ma Egli "ricalcola il percorso" ogni volta, riprendendo la strada per salvarci lo stesso, malgrado le nostre resistenze.
La pazienza non è passività o rassegnazione, ma significa valorizzare quel concreto patire affinché diventi attesa. Prendere la croce è il secondo atto: il primo è rinnegare se stessi, cioè accettare che ciò che si pensa non è assoluto, essere liberi dai propri progetti e dalla propria vita. Un bambino sa essere molesto perché cerca la nostra attenzione; i giovani sanno essere molesti perché cercano paternità, cura, sguardo e sapienza: è giusto che la chiedano, e speriamo che non si stanchino di chiederla e non si scoraggino trovando in noi freddezza.
San Francesco d’Assisi diceva: "Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto". La pena che trovo sulla mia strada mi è persino piacevole perché so che mi condurrà al bene. Si vive per amare. Sono nato per conoscere e servire il Signore in questa vita e nell'altra, e per lasciarmi amare da Lui. Anche se qualcuno mi dà fastidio, quello è il mio banco di prova, la strada dove io cresco. Le persone insopportabili mi insegnano la Sapienza e sono in funzione della crescita del mio cuore, se io decido di crescere.
Costruire l’amore implica pazienza: l’amore vero è fedele e quello di Dio è eterno; il nostro mira a diventarlo. Per vincere una gara, ad un atleta in allenamento si mettono intenzionalmente delle difficoltà: così è per noi. Vogliamo arrivare ad amare come Gesù Cristo, e poi ci lamentiamo se Dio ce ne dà l’occasione?
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti
Il bene è di per sé di ben più ampio respiro rispetto all’attività di un singolo individuo: la Chiesa è un corpo unico e siamo tutti uniti. Le cose che facciamo devono nascere dalla preghiera. Cristo ha salvato il mondo, e Gesù non si muoveva mai senza partire dalla preghiera: spesso si ritirava sul monte a pregare da solo prima di agire, perché nella preghiera scopriva la sua direzione. Egli ha pregato per me anche sulla croce. Noi diciamo spesso "ho le mani legate, non posso fare niente": Ebbene, Lui aveva le mani inchiodate e ha salvato il mondo intero.
Pregare Dio per i vivi e per i morti è la specifica preghiera di intercessione. La preghiera richiede amore, e l’amore è un movimento che va da me all'altro passando per il dialogo con Dio. L’amore è necessario alla preghiera di intercessione per due ragioni: per Colui che supplichiamo (Dio) e per coloro per cui supplichiamo (i vivi e i morti).
Dio guarda il nostro cuore e non ci darà mai qualcosa che non chiediamo sul serio. Chiedere significa implorare e, allo stesso tempo, credere che l’altro abbia il potere di esaudirci. Siamo come un esercito di figli che, con fiducia incrollabile, supplicano il loro buon Padre, proprio come fa un bambino che vuole a tutti i costi una cosa dalla mamma e la assilla finché non la ottiene. La preghiera è un paradossale "combattimento" con Dio.
Purtroppo, il nostro stato di autoreferenzialità e individualismo — ben più preoccupante di qualsiasi deriva formale o liturgica — ci porta a osservare i problemi degli altri e del mondo con algida distanza; altre volte, al contrario, ci limitiamo a una partecipazione sentimentale ed occasionale. Nella preghiera ci vuole amore, perché le grazie passano attraverso l’amore e il mondo viene salvato dall’amore.
Pregare Dio per i vivi e per i morti significa dimenticarsi di sé e centrare tutta la propria attenzione e il proprio desiderio sulla necessità dell’altro. Questa azione sgorga quando constatiamo la nostra impotenza.
Pensiamo al caso dei genitori: i figli bisognerà perdonarli mille volte, e Dio solo sa quanto possa ferire un figlio e quanto i figli sappiano essere molesti. Ma c’è un momento in cui un genitore scopre di non poter più fare nulla per suo figlio, perché il figlio non lo ascolta più, non lo sopporta, lo accusa di cose incomprensibili, lo scansa. Il figlio deve crescere e diventare autonomo: va rispettata la sua libertà, altrimenti resta un bamboccio. Quando il genitore accetta di non poter più "fare" nulla per il figlio, in quel giorno può e deve mettersi a fare preghiere, digiuni ed elemosine per lui. Questo è puro amore, pura gratuità: è essere genitori fino in fondo.
Abbiamo dei limiti, e riconoscere questo limite apre alla preghiera. Tante volte vorremmo convertire il cuore delle persone, ma sappiamo che non è in nostro potere: possiamo solo offrire il nostro cuore a Dio. Quanto è difficile accettare di essere riposti nel nostro ruolo di semplici creature!
Ogni cristiano è un sacerdote, ha accesso al cuore di Dio perché è suo figlio e può intercedere per il mondo intero e per tutte le persone. "Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte" (1 Cor 12,31).
I surrogati delle opere di misericordia spirituale sono privi del rapporto con Dio: sono scimmiottature che mancano di profondità. Quando non c'è il cuore dietro all'atto che compio, è perché manca la preghiera: l'azione parte da me stesso e non da Dio, e quello che offro risulta mediocre.
La Misericordia è la ricchezza di Dio, non la mia. Se le opere di misericordia non nascono dall'intimità con Dio, restano solo filantropia orizzontale, limitata dal senso di giustizia e dal proprio perfezionismo, senza toccare il segreto dell'anima.
Le opere di misericordia, corporali e spirituali, hanno bisogno dell’invisibilità della preghiera. La preghiera è un atto che non cerca riscontro davanti agli altri: è un segreto.
"Solo l'amore crea!" è la celebre frase che San Massimiliano Kolbe pronunciò prima di entrare ad Auschwitz. L'amore non solo vince l'odio, ma dà una forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo. Nella vita cristiana la cosa fondamentale non è il cosa, ma il come: la cosa più incisiva è con che cuore facciamo le cose.
Alla preghiera si arriva attraverso l’angoscia, la povertà, i nostri limiti, la nostra impotenza e le nostre necessità. Dio ci ha fatto il dono dell'angoscia affinché ammettiamo di non bastare a noi stessi, di aver bisogno di Lui e di dover chiedere aiuto. Troppo spesso da questa angoscia ci difendiamo alienandoci. Ma quando ti fa male il cuore per qualcuno che soffre o che hai perso, allora preghi veramente per lui, e sei disposto a rinunciare a ciò che è tuo perché Dio lo aiuti.
L’amore non nasce dalla pancia piena o dal comfort. È lì che arriva la premura, da debole a debole: la misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la anima, e la nostra povertà, una volta amata, diventa essa stessa Misericordia.
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