L'autoironia
I cristiani ben formati non vivono di contrapposizioni ma, essendo cattolici, sono universali: tendono all'inclusione senza rimuovere la consapevolezza degli aspetti paradossali della realtà. Noi abbiamo una fede che naviga con il motore dell' et-et: Dio e uomo, la Chiesa umana e divina, Gesù Cristo Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, la nostra realtà carnale e spirituale. Esaminare tutto, ossia ascoltare ogni aspetto e ogni espressione, ma poi selezionare: perché è inevitabile optare e definirsi. Senza margini non c'è identità. Il miglior modo per dialogare non è essere ambigui, ma restare onesti, diretti e lineari. L'inclusività indiscriminata è inutile e disonesta.
Nessuno è libero se è sotto ricatto. Dobbiamo liberarci dai molti ricatti che le cose impongono su di noi: i beni materiali, i beni affettivi e tutte le dipendenze. Francesco d'Assisi scelse la povertà per essere libero dalla ricchezza e per essere capace di amare.
Il nuovo passo riguarda l'autoironia. È l'atteggiamento per cui si pratica un bonario e divertito distacco da tutte le cose, compreso il Sé. Osservare le cose con umorismo, come se ci fosse una telecamera, con un'affettuosa canzonatura di se stessi, non è un pericoloso disprezzo di sé. Prendersi troppo sul serio è pericoloso, e non essere capaci di ridere di sé è grave. La fatica della verità su di sé è proprio quello stare nella realtà al cospetto del Vero Grande, che è Dio. Il nome dell'Arcangelo che nell'Apocalisse salva dal maligno è Michele, che significa "Chi è come Dio?".
Il gonfiare se stessi porta ai disastri più grandi. Nell'umiltà, le qualità dell'uomo e i suoi limiti sono assunti e integrati in qualcosa di più grande; l'umorismo su se stessi è questo senso allegro di una grandezza mancata e dei limiti che si sanno accettare. I discepoli di Gesù non fanno belle figure, tutt'altro: non è una bella immagine quella che danno di loro stessi, eppure quella riportata nei Vangeli è la loro stessa predicazione. I discepoli nei Vangeli non vengono presentati come eroi della sequela di Cristo perché sbagliano spesso e, alla fine, crollano tutti quanti nel momento della Croce e spariscono. Sia chiaro: non che l'uomo non faccia niente, ma quando si decentra e a seconda l'opera di Dio in lui, allora "vola". Pensiamo alla Vergine Maria e al suo consenso all'opera di Dio: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Questa è la parte dell'uomo nell'opera di Dio: desiderare che Egli operi in lui; questa è la sua vera grandezza.
Vivere di Dio, in effetti, non è semplicissimo per il nostro orgoglio, ma è molto meno faticoso. Sono veramente beati i "poveri in spirito": sono coloro che lasciano a Dio la gloria e non la prendono su di loro. L'autoironia si impara stando allegri dinanzi ai propri fallimenti; è un problema di assetto mentale. I propri errori non sono luoghi di rovina, ma di apprendimento e di crescita. È importante essere disposti a lasciarsi contraddire da Dio, a lasciarsi ridimensionare dai fatti e dalle umiliazioni, perché se l'autoironia è la sorella dell'umorismo, è per ciò stesso anche sorella dell'umiliazione. Essere sempre disposti a ricominciare, ad apprendere, a lasciarsi cambiare dalla vita e dai fatti: non c'è nessuno più simpatico di chi sa ammettere un errore.
L'atteggiamento di servizio non è autocentrato, ma centrato su chi dobbiamo servire, ossia il Signore e i fratelli. Riconoscere il male fatto, riparare se possiamo e fare il possibile per far meglio. L'umiltà è una posizione di grande leggerezza d'animo; la superbia, come già accennato, è pesante e faticosa, mentre l'opera di Dio è qualcosa di consonante: fa vedere l'Altro ed è una sinergia con la potenza di Dio, che è grande, meravigliosa e sorprendente.
Il Signore eleva coloro che sanno ridere di loro stessi. Tutti noi siamo molto preziosi, tant'è vero che Cristo è morto per noi e ci ama proprio perché siamo deboli e fragili. “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”, dice San Paolo. Fare pace col fatto che non siamo perfetti, fare pace col fatto che Dio è un altro e non siamo noi: ciò non è un'ingiustizia, ma la semplice realtà.
Astinenza e digiuno
Dire "ma anche no" vuol dire sapersi astenere dalla faziosità che divide il mondo in buoni e cattivi. Per fare questo sarà necessaria un'attitudine: l'astinenza. Se abbiamo bisogno di distacco, l'ironia ci serve per apprendere il "come" di queste cose. La parola astinenza è interessante perché indica l'atto di chi si sottrae a qualcosa. Nella spiritualità cristiana l'astinenza è sempre stata intesa come la via maestra della lucidità e della padronanza di sé. Pensiamo alla sobrietà: “State attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”.
Siamo in una società che sembra molto estetica, ma in realtà è anestetica: siamo intontiti e imbambolati dall'iperconnessione e da una cultura del comfort che ci rende sbadati. Molti dei nostri mali nascono dalla distrazione. C'è qualcosa a cui si può — e talvolta si deve — dire di no: a casa puoi mettere il cellulare "in castigo", perché viene dopo la famiglia.
L'astinenza è l'attività di dire no a qualcosa. La temperanza è la moderazione dell'inclinazione verso i piaceri; l'astinenza è la sua sobrietà, la castità e il pudore. Il corpo ha bisogno di vivere un'astinenza da quelle cose che intontiscono: bere e mangiare troppo rende storditi e poco oggettivi. Quel tipo di attitudine è un dono di Dio per intuizione dello Spirito Santo: ci sono cose che, per quanto in sé non siano cattive, compromettono la mia capacità di essere sintonizzato con il Grande Bene, quello vero e alto.
L'atto proprio dell'astinenza è principalmente il digiuno. Cibo, comunicazione, sesso e svago sono doni importanti che richiedono disciplina. Tale linguaggio può risultare urticante perché in disuso, visto il nostro asservimento all'assoluto del benessere. Nell'attuale stupidità generale, il benessere è visto persino come condizione ideale per valutare le cose. Invece no: il benessere è un padrone esigente che rende stupidi e intorpidisce i cinque sensi, desintonizzandoci dalle percezioni. Il benessere, il piacere e il comfort diventano il nostro nemico numero uno per quanto riguarda l'ipotesi di raggiungere grandi cose nella vita.
La virtù che governa tutte le virtù, che sta a monte di ogni atto sano, è la prudenza. La parola viene da previdenza, cioè "vedere prima": è quella virtù per cui guardo la meta e ricordo che ho uno scopo da raggiungere.
Ci sono due tipi di astinenza:
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Astinenza naturale: riguarda le cose che fa bene non praticare. Dobbiamo farci un primo elenco di astinenze naturali, generalmente evidenti, sullo stile del cibo, del sonno, sulla capacità di essere disponibili nelle relazioni e nello spegnere il telefono quanto più possibile per non essere intontiti dalle comunicazioni.
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Astinenza soprannaturale: c'è Cristo di mezzo, e difende la nostra missione e la nostra vita di figli di Dio. È tutto ciò che è necessario lasciare perché si possa vivere la vita secondo il Cielo.
Dobbiamo considerare una cosa significativa: nell'astinenza non si sceglie tra il bene e il male (chi tra il bene e il male sceglie il male è semplicemente stupido). Il vero discernimento nella vita non è mai tra il bene e il male, ma tra il bene e il BENE: quello vero e quello falso, perché c'è un bene profondo, un bene superficiale, un bene immediato e un bene duraturo. Dio ci chiama a qualcosa di più. Nessun padre comprometterebbe razionalmente la salute di un figlio, ma Dio lo fa spesso con noi perché non è ansioso e conosce il nostro vero bene, a noi ignoto. Ci fa passare attraverso un tempo di tribolazione, un tempo in cui siamo lontani dal benessere, per portarci a una dimensione più adulta, più grande e più bella: è questo uno dei misteri della Croce di Cristo, un grande dolore per la grande salvezza dell'umanità.
I Farisei digiunano a scansione regolare finalizzandolo al proprio ego, perché per loro è l'arte di sentirsi più perfetti, giusti, puri, santi e buoni. Gesù, invece, passa da un principio di perfezionismo individuale a un principio relazionale, essendo l'Emmanuele, il "Dio con noi", colui che crea relazioni. La nostra astinenza è relazionata a ciò che ci fa stare con Cristo oppure no: quando qualcosa mi fa stare con Cristo non mi faccio alcun problema a praticarla, ma quando una cosa mi toglie Cristo, allora digiuno e mi astengo da quella realtà. Il "ma anche no" dell'astinenza è quell'attitudine sana e costruttiva per cui so rinunciare non a cose cattive (per quello basta la morale comune), ma, se serve, anche a cose buone, se mi sottraggono ciò che è connesso con il Tutto, il Vero Assoluto che è il Bene definitivo.
La preghiera, via di verità
L'arma per poter mantenere la nostra vita in sano equilibrio e custodirci dagli errori, il vero punto di riferimento, è la preghiera, in quanto è via di verità. Esistono vari tipi di preghiera:
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Preghiera agonistica o da combattimento: fatta di sacrificio. Sebbene ci sia un momento di lotta sanguinante, questo non è sempre vero e soprattutto non può fare da sfondo alla relazione con Dio Padre. In questo modo Dio diventa un nemico da vincere e non un padre; la preghiera resta una mia opera e non un'opera dello Spirito in me. Così manca la figliolanza: la mia domanda è il centro, non la mia relazione con il Padre.
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Preghiera miracolistica: atta a conquistare o ad ottenere qualcosa (preghiamo per avere doni, grazie o miracoli). Relazionarsi al Dio di Gesù in questo modo significa considerarlo come un dio idolatrico. Tale preghiera è immatura e inefficace.
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Preghiera sentimentale: l'idea che si debba per forza provare qualcosa nella preghiera e avere una remunerazione emozionale. La fede "mi deve far sentire bene", secondo l'antropologia corrente per cui il benessere è il centro dell'esistenza. Ma le sensazioni sono infantili e inaffidabili.
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Preghiera doverista: quella in cui il motivo e il fine della preghiera è compiere il nostro dovere, un obbligo. Il grande inganno di tale approccio è scambiare il senso del dovere per lo Spirito Santo.
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Preghiera di devozione: va a toccare il sentimento religioso, che non è esattamente la fede: la devozione può essere semplicemente un sottoprodotto della natura umana.
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Spontaneismo: l'idea di improvvisare sempre la preghiera. La preghiera invece si impara, ha un suo metodo e parte dal Vangelo.
Bisogna entrare in relazione con Dio al cospetto dell'altro. Tornando nella realtà al cospetto di Dio, io non solo ritrovo il Dio vero (e non quello che la suggestione costruisce), ma ritrovo pure me stesso e il mio cuore. Il dono inaspettato della preghiera è che, nella relazione con Dio, troviamo la più profonda delle nostre verità. Siamo finalmente al cospetto del Padre dove tutto si rimpicciolisce, le angosce tornano al loro posto di semplici proiezioni e la forza delle aspettative altrui lascia la presa sul nostro cuore: ci possiamo calmare, possiamo aprirci ed infrangere le nostre tensioni e le nostre paure. Si tratta di consegnarsi al Padre, di essere al suo cospetto e di entrare nella "stanza interna" dove Egli finalmente ci può essere Padre. Dio è Creatore di tutto ed è Padre: in quanto Padre Creatore e Onnipotente, non esercita la sua forza come supremazia, ma come parte della sua paternità.
Ricordiamoci del racconto della Trasfigurazione: la preghiera è un'esperienza personale ("mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto") e riporta a un'esperienza della Scrittura. Lasciamo che Dio parli attraverso la sua Parola: Mosè ed Elia, nella loro gloria, parlano del suo esodo, cioè della sua Pasqua, del suo passaggio al Padre. La preghiera sempre e comunque parlerà di Cristo e della sua Croce, Morte e Risurrezione.
La fatica dell'entrare nella parte profonda del cuore è la fatica di entrare nella parte più profonda dell'essere. Pietro dice: “È bello per noi essere qui”. Stare con Dio è bello. Quando Dio ci parla, noi non capiamo subito quello che ci dice: ci vuole tempo, ci vuole esperienza. Se si accetta di entrare in quella nube dove Dio parla, la preghiera diventa il luogo in cui possiamo rientrare in noi stessi — come fa il figliol prodigo nel momento della sua crisi — e ritrovarci. Allora si ode una voce che dice: “Questo è il Figlio mio, l'eletto: ascoltatelo!”. Pietro sta zitto e ascolta. Dio ci dice: "Fermati, fammi parlare".
Per pregare bisogna appartarsi, mettersi a contatto con le Scritture; lo scopo è contemplare il volto di Cristo e ricordare la bellezza di Dio. Oltre a misurarsi con la sua Pasqua, bisogna lottare contro il sonno, cioè combattere contro i nostri intorpidimenti e contro le cose che ci stanno allontanando dalla verità, per entrare in una nube oscura, in qualcosa che fa paura. Celebrare la "festa delle Capanne" significa stare nel deserto da soli con Dio per riscoprire che è Lui che ci salva: è Lui il Salvatore.
Santa pigrizia
I peccati, originariamente, sarebbero dei doni: cioè ciò che noi usiamo distortamente per il male. Dentro le varie passioni ci sarebbe qualcosa di buono che ha intrapreso una strada inopportuna. La pigrizia è evitare la fatica, ma la fatica è buona solo se ben finalizzata. Il peccato è spesso faticoso e richiede un dispendio di energie che non merita. È saggio cercare di vivere bene e investire bene le nostre fatiche; la polemica su ogni dettaglio ci usura.
C'è una strada di vita più bella: quella del lasciar perdere. Lasciar perdere vuol dire "perdere", ossia non vincere. Ci sono vittorie inutili e spesso ci lasciamo intrappolare nella guerra sbagliata. “Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? Non c'è niente di nuovo sotto il sole. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco: tutto è vanità e un inseguire il vento” (Qoelet). Ci affanniamo per cose che poi perdiamo; ci preoccupiamo e ci agitiamo per molte cose, ma bisogna prendersi solo la "parte migliore", come fa Maria anziché Marta.
Si può fare a meno, si può dimenticare, si può lasciar perdere tante volte: tramite il distacco, l'autoironia, l'astinenza, l'apertura, l'elemosina e la preghiera finalmente uno dice: "Posso astenermi, posso fare un passo indietro". E quanto si sta meglio! Non c'è bisogno di fare chiarezza su tutto.
L'arte di interrompersi
Ci sarà sempre qualcosa di "importante" da fare per cui Cristo può aspettare. Nella vita, se uno non si lascia interrompere non sa fare salti di qualità, perché ogni salto di qualità richiede il lasciare a metà qualcos'altro. “Seppellire il padre” rappresenta la chiusura del contenzioso paterno, cioè riuscire ad arrivare a quel punto in cui si è messa a posto la propria infanzia (e non è detto che si arrivi mai a quel momento). Ci sono cose nella vita che non bisogna risolvere, ci sono cose che bisogna lasciare andare, lasciar perdere, non definire, non dichiarare, non concludere. C'è il Regno di Dio, c'è il Regno dei Cieli: tuo Padre non ti sta dietro, ti sta davanti. Vallo a incontrare nel Regno di Dio, vai verso le cose che sono eterne, resta nelle cose che rimangono.
Tanta fatica per accumulare cose, per sapere, conoscere e sperimentare non porta a nulla. Quanto sono esagitati gli adolescenti! Quanta fatica inutile, quanta fatica sprecata, quante perdite di tempo! Poi, alla fine, c'è sempre tanto altro di bello da fare. Ecco: se c'è qualcosa che non vale la pena perseguire, applichiamo la "santa pigrizia", applichiamo un "santo menefreghismo". Tutto dipende da Dio. Noi non dobbiamo fare nessuna bella figura, perché è davanti a Dio che viviamo. Lui ci conosce benissimo e davanti a Lui non abbiamo bisogno di indossare nessuna maschera: abbiamo già ricevuto il suo "like", ed è la Croce di Cristo. Gli siamo piaciuti talmente tanto che ha dato la sua vita per noi.
Quante cose si fanno per l'onore, per la propria immagine o addirittura per il proprio benessere! Certe volte, per il proprio benessere, si fa fatica fino al malessere; tante volte, per raggiungere una meta desiderata, si perde la meta più grande della propria vita. Per riuscire a fare una bella vacanza ci si rovina l'esistenza; per realizzare un proprio progetto si finisce nel più oscuro degli incubi, tutto perché stavamo cercando la "grande soluzione". Quanta fatica inutile!
Spesso chi fa la volontà di Dio ha una caratteristica: quella di essere piuttosto sereno, perché di fatto la fatica non è in lui, ma riposa nella potenza di Dio. Pensiamo alla fatica che ha fatto la Vergine Maria: come ha compiuto tale meraviglia? Lasciandola fare a Dio: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Dire di sì alla volontà di Dio è la fine di una fatica.
Le paure ci fanno correre: obbedire alle paure ci fa accumulare cose su cose. Disobbedire alla paura vuol dire calmarsi, riposarsi, trovare il momento in cui le cose sono semplicemente loro stesse. Quanto ci fanno faticare le aspettative, le proiezioni e le attese degli altri che pesano su di noi fin da bambini! Si cammina meglio senza fardelli, non portare pesi è utilissimo per arrivare alla meta. La cosa più pesante da portare, la fatica più grande, è il nostro ego: pesante, invadente, che dobbiamo foraggiare, ingrassare e tenere continuamente al centro dell'attenzione. Ma perché? Che fatica! Sono tanto belli gli altri, ed è tanto bello guardare gli altri fare le cose. Ci sono gli arrivisti? "Falla se la vuoi fare la carriera, ma falla tu! A me puoi lasciare in pace? Fai carriera tranquillo: quando ti raggiungerò e sarai lì con la lingua di fuori per quanta fatica hai fatto, io sarò arrivato quando dovevo arrivare e avrò campato molto meglio".
Lo Spirito Santo, che noi spesso scambiamo col senso di colpa, non ha nulla a che vedere con esso. Lo Spirito Santo ci svela un'apertura, ci dà energia per fare le cose perché è forza, è energia: è la vita stessa di Dio che scorre in noi. Lo Spirito ci introduce alla verità tutta intera, ci libera dalla menzogna e dalle fatiche inutili. Il Signore ci dona questa "santa selettività": dire no a cose che non vale la pena fare e che non c'è alcun bisogno di fare.
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