1. Consigliare i dubbiosi
La vita è una serie di bivi e di scelte, e c'è sempre il rischio di attraversare una fase di indecisione. Il relativismo denunciato dagli ultimi Papi è una cultura in cui si equiparano tutte le opzioni e dove la libertà viene scambiata per la banale ed egoistica possibilità di scelta.
La libertà è molto di più: richiede il possesso completo di se stessi, il principio di autodeterminazione, ossia la capacità di determinarsi, porsi dei confini e sapersi dire dei "no" e dei "sì" reali, autentici ed efficaci. Chi non sa dirsi dei "no" e deve soddisfare ogni propria voglia non è libero: è una persona in fase infantile, uno stato di immaturità da superare. Molti genitori del post-'68 hanno messo in atto proprio questa dannosa pedagogia: "Scegli tu, ti lascio libero". A un bimbo di sette anni bisogna dare punti d'appoggio, non pinnacoli da cui buttarsi. Un bambino ha bisogno di ordine e di orari; formare una persona all'arte della scelta richiede delicatezza, pazienza e tempo.
La vera scelta, infatti, non è tra il bene e il male, ma tra il vero bene e il falso bene. Satana è il maestro di questa ambiguità: inclina il senso del vero e del bello mostrando il male dove non c'è. Egli non nega che Dio esista, ma fa credere che in Dio sia presente il male. Ci troviamo così nell'assurda condizione di dover trovare qualcosa di ingiustificabile nel male e qualcosa di valido nel bene, ma fino a un certo punto, lasciando sempre un margine di sospetto. È proprio il cuore che accoglie o rifiuta la lettura benevola che Dio ci offre.
I dubbi sono di vario genere e ci sono cose che semplicemente non si possono sapere. Un buon padre non è quello che risolve tutti i problemi dei figli, ma quello che insegna loro a risolverli. La mentalità che ci circonda tende a credere che risolvere il problema sia più importante che far crescere le persone; ma se non possiedi la capacità di decidere, la forza della rinuncia implicata e la maturazione necessaria, farai cose che ti renderanno ottuso e fuori luogo.
Consigliare significa stare accanto. Il dubbioso non riesce a distinguere tra ciò che è vero bene e ciò che è falso bene. Gesù non risolve i dubbi come piace a noi occidentali, ma agisce in un modo radicale e semitico che può apparire persino deludente per la nostra smania di capire tutto: non fa leva sui dubbi, ma sulle certezze; non si appoggia su ciò che è ambiguo, ma su ciò che è nitido. Il punto di forza è partire dai "sì", dalle certezze, ed annunziare le cose chiare con semplicità. I nostri dubbi sono radicati nell'antico sospetto suscitato dal serpente: il dubbio che in Dio possano convivere l'amore e il non-amore.
L'antico inno del Te Deum recita: "In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum" (In te, Signore, ho sperato, non sarò confuso in eterno). Non è la ragione a risolvere i dubbi, ma l'amore. L'amore è ragionevole e, allo stesso tempo, infinitamente sapiente. Per consigliare un dubbioso ci vogliono amore e ascolto. La sfida è trovare la domanda che riporti le cose nella giusta prospettiva: il maligno lavora proprio mettendoci nel posto sbagliato da cui guardare la realtà. Il Salmo 49 ricorda che nella prosperità l'uomo non comprende.
L'avarizia si contrappone alla capacità di scegliere e al consiglio: chi non riesce a prendere una decisione è perché non riesce a separarsi dalle cose, poiché ogni scelta implica una perdita. Il frutto dell'elemosina, al contrario, è un senso di liberazione e di possesso di sé: si comprende che non è il denaro a comandare, ma noi, e che il cuore ha vinto sulle cose.
Nella realtà della nostra vita esiste qualcosa di oggettivo e si chiama verità. Se non riceviamo fiducia, non avremo fiducia; questa fiducia proviene dalla paternità, poiché si cresce grazie alla fiducia paterna. La conseguenza è la certezza di potercela fare: si sfoderano le proprie qualità e si diventa capaci di tirar fuori il meglio di sé. L'uomo è portatore di una grande bellezza e la sua vita è preziosissima davanti a Dio. Questa fiducia è il punto fondamentale per vivere bene. Quante volte ho messo un giovane davanti al Crocifisso e gli ho detto: "Ora sei qui, riprendiamo a parlare solo quando ti sarà chiaro chi sei secondo Lui". E la risposta è sempre: "Mi vuole bene, è stato disposto a morire per me, io sono importante".
Consigliare un dubbioso implica farlo rientrare nella più profonda delle certezze: è questa la forza del consigliere. Egli non è un elaboratore di dati, ma un testimone, e non si può dubitare del fatto che Dio ti ami. Il nostro migliore alleato è il nostro cuore: è lì che troviamo la certezza di essere amati, è lì che sappiamo che la nostra vita è bella e che non siamo nati per caso.
Devo però saper dubitare di ciò che penso: la memoria dei propri errori, unita alla disponibilità a scoprirne altri, si chiama umiltà. Per crescere nella capacità di consigliare bisogna essere costanti nelle cose sane: la preghiera, le buone abitudini, la vita fraterna, l'esercizio della franchezza e la libertà dalle cose. Ci si addestra sottostando a questa certezza, ossia crescendo piano piano attraverso scelte di obbedienza filiale e consegnandosi a Dio. L'obbedienza a Dio è una questione di senso della realtà: il primo discernimento è ricordarci quanto siamo bisognosi di Lui e della sua misericordia.
2. Insegnare agli ignoranti
L'uomo possiede l'intelletto e la ragione: analizza il reale e comprende. Non comprendere è per l'uomo una condizione di particolare sofferenza. La voglia di sapere non è un'attività opzionale, ma necessaria: da ciò che sa, l'uomo decide ciò che è. L'uomo è assetato di senso e quindi di dati, e di conseguenza è facilmente manipolabile.
La struttura essenziale della conoscenza umana è la memoria, che è legata a ciò che si ha nel cuore (ricordo deriva da cor, cordis, cuore). I ricordi depositati nel cuore sono legati alla dimensione affettiva e non solo a quella oggettiva, e sono capaci di plasmare la persona e condizionarne le scelte e l'approccio alla vita. Il primo "giornalista", il serpente, chiese il commento su un fatto e manipolò un'informazione per depositare nel cuore dell'uomo una menzogna: era questo il suo scopo. Una volta instillato il dubbio, Eva prenderà il frutto da sola; bastava solo innescarla.
È dunque urgente insegnare a rivalutare la realtà partendo dalla paternità di Dio: solo così diventa possibile contrastare i falsi metri di giudizio che attentano alla nostra esistenza. Siamo segnati interiormente da chi ci ha insegnato a vivere. L'insegnamento che viene dall'amore del Padre che è nei cieli conosce il cuore e vince perché non si impone, ma si propone: è rispetto e stima di chi ascolta, ha il sapore della pazienza, incoraggia e cura. Non fa leva sulla paura, ma sul valore e sullo spessore delle cose, restituendo loro dignità.
Insegnare significa "scrivere dentro" nel cuore dell'altro. L'antitesi è ignorare, cioè non avere conoscenza. Oggi c'è una drammatica carenza nella formazione cristiana. Insegnare agli ignoranti è un'opera raffinata che non consiste nell'appioppare un'informazione a qualcuno, ma nel consegnarla sapientemente affinché l'altro la possa apprendere. Gesù è stato il grande Maestro; l'altro Maestro è lo Spirito Santo, e l'uomo ha sempre la necessità di farsi discepolo, ossia colui che impara.
Lo Spirito Santo deve combattere anche la nostra ignoranza inconsapevole: lo sbagliare senza neanche sapere di sbagliare, o l'ignorare il motivo per cui si sta male continuando a prendersela con le cause sbagliate. Il problema è che l'ignorante spesso non si ritiene tale: non si tratta di una lotta tra ignoranza e sapienza, ma tra sapienza vera e sapienza falsa. La sfida che l'ignorante deve affrontare è cambiare la propria visione dei fatti, riconoscersi "stupido" e lento a comprendere, aprendosi a una prospettiva sorprendente e abbandonando le proprie rigide sintesi. La felicità è direttamente proporzionale alla capacità di sorprendersi e di imparare le cose da capo. Se non mi apro al nuovo, non apprendo nulla. L'ultima e definitiva lezione, la più bella, è la scoperta del volto del Padre.
L'atto dell'insegnare è amore e carità: è volere il vero bene dell'altro. Insegnare è un atto d'amore. Il solo contenuto non basta: occorre che esso sia consegnato a un uditore ben preciso. C'è qualcosa di cui non sappiamo mai abbastanza e che solo Cristo, attraverso lo Spirito Santo, può rivelare: il Padre. La grazia di Dio insegna la meraviglia del cambiare vita: è l'amore che trasforma l'esistenza e la direzione dell'uomo, la capacità di comprendere di nuovo il Padre. Non si tratta di un apprendimento intellettuale, ma di un cambiamento esistenziale.
Insegnare vuol dire scolpire nel cuore dell'altro e nella sua profondità più recondita l'amore del Padre. L'uomo impara attraverso i fatti e la sapienza di educatori che gli fanno fare esperienza di un vero apprendimento. Il vero insegnante, come Gesù mostra, è colui che insegna Dio e il suo amore nella prassi, non attraverso una nozione astratta (per quella basterebbe un libro). L'insegnante non è chi fornisce una semplice lezione, ma chi si accosta all'altro con il tratto misericordioso di chi cerca di fargli intendere il riflesso dell'amore di Dio, capace di brillare nel cuore di chi ha bisogno di riscoprirlo.
Il principio dell'educazione è che ogni persona è un regalo di Dio e una sua opera. Il miglior addestramento per saper indicare il Padre è esserne figli. Se lo hai conosciuto veramente, quando ne parli trasudi tenerezza da tutto ciò che dici; e chi ti ascolta impara la cosa più importante: che il Padre è meraviglioso.
3. Ammonire i peccatori
Quanti danni sono stati fatti dalla furia perfezionista e moralista! Abbiamo trasformato il cristianesimo nella frusta etica della società e il dilemma educativo è stato spesso risolto con la scorciatoia del senso di colpa. Il problema è che il mondo, non appena si è emancipato, ha preso a calci questo esercito di moralisti. Il risultato è che oggi si pensa che non ci sia più alcun limite, che il male non esista e che il concetto stesso di peccato sia da abolire e distruggere. Così le persone sprofondano nei gorghi dell'autodistruzione: l'intolleranza della "tolleranza" moderna è violenta quanto l'inquisizione moralista del passato.
Il cristianesimo ha subito un doppio fraintendimento: da parte di cristiani immaturi e da parte di una mentalità saccente e superficiale, piena di luoghi comuni post-illuministi. Il senso dell'ammonizione dovrebbe invece essere intessuto di cura, amorevolezza e sano timore per la salute e la salvezza altrui. Il verbo ammonire deriva da avvertimento. Il peccatore è colui che ha una mancanza e che "sbaglia la mira". La vera miseria non è sbagliare, ma non rendersene conto: distruggere la propria vita ed essere convinti di stare sulla strada giusta. È qui che si verifica la situazione peggiore: essere abbandonati a se stessi. Si perde il senso della cura e lo slancio per l'altro, lasciandolo nel suo errore senza aiutarlo. Posso aver paura della mia rabbia verso il prossimo, ma quella è ancora una relazione; ho molta più paura della mia indifferenza, perché quella è morte.
Tramutare l'ammonimento in un'accusa, ponendo l'accento sugli errori di chi sbaglia, è un atteggiamento aggressivo e distruttivo che nasce dalla presunzione di aver capito tutto per rinfacciare la mancanza. Ma Gesù ci dice di non giudicare per non essere giudicati. Il gusto di rimarcare le pecche altrui rivela solo una propria incertezza e insufficienza.
Tacere davanti all'errore dell'altro per disprezzo o comodità è un peccato di omissione e non è un atto misericordioso, ma la tendenza a un annacquato buonismo.
Oltre all'omissione, c'è la realtà del "parlare dietro": non dire in faccia ciò che si pensa e marchiare l'errore altrui alle spalle è ipocrisia. È davvero raro comunicare ciò che si ha nel cuore; in genere ci rifugiamo nel "politicamente corretto" e la conseguenza è l'incomunicabilità.
L'atto di ammonire richiede abilità comunicativa, conoscenza del linguaggio e dei tempi dell'altro, e la volontà di correggere senza fini egoistici. Desideriamo correggere qualcuno per stare più comodi noi o perché lo amiamo realmente e ne vediamo la bellezza minacciata? Il fine deve essere l'amore e il vero bene dell'altro.
Chi, se non lo Spirito Santo attraverso i suoi doni, è in grado di illuminare la volontà disinnescando la falsità? Il dono dell'intelletto è la capacità di "leggere dentro" (intus legere) e vedere nel profondo, percependo i nessi reconditi.
Gesù afferma che solo chi è senza peccato può scagliare la pietra, perché il peccato rende aridi e incapaci di vedere. Per poter guardare l'altro occorre uno sguardo d'amore. L'amore concede la grazia di comprendere il cuore delle persone, facendole sentire accolte e ascoltate anche quando si parla loro con franchezza. Il secondo dono coinvolto è il timore di Dio: non sopportare di vedere l'altro che si distrugge, temere per lui e per la sua vita.
D'altra parte, salvarsi significa sempre accettare di essere corretti, e questa è una cosa che non mette a proprio agio; accogliere la correzione è molto difficile. Correggere qualcuno nasce primariamente dal correggere se stessi.
La correzione fraterna è un'opera di misericordia descritta chiaramente in Matteo 18: occorre "guadagnare il fratello". La paternità e la fraternità sono legami indissolubili, ma possono essere traditi. La gente può trovare la fede grazie ai nostri atti? Sì, grazie a Dio. Ma la gente può anche perdere la fede a causa dei nostri atti non cristiani? Purtroppo sì. C'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte: questo è cercare un fratello, una questione di vita o di morte. Riaverlo vicino al cuore e vederlo felice: è questa la verità da cercare, non la pedante precisione dei chiarimenti.
Gesù ci dice di amare i nostri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano. Il nemico va amato perché Dio lo ama. Con alcune persone bisogna provare a parlare, ma se non ascoltano, occorre amarle così come sono, caricandosi di loro come ha fatto Cristo: amarle anche quando si comportano da nemiche, senza aspettarsi che cambino. Ammonire un peccatore è un atto d'amore profondo, dolce, coraggioso, tenero e allo stesso tempo forte. Richiede intelligenza e il senso della preziosità della persona; richiede che lo Spirito Santo ci aiuti a distinguere il desiderio sincero di amare chi sta sbagliando da quello di volersi semplicemente "liberare la coscienza". Abbiamo bisogno di essere amorevolmente corretti da qualcuno che si prenda cura di noi. L'uomo non cambia direzione perché è stato rimproverato amaramente, ma perché è stato aiutato a ritrovare la propria bellezza e la propria importanza autentica, vedendosi con gli occhi di Dio.
4. Consolare gli afflitti
Chiunque deve trovare una posizione di fronte al dolore, perché con il dolore bisogna fare i conti. Un primo tentativo umano è cercare di eliminarlo. Il dolore non è un male in sé, ma il risultato del male: è un sofisticato meccanismo biologico e spirituale ideato per segnalare un problema, per richiamare l'attenzione su qualcosa di rotto o sbagliato. Il dolore è un sintomo, non il male in sé, e senza sintomi non si fanno diagnosi. In questo senso, il dolore è un dono per salvarsi: star male serve per prendersi cura di sé. Il meccanismo diabolico in cui spesso cadiamo non è tanto il rifiuto della salvezza, quanto l'assuefazione alla bruttezza e il non aver più nulla da chiedere. C'è un esercito di uomini e donne sul binario morto della mediocrità e dell'insensibilità che potrebbero essere nobili e preziosi, ma che ormai vivono anestetizzati.
L'altra strategia dominante di fronte al dolore è la rabbia e la ricerca del colpevole, che sembra offrire una soluzione rapida. Di solito si cerca il colpevole più a portata di mano: se stessi. Consolare gli afflitti è invece un'opera necessaria: occorre saper parlare al cuore spezzato e la consolazione deve raggiungere il profondo dell'afflitto. Il significato della sofferenza è la grande sfida. Compiangere l'afflitto può essere in parte opportuno, ma c'è il pericolo di scivolare nel "vittimizzare", associandosi al dolore in modo morbosamente accentuato e spettacolarizzandolo. La vittimizzazione e il piangersi addosso mantengono incastrati nel luogo del dolore. Una seconda deriva è di tipo narcotico: si cercano distrazione, alienazione e superficialità. La terza degenerazione è il guardare a chi sta peggio per consolarsi a buon mercato.
Nella Scrittura troviamo il caso di Giobbe, oggetto di sofferenze inaudite, che perde salute, beni e figli. Tre amici tentano di consolarlo proponendo tre spiegazioni:
Il dolore come conseguenza di una colpa personale;
Il dolore che serve a correggere (non è una banalità, il dolore fa crescere, ma nel caso di Giobbe è inopportuno perché egli è giusto);
La rassegnazione cieca all'imperscrutabile piano di Dio, rinunciando alla sfida dell'essere umani.
Le motivazioni dei tre amici manifestano tutta la loro inadeguatezza. La vera consolazione è "riposare", fermarsi, dare rifugio. È il nome stesso dello Spirito Santo: il Paraclito, l'avvocato difensore, il consigliere, il maestro interiore. Consolare deriva da stare con chi è solo (solus), ma richiama anche il saziare e il dare completezza, poiché il dolore è essenzialmente una privazione. La vera consolazione è il compimento del processo che parte da uno stato di privazione e trova la parte mancante, ricevendo il senso completo del cammino della sofferenza. Il Consolatore è colui che ridona il pezzo sottratto dal dolore. Gli amici di Giobbe si fermano alle cause; i veri consolatori cercano ciò che Dio vuole donare. Dopo che il Signore manifesta la sua grandezza, Giobbe risponde: "Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono".
Chi compie l'atto del consolare è capace di mettersi accanto al sofferente mostrandogli ciò che non riesce a vedere, consentendogli di aprire il cuore e lo sguardo a un'altra prospettiva: una visione profonda e integra che dà completezza. Stiamo parlando della speranza. La differenza tra aspettativa e speranza è che la speranza non è una nostra produzione, ma si basa su una promessa. Consolare è un atto di misericordia secondo la natura di Dio che rende presente l'Eternità e svela il volto di Dio dentro il dolore; per questo non è una questione per soli specialisti, ma per ogni battezzato.
Non esistono risposte soddisfacenti al dolore al di fuori del mistero di Cristo: le risposte umane, filosofiche e scientifiche non bastano. Ci vuole lo Spirito Santo per consolare il dolore umano. Se potessimo consolarci da soli in base alle nostre abilità, che bisogno c'era che Cristo venisse a prendere su di sé la nostra sofferenza? Perfino Lui sulla croce è arrivato a gridare: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Le Beatitudini sono l'esempio di uno sguardo che vede la realtà in modo completo: esse sono la Magna Carta del cristianesimo.
La sofferenza psicologica che inchioda e blocca si chiama angoscia. Lo Spirito Santo è l'attore di questa trasformazione e insegna all'afflitto ciò che non sa: "Lo Spirito della verità vi guida a tutta la verità". Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata. Il leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria. Se un problema lo puoi risolvere, risolvilo; ma se non lo puoi risolvere, sarà esso a "risolvere" te. La sofferenza ti rende profondo se la accogli; se la rifiuti, ti massacra e basta. Il dolore è un bivio: o si va verso il sublime o si degenera. Lo Spirito Santo, decifrando la croce di Cristo, svela all'umanità la parte mancante della sofferenza: quella che Dio trasforma in profondità, novità e crescita.
La croce però è la porta della Risurrezione.
Consolare significa scoprire che ogni storia umana è nelle mani di Dio ed è Lui a condurla, consapevoli che il mistero della Croce non ferma l'esistenza, ma spalanca la visione sulla meraviglia della Risurrezione. Consolare è un'esortazione a consegnare l'afflizione a Dio affinché si comprenda che essa è solo una parte della storia. Saper consolare un afflitto richiede la memoria personale di questo atto pasquale: le persone veramente capaci di consolare sono quelle che sono state consolate a loro volta, quelle che hanno tratto dal soffrire un percorso di crescita nella fede, nella speranza e nella carità. "Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo stati consolati da Dio" (2 Cor 1,4).
L'atto consolatorio deriva dall'esperienza della redenzione del proprio dolore. Non è facile dare risposte al dolore altrui: prudenza e pazienza sono indispensabili. Da malato si capisce subito se chi ti parla ha sostanza o no. La "lingua da discepolo" che sa consolare lo sfiduciato appartiene a chi ha imparato a sperare e a consegnarsi a Dio. La virtù teologale della speranza risponde all'aspirazione alla felicità che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo. La speranza non è un atteggiamento semplicemente ottimista o un sentimento, ma un atto e un dono di Dio. Nel fondo dell'anima abita una luce che, in mezzo a mille disperazioni, rende coscienti di una verità: la vita è preziosa e non si nasce per il nulla. La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. La perseveranza nel sopportare ciò che disturba e fa male mantiene la convinzione che la sofferenza non prevarrà.
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