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giovedì 29 ottobre 2026

"Ma anche NO" di Fabio Rosini (3)


Santa avarizia, superficialità e misericordia

La "santa avarizia" come custodia gelosa del bene interiore e delle relazioni fondamentali, e la "santa superficialità" come libertà dal perfezionismo e dalle ansie del controllo. Rosini invita a vivere il presente senza affanni per il domani, affidandosi totalmente alla Provvidenza del Padre e praticando l'arte dell'interruzione per non farsi travolgere dalle false priorità. Il culmine del cammino è la Misericordia di Dio, l'amore incondizionato che supera i nostri limiti e le nostre ferite, ricordandoci che la vera salvezza non nasce dai nostri sforzi, ma dall'irruzione dello Spirito nelle nostre vite.


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Santa avarizia

I vizi capitali in realtà sono dei doni: sono sane funzioni di autopreservazione indirizzate male. L'avarizia si manifesta assieme all'ansia; accaparriamo tutto ciò che ci garantisce sicurezza e finiamo per assolutizzare i possessi materiali e banalizzare i possessi autentici, quelli interiori. Se invece a prendere il timone è la bellezza, allora si diventerà parsimoniosi del bene, evitando lo spreco.

“Non accumulatevi tesori sulla terra, perché là dove il tuo tesoro sarà, là sarà anche il tuo cuore”. Si tratta quindi di accumulare tesori, ma quelli veri nel cielo, imparando a essere ricchi dell'arte della ricchezza. Ciò che doveva servire per dare sicurezza diventa invece una gabbia. Il punto è che la santa povertà di Cristo non è pauperismo, ma oculatezza: si tratta di proteggere la vera eredità. La vita richiede serietà e preparazione.

Bisogna lasciare le persone alla loro responsabilità, bisogna dare loro il tempo di maturare. Certe volte non bisogna risolvere i problemi delle persone, bisogna lasciarle nei problemi perché crescano: un certo assistenzialismo educativo e formativo porta all'infantilizzazione. Io, che sto portando avanti una vita oculata con saggezza, se entro nel sistema della stupidità, della leggerezza e della superficialità, mi perdo. Il bene va conservato, va difeso, va preservato; per poter fare il bene bisogna prima salvaguardare il bene dentro di sé. Questa è la santa avarizia: il tesoro autentico va sempre posseduto, non barattato, non va svenduto o messo a repentaglio. Io sono un salvato, non un salvatore: c'è differenza.

Mai mettere a rischio i propri spazi di relazione con il Signore; bisogna farsi una santa domanda: cosa non posso compromettere nella mia esistenza? Sei sposato? Guarda che non esiste niente di più importante che far felice tua moglie. Sei padre? C'è qualcosa più importante della cura del cuore di tuo figlio? La mia relazione con Cristo non può che essere la cosa più rilevante della mia esistenza.

Santa superficialità

Non dover essere costretti a essere troppo analitici, precisi e puntuali sulle cose significa essere equilibrati. Ogni uomo si può salvare in qualsiasi condizione, in qualunque luogo, in qualunque storia, ma la salvezza richiede un assetto di distacco e autoironia. Implica la saggezza dell'astinenza — che è fatta di povertà e del sapersi esimere da pregiudizi e fissazioni — e implica il porsi al cospetto di Dio Padre, che ci relativizza nella preghiera. Bisogna infine saper essere pigri sulle cose in cui dobbiamo imparare a essere trasandati e non tenaci. E se tutto ciò richiede distacco e povertà, non esclude una santa avarizia che ha il senso della vera ricchezza.

Ma su tutto ciò deve albergare un tema di leggerezza e di semplicità ingenua, quella che fa saltare i nervi agli ansiosi: un fidarsi di Dio. Poche generazioni sono creduloni come la nostra, pensiamo al devastante impatto attuale delle fake news: credere con certezza a cose non verificate. Ma per poter andare avanti nella vita, sia ordinaria che spirituale, c'è bisogno di questa leggerezza, c'è bisogno di non essere attenti in maniera malata alle cose. Non è sano stare troppo attenti a tutto quello che si fa, a tutto quello che si produce: questa attenzione si risolve in ottusità e complicazioni inopportune. Richiede una certa qual morbidezza e flessibilità, che è sana per crescere; bisogna andare avanti.

Il tema della complessità: ci sono problemi che è inutile accanirsi a voler chiarire. Ciò non costituisce tanto un inno alla superficialità, quanto all'umiltà. Si tratta di saper accettare che tante cose non sappiamo come risolverle ed è inutile stare a risolverle; pensiamo ad esempio alla trappola degli insoluti del passato. Non è detto che bisogna per forza chiarire ogni cosa che non ci risulta chiara, perché è più grande di noi. Ripeto che è questione di umiltà: c'è qualcosa di cui bisogna fidarsi, andare avanti e voltare pagina. Abbiamo una tendenza perfezionista che nel nostro cuore, tante volte, prende piede; ci sono cose che bisogna sapere ignorare. Non si può vivere di rimorsi, non si può vivere di sensi di colpa, non si può vivere torturandosi per quel che è successo: bisogna andare verso il Regno di Dio.

Il perfezionismo psicologico è una ricerca infinita e frustrata del proprio ego. Scappare da un irrisolto significa ritrovarlo ovunque, perché lo abbiamo incatenato al proprio cuore; è quello che dobbiamo cambiare. La vita chiede di andare verso la meta, verso la luce; la vita richiede di saper vivere secondo la salvezza. L'irrisolto, per sua natura, è una sabbia mobile: non si può passare la vita a pensare alla spazzatura; è tipico dei malati di mente agire da accumulatori seriali, quelli che non si liberano mai del passato, che non riescono mai a staccarsi dalle cose e dal loro valore effettivo.

Possiamo smettere di pagare la tassa sull'infanzia, possiamo smettere di vivere secondo le aspettative che ci sono piovute addosso. Coltivando un atteggiamento leggero, c'è da praticare una sana apertura alla vita, al bene, a lanciarsi, a iniziare cose nuove, a uscire, a mettersi in cammino, ad andare. Altrimenti, se vogliamo chiarire tutto, calcolare tutto, misurare tutto, proteggere tutto, saremo bloccati e fermi.

A ciascun giorno basta la sua pena

Dobbiamo liberarci dalla tendenza odierna a drammatizzare, con il rischio di essere allenati in un mondo immaginario di paure, tensioni, emergenze reali e priorità sbagliate. Si diceva che l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre. Il conseguente tentativo dell'uomo di ripararsi da ciò che teme fabbricandosi rifugi — che diventano le sue gabbie — avviene nel tentativo di evitare qualcosa che poi spesso non accade; quel che arriva è sempre, almeno in parte, inatteso. Niente va mai esattamente come lo si programma o come lo si teme, e spesso quel programma diventa la nostra tortura.

Abbiamo bisogno che lo Spirito Santo ci annunci le cose future. Generalmente facciamo i conti con l'angoscia e con prospettive nere; quando arriva lo Spirito Santo, il Maestro interiore insegna le cose future, e se un uomo si lascia annunciare da Dio il suo futuro, la sua storia, allora il domani diventa Provvidenza. La paternità di Dio è la filigrana di ogni prospettiva, di ogni ipotesi, di ogni sguardo oltre l'oggi.

“Per la vostra vita non affannatevi... il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini: a ciascun giorno basta la sua pena”.

Qui sta il nocciolo: a un giorno basta la sua pena. Quando arriverà il domani, Dio ci darà la dotazione che ci serve, ci darà lo Spirito. Quando una persona ritiene una sua fantasia come reale, quella fantasia ha conseguenze reali; partendo da una convinzione su come le cose vadano, si agisce in tal maniera da procurare che quelle cose vadano proprio come si teme.

Il nostro Battesimo consente di vivere da figli, non abbandonati, non da estranei, non da orfani. Oggi si è estranei a una mentalità da figli di Dio, avendo una percezione della vita come qualcosa che dipende solo da noi. Quante volte proteggiamo i nostri cari proiettando paure mutate da altre situazioni? Quante volte un paternalismo fa sì che si soffochino le persone che ci sono affidate in maniera troppo presente e asfissiante? Perché ci dobbiamo riparare dai nostri problemi? Custodire un figlio da cosa? Dalle proprie paure. I figli si devono liberare dalle nostre aspettative.

Esistono due creatori: uno è Dio, che è Padre onnipotente creatore, il Dio di Gesù Cristo; l'altro creatore è la nostra mente, che crea tenacemente ipotesi. E noi crediamo più alle ipotesi che alla realtà. Una società perfetta pensata idealmente, riparata da ogni problema, disegnata a tavolino da qualcuno in un assoluto, è diventata un carcere, una tortura.

La pedagogia di Dio è pensare giorno per giorno e confidare che Dio provvederà anche domani: è la strategia dei figli. Una sola è la cosa di cui c'è bisogno: la relazione con il Padre, vivere da figli come Cristo che vive consegnando la sua vita nelle mani del Padre e arriva al cielo. La strada per arrivare al cielo è fare giorno per giorno le cose piccole quando è la nostra realtà; non possiamo risolvere tutto quello che abbiamo davanti. Pensiamo all'angoscia climatica: la paura delle malattie fa sì che si viva da malati. Dobbiamo prenderci cura ed essere equilibrati. Dio lo si incontra in due luoghi, diceva C.S. Lewis: l'oggi e la vita eterna.

Non sappiamo se arriverà il disastroso futuro ecologicamente apocalittico, ma abbiamo due armi: la preghiera e l'arma del bene da fare, compiendo le cose opportune per cui spendersi. Ci siamo procurati questo futuro nero proprio con le nostre ansie da possesso e di comodità: per stare comodi abbiamo insozzato il mondo. Forse è meglio farsi portare dalla vita, nelle relazioni, nell'amore, nel servizio, nella misericordia, nel bene. Oggi c'è da vivere, oggi c'è da entrare nella realtà, e il bene lo possiamo fondare solo nelle opere che oggi possiamo fare. Dacci oggi il nostro pane quotidiano: Dio non ci darà il pane di domani. È umano che uno voglia rassicurazioni, ma sono inutili, non servono, perché per vivere bene basta vivere oggi.

Le generazioni hanno immaginato disastri e tutte le guerre sono state fatte in maniera preventiva. C'è già un altro maestro del futuro ed è il maligno, che ci fa vedere tutto nero: è tipico di una mentalità che, avendo perso il rapporto con Dio, vive con un orizzonte solo umano. Se non c'è Provvidenza, se non c'è paternità, se viviamo in questa orfanitudo tragica, saremo sempre angosciati e ansiosi, vivendo da prede inseguite dai nostri predatori, che sono le nostre paure. Predatori che non hanno il diritto di distruggere il nostro oggi! Accogliendo ciò che ci è dato da Dio con gratitudine e semplicità, da figli confidenti e fiduciosi.

L'arte dell'interruzione

Il fenomeno dell'interruzione manifesta il tema delle priorità: mettere in discussione le proprie priorità è decisivo. Chi interrompe è più importante di ciò che viene interrotto. Per riconoscere una falsa priorità da cui liberarsi, bisogna considerare che il corpo e la mente tendono a restare nell'assetto che hanno scelto perché lo trovano comodo, ma è necessario abbandonare tale comfort quando ci rendiamo conto che stiamo facendo un errore.

La chiamata interrompe tutto, vedi quelle di Pietro, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni. I Benedettini dicevano: non anteponiamo nulla a Cristo. Le cose importanti della vita non possono essere interrotte; tutto dipende da un'apertura a una bellezza alternativa, a una capacità di intendere cosa c'è in ballo e quindi a un'attenzione alla realtà. Ancora la nostra domanda principale: cosa conta veramente? Cosa vale di più? L'arte di essere votati a qualcosa di importante è l'arte di saper riconoscere quando sopraggiunge ciò che è maggiore.

Solo relazioni sincere e legami stabili fanno crescere storie di vita buona. Perché restare sempre connessi? Forse crediamo di essere imprescindibili o insostituibili? C'è gente che risponde ai messaggi durante la Messa, e questo è ridicolo: ma chi ti ha obbligato a venire a Messa? Vediamo se poi quella cosa ti salva, vediamo se poi quella cosa ti dà la vita. Per capire ciò che è principale bisogna porsi di fronte alla meta estrema, al Regno dei Cieli: le cose di questo mondo, se non servono per arrivare al Regno dei Cieli, sono un ostacolo, sono cose che mandano fuori rotta. Quanto tempo perso in cose inutili!

L'arte di interrompersi è l'arte di cambiare idea; l'arte di interrompersi è l'arte di saper crescere, di saper diventare altro. Tutte le cose devono finire, un processo deve tendere a una meta. La vita è una fantasia straordinaria che ci insegna che tutte le cose passano, devono passare; bisogna essere pronti per l'interruzione, pronti ad abbandonare le cose. La conversione è sempre un'interruzione: se Dio non ci può interrompere, non è il nostro Dio.

Se la totale schiavitù alle comunicazioni fa sì che queste dettino i tempi della nostra esistenza... la vita va certamente condivisa, ma prima bisogna viverla per poterla condividere. C'è una cosa curiosa nell'animo umano: la cosa che più l'uomo desidera è il cambiamento, ma la cosa che più teme è proprio il cambiamento. La Pasqua è cambiamento; il libero è insicuro, lo schiavo è certo, mentre il libero deve affrontare l'insicurezza della libertà. L'arte di interrompersi è l'arte di vivere.

L'arte di contraddirsi

Le convinzioni a vent'anni sono vette da cui si guarda tutto dall'alto, e a sessanta anni diventano caverne per intanarsi: si difende il proprio spazio mentale, si difendono le proprie idee e si rifiuta tutto ciò che può mettere in crisi la propria visione delle cose. Se l'arte di evolversi è sapersi correggere — il che implica l'atto di contraddire se stessi —, c'è la assai più difficile arte di lasciarsi contraddire. Normalmente la malleabilità e la maturità di una persona si misurano dalla capacità di accogliere una critica. Qui si tratta di avere una flessibilità mentale che, per sopravvivere alla mutabilità della vita, è necessaria, anzi vitale. Cioè la conversione: l'arte di lasciarsi contraddire e imparare qualcosa di nuovo. Rivedere i propri passi, tornare sulle proprie azioni e mutare atteggiamento è maturità.

Il fatto è che i peccatori si possono pentire, mentre chi si presenta come giusto, chi non si deve contraddire perché deve difendere la propria immagine, è uno che non entra nel Regno dei Cieli. Contraddirsi e chiedere perdono esigono una contrazione dolorosa per l'orgoglio, ma benefica per la vita e per il cuore; chi non sa pentirsi non sa vivere. “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. Nessuno è esente da questa ambiguità: siamo sempre work in progress, e l'ideale perfezionista è un'idolatria dagli effetti tragici per il cuore.

Ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio dobbiamo disporci a essere contraddetti, ed è una grazia se accade. Sbagliare è la cosa più normale che possa capitare; perseverare, invece, viene dal diavolo: restare in un errore, questo è il punto. Chi mostra un atteggiamento più maturo metabolizza gli errori non come disastri inaccettabili, ma come luoghi di crescita e di apprendimento.

La strategia di difesa può essere il frutto di una reale esperienza di aggressione educativa subita. La sinodalità è una cosa bella, ma è un frutto, è il risultato di un processo: si è fratelli e si condivide perché c'è il Padre, l'origine della nostra vita. Abbiamo bisogno di essere corretti; siamo sempre discepoli di un Maestro meraviglioso che ci deve insegnare tante cose. Ma come ci ammaestra Dio? “È per la vostra correzione che voi soffrite. Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Dio lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione sul momento non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però dà un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati”.

Il perfezionismo è un nemico terribile, ma fra il perfezionismo e la trasandatezza c'è una via di mezzo equilibrata che è la crescita e l'apprendimento. Dio ci corregge nei fatti della vita, e accettare anche i momenti più difficili, i nostri limiti e gli errori come un luogo di crescita è fondamentale per camminare. Il nemico è l'orgoglio. Contraddirsi è da adulti; chiedere perdono per un errore è un atteggiamento nobile; pentirsi è un passaggio essenziale della vita spirituale. Il Miserere dice: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi”. Ognuno ha bisogno di conoscere le proprie debolezze: è liberante avere l'umiltà di mettersi nelle mani di Dio con la nostra povertà. Fare i conti con la propria povertà è vitale. Se siamo caduti una volta in un peccato ci possiamo sempre ricadere, perché se ci ha ingannato una volta il tentatore vuol dire che ci può ingannare un'altra volta, anche perché è molto più furbo di noi.

La Misericordia è la natura dell'equilibrio

Abbiamo bisogno di distacco, che richiede perdita, e la via della libertà passa per l'elemosina; ci è utile l'autoironia. Abbiamo bisogno di astinenza dalle cose che ci fanno perdere il contatto con il reale, astenendoci da ciò che ci inibisce. Abbiamo scoperto che la relazione diretta con Dio nella preghiera è capace di relativizzarci, rimettendoci al nostro posto: l'unica affermazione sempre vera è Dio è Dio. Dio è Dio, Lui e non noi!

Abbiamo parlato della santa pigrizia come quell'attitudine per cui ci sono cose in cui essere pigri, ossia le fatiche inutili; della santa avarizia per mantenere sempre il contatto con la vera ricchezza; della santa superficialità per essere meno feroci nell'analisi delle cose (stare attenti a tutti i dettagli diventa una tortura). A ciascun giorno basta la sua pena: ogni giorno avremo la grazia per affrontare la sfida di quel giorno, e il domani sarà sempre diverso da come lo pensiamo. C'è l'arte di interrompersi, di sapersi svincolare dalle programmazioni; c'è l'arte di contraddirsi.

Qual è l'urgenza di questo viaggio? Lo scopo è la Misericordia. Un approccio privo di assoluti e banalizzazioni gioca a favore della pacatezza e del distacco, che sono necessari per la comunione fraterna. Che cosa è imprescindibile per la vita cristiana? Qual è il suo fine? La Misericordia. Senza la Misericordia tutto è falso, lontano da Dio; solo la Misericordia lascia al centro le persone. Crescere una nuova generazione nella Misericordia richiede saper ascoltare e sapersi piegare alla realtà dell'altro.

Se i latini avevano la parola amor, perché i cristiani scelsero Caritas per intendere l'amore? I greci avevano Philia ed Eros, e perché i cristiani scelsero Agape? Perché l'amore di cui parliamo non è un mero amore umano; l'amore di Dio è un amore che ha richiesto l'incarnarsi, il morire in croce per mostrare il volto del Padre e, per questa via, proclamare la vita e donarci il suo Santo Spirito. L'amore cristiano coincide con lo Spirito Santo; ciò che noi riceviamo nella Misericordia di Dio è la sua vera e propria natura. Solo Dio la può generare nell'uomo.

La vita cristiana non nasce dalla nostra coerenza, ma dall'irruzione dello Spirito di Dio in noi, dall'esperienza dell'amore di Dio in Cristo: è una dimensione verticale, non orizzontale. L'amore dell'uomo può diventare l'amore di Dio, ma perché Dio opera in lui. L'amore è un'esperienza di risposta: prima si è chiamati, quindi si sa amare. Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo; quando l'amore comincia da noi, è piccolo quanto noi. Ma qui parliamo di un amore che vince la morte, che ha la forza di affrontare il nulla, di affrontare le ingiustizie, di amare il nemico. Questo è ciò che ha segnato l'inizio della Chiesa: saper accettare l'ultimo posto, avendo una capacità di distacco da se stesso che Cristo ci mostra, tenendo ben presente ciò che veramente conta.

Anche per il nostro bene Egli è disposto a perdere tutto pur di salvarci, sapendo non essere attento ai dettagli secondari. Dio sa darsi la priorità in Cristo crocifisso, e niente è a contatto più stretto della nostra salvezza. Dio è Misericordia; in Cristo si è manifestato a noi come Misericordia. Ecco l'equilibrio di cui parliamo: è l'amore di Dio, è quella forza per cui non si perde mai la bussola di ciò che è il Regno dei Cieli, di ciò che è il bene e la salvezza. Lui sa di cosa siamo fatti, ricorda che siamo polvere, sa che noi siamo deboli; per questo ha pazienza con noi, perché ci conosce più di noi stessi. Dio ha tenerezza per i nostri limiti, perché ci conosce come un padre. Per Dio la nostra perdizione è una sconfitta: ci ha creati per il bene, per la luce, per la vita; Lui non può rassegnarsi alla morte di un figlio. Dio è paziente, ci dà sempre una strada per ritornare. Dio è eterno, il suo amore non ha termine: per questo ci perdona, per questo non smette mai di prenderci la mano.

Il Magnificat è un po' una sintesi di tutto questo. Quante volte la vita ci dovrà umiliare, ridimensionare, riportare dalla nostra autostarietà alla nostra vera dimensione? Quante volte è importante e urgente, nei momenti di dolore in cui non capiamo cosa succede, fidarci, abbandonarci e saper lasciare a Lui la nostra vita? “Soltanto in Dio riposa l'anima mia, da Lui la mia salvezza”. In Lui c'è il luogo dove si può appoggiare il nostro cuore stanco. Il fondamento è l'amore di Dio Padre, vivere da figli.

E concludo con l'Inno alla carità di San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi.




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