La prima parte denuncia l'autoillusione umana e la tendenza a unirsi contro nemici comuni per sentirsi giusti, dividendo il mondo in buoni e cattivi come i bambini. Rosini spiega che le eresie e le assolutizzazioni nascono per difenderci dalla nostra precarietà, riducendo la realtà complessa a schemi rigidi. Il vero antidoto è l'accettazione del paradosso cristiano e della realtà, superando l'ansia da prestazione e il possesso materiale. Tramite il distacco dall'ego, l'elemosina e il superamento del perfezionismo, l'uomo ritrova la propria libertà interiore, la verità e la priorità autentica del Regno di Cieli.
Una delle cose più pericolose dell'animo umano è la sua capacità di autoillusione. La società umana si regge di norma sui propri nemici: non sapendo articolare una vera comunione interpersonale, le società identificano i nemici comuni per sentirsi unite. Sicché ciò che unisce non è l'amore o il bene, ma il nemico o il male.
Crediamo di essere più evoluti e pensiamo che le nostre rabbie e le nostre contrapposizioni siano più nobili e giustificate, ignorando che spesso risolviamo le nostre tensioni mostrificando qualcuno. Se si vuole essere ascoltati non basta avere un argomento, ma bisogna anche parlar male di qualcuno, esercitando la poca nobile arte di distinguere i buoni dai cattivi, come fanno i bambini. Dio ci salvi dai buoni, che sono i grandi persecutori dell'umanità: chiunque si reputa e si giudica buono si sente autorizzato a punire, eliminare e sopprimere. Noi cristiani partiamo dalla nostra cattiveria per scoprirci amati e, di conseguenza, amare.
Il dramma dell'assolutizzazione
La mente umana ha bisogno di rassicurazioni, che si procura tramite certezze, e quando non le trova disponibili nel reale, se le crea. L'incertezza è la condizione nativa dell'uomo e anche la sua possibilità di crescita e di creatività. Pensiamo a Pietro nell'ultima cena: ciò che separa Pietro dalla verità è proprio la certezza di essere migliore degli altri. Solo dopo il suo crollo, con il pianto disperato e la metabolizzazione della sua fragilità, potrà diventare pienamente se stesso. Il gallo che canta è il giorno che inizia, la luce che arriva, è la verità che irrompe.
Le nostre assolutizzazioni sono tecniche di sopravvivenza a fronte della nostra congenita precarietà. La gloria del mondo dura solo un istante. Dal 1968 in poi le eresie sono diventate simpatiche al mainstream: un eretico sembra una persona per bene, ma non è vero. La simpatia per gli eretici va ad alimentare l'antipatia culturale verso ogni cosa che puzza di Chiesa. La nostra idea indotta di eresia è quella di un pensiero diverso, più aperto, meno rigido e più integrante, ma è tutto il contrario: l'aggettivo eretico è etimologicamente il contrario di inclusivo.
Le grandi e dannose menzogne, come le eresie, sono fabbricate con dettagli assolutizzati di verità. Una cosa, se la ripeti più volte, diventa vera; un'eresia è una parte di verità separata dal suo contesto, l'isolamento di un dettaglio. Dire che Cristo è un vero uomo è vero, sì, ma è incompleto: è vero uomo e vero Dio. Leggere la storia in modo decontestualizzato è anch'essa un'assolutizzazione tipica della sensibilità moderna. La visione cristiana della storia è un orientamento al Regno dei cieli e implica una crescita lineare verso il compimento, cosa che ha introdotto la nozione di sviluppo.
La complessità della realtà è sempre stata una sfida essenziale per la fede e per l'umanità. La vita biologica è per natura organica, complessa e diversificata.
Chi non ha ragione in modo aperto non prende più niente di nuovo dalla vita. Vivere assiomaticamente di certezze vuol dire collezionare una cantonata dopo l'altra nella valutazione delle cose e di se stessi; credevamo di aver capito le persone e invece le avevamo giudicate in modo sommario ed erroneo. La Chiesa ha definito la rivelazione trasmessa sia nella Scrittura sia nella Tradizione. Il rapporto fra l'uomo e il molteplice è alla radice stessa dell'esperienza cristiana della Trinità, che è la contrapposizione fra alterità e unità risolta nella comunione.
La fede cristiana è per sua natura paradossale, emettendo affermazioni come l'unità e la trinità di Dio o l'incarnazione di Cristo (vero Dio e vero uomo). La natura della Chiesa è umana e divina insieme. Senza i paradossi non si può vivere la realtà.
Una menzogna si tiene in piedi se è basata su qualcosa di reale: per mentire bisogna dire almeno un pezzo di verità, come fa il serpente in Genesi 3.
In ogni singolo atto di non-amore c'è qualcosa che ha preso il posto del bene e che diviene più vitale della felicità autentica. Il peccato è connesso al senso di fallire il bersaglio; il senso del peccato non è quindi la trasgressione, ma l'attività di mancare il bersaglio, avere cattiva mira. Il nostro problema non è solo aver capito male il peccato, ma molto di più aver capito male l'amore. Scambiare il possesso o il piacere per amore è una grave profanazione dell'amore. Se le relazioni sono ridotte all'appetito di appagamento, siamo in un campo pericoloso.
In ogni peccato c'è un'assolutizzazione distruttiva:
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La gola è l'assolutizzazione dell'appagamento.
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La lussuria sposta questa assolutizzazione sul genitale fino alla degenerazione dei rapporti.
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L'avarizia è l'assolutizzazione del possesso, per cui gli altri valgono meno dei soldi.
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L'ira è l'assolutizzazione dei propri diritti e del proprio senso di giustizia, senza alcuno spazio per la pazienza con gli errori altrui.
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L'accidia è l'assolutizzazione del comfort e il rifiuto della fatica.
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L'invidia è l'assolutizzazione della competizione e del proprio primato.
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La superbia è l'assolutizzazione della salvaguardia del proprio ego.
Se qualcuno vuole ancora difendere l'idea del peccato come una cosa bella ma vietata, si accomodi pure, ma per favore non dalle mie parti: io vorrei vivere una vita bella.
L'aspetto paradossale dei dogmi richiede apertura mentale e non rigidità. In secondo luogo, è necessario per l'esperienza spirituale autentica, che esige apertura all'onnipotenza di Dio, la quale relativizza le nostre soluzioni. Una generazione di cristiani ha trasmesso la fede come una grande rassicurazione, ma la fede è il contrario. Fare di Cristo un'assicurazione contro gli infortuni è assurdo: com'è possibile seguire un crocifisso per stare bene? La fede dei cristiani è un dono che si riceve mettendosi in discussione e lasciandosi destabilizzare. Presentare la fede come una rigida posizione prioristica che diventa ideologia da difendere a spada tratta è fuorviante.
Ogni uomo è un mistero; nel cuore umano convivono due tesori, uno buono e uno cattivo. Nella comunicazione occorre stare attenti al tasso di assolutismo, cioè a quei segnali linguistici che usano esageratamente avverbi e una forte invasione di aggettivi, segnalando derive manipolative per enfatizzare ciò che si dice.
Bisognerebbe cercare gli avverbi e gli aggettivi e chiedersi se sono necessari, cancellandoli se possibile. Gli aggettivi rappresentano il come, mentre i sostantivi sono il cosa. Se la vecchia scuola retorica diceva prima il come e poi il cosa, in un certo senso lo faceva per la tendenza diffusa alla manipolazione paternalistica. Con gli aggettivi si forza l'ascoltatore, condizionandolo a determinare gli oggetti secondo il mio orizzonte valutativo e non lasciando l'interlocutore libero di procedere a una sua propria valutazione.
Il dramma della banalizzazione
La banalizzazione è una sciagura terribile della vita. Ci sono persone che devono sempre e comunque sdrammatizzare perché hanno questa unica strategia di sopravvivenza. Le eresie sono fuorvianti letture parziali dei dati; la banalizzazione trascura molto, generalizzando superficialmente. Una vita che penalizza sistematicamente le tensioni per salvaguardare il comfort e un risultato minuto quotidiano può diventare un'enorme, grassa falsità esistenziale. In ogni peccato noi banalizziamo il bene, sopravvalutando l'utilità e la piacevolezza del male, mentre dimentichiamo la bellezza e l'appagamento del bene. “Se hai un problema serio non vai dal prete, vai dallo psicologo”: questa è una mentalità che purtroppo è entrata anche all'interno della Chiesa.
Le vie di uscita
Noi cattolici abbiamo una fede paradossale, che non è lineare, non è composta di equazioni matematiche: la nostra fede è cattolica, ossia globale e universale. Ciò che è cattolico implica la convivenza degli estremi, per sua natura non esclude, è inclusivo e non selettivo nel senso della polarizzazione. Come la vita. La vita è paradossale, implica l'esperienza di situazioni caotiche e complicate. Bisogna navigare in questa realtà incerta sopravvivendo alle derive imposte dal nostro appetito di sicurezza e di certezza, che ci spinge alle scorciatoie logiche.
Noi cattolici pensiamo che il male, con la sua forza devastante, superi l'umano e non si spieghi con la semplice somma delle opere umane. Da questo male non ci si libera da soli: è un altro che ci deve liberare, il Liberatore, ossia il Redentore. Il male non va mai identificato con noi stessi né con gli altri; possiamo smettere di prendere su di noi il peso della drammaticità negativa della realtà, cosa che ci ha portato a colpevolizzarci e a colpevolizzare. Liberarsi da questo meccanismo è un processo lungo e importante, che deve essere portato avanti per tutta la vita; se non viene operato, ci trasmette una mentalità faziosa che tende alla condanna di se stessi e degli altri. E questo è pericoloso.
La parola magica è anche: non c'è solo quello che la voce della tentazione fa apparire nella mente. Pensiamo alle tentazioni di Gesù nel deserto: c'è una tecnica che è la confutazione delle tentazioni, per cui si apprende a ripristinare il giusto contesto della parola usata dal tentatore. Ricordiamoci che, in nome della fedeltà all'ortodossia, Cristo viene crocifisso in quanto bestemmiatore. Gesù de-assolutizza la lettura comune con un'opinione che allarga i confini rispetto a quella della mentalità del suo tempo. Amare qualcuno quando si comporta male non è un paradosso, ma il quotidiano: se qualcuno è stato amato veramente, è stato amato proprio quando ha sbagliato. Se la gente ti vuole bene solamente quando fai tutto per bene, non ti vuole bene: semplicemente sei una persona corretta e ti si riconosce quello che meriti. L'amore dovrebbe essere oltre. Gesù relativizza il nostro approccio sentimentale e buonista; l'amore autentico è quello incondizionato.
Il distacco
Occorre coltivare un sano rapporto con le cose. La prima tappa da sostenere è il distacco: per applicarsi a qualcosaa e arrivare a una vita fisica o spirituale compiuta, bisogna addestrarsi, come ovvio sia, fisicamente e spiritualmente, affrontando la già citata fatica di pensare. Bisogna rinunciare a tutti i propri averi per poter essere discepoli di Gesù Cristo. Nell'atto di discernimento a qualcosa devo saper dire di no, devo sapermi separare. Fino a quando siamo legati ai nostri congiunti non siamo oggettivi: il primo passo è staccarsi e rinunciare, essere indipendenti, perché ciò a cui tengo diventa ciò che mi tiene e mi ricatta.
Dobbiamo comprendere che l'oggettività dipende dalla capacità di svincolarsi dai possessi, che sono pericolosi. La capacità di distinguere le cose e di riconoscerne la diversità implica distanza; bisogna prendere le giuste distanze dalle cose. Si può credere, come fanno gli adolescenti di ogni età, che attraverso l'acquisizione di un cellulare si consolidi il proprio ego. Perché si svende il proprio essere per le cose? È un processo di espansione o rassicurazione dell'ego attraverso gli oggetti, attitudine che si chiama passione materiale ed è quella che cerca di risolvere il problema dell'inconsistenza dell'essere con la materia.
Sono duemila anni che il cristianesimo propone la libertà di percepire l'angoscia dei propri limiti, anziché cercare di ovviare con oggetti e cose, un meccanismo che si chiama alienazione. Perciò il distacco rende oggettivi, è come se restituisse a se stessi. Liberarsi degli oggetti, però, può non significare niente se non è un distacco dall'ego, dal sé, se non è la ricerca del proprio cuore. Dobbiamo avere successo? Dobbiamo possedere oggetti? Dobbiamo stare bene? Dobbiamo far contenti tutti? Queste cose sono proiezioni di acquisizioni, ma si risolvono in espropri, nello schiavizzare il nostro essere: è il processo idolatrico in cui si proietta il proprio io sulle cose, sulle idee e sui progetti.
Molto spesso succede che, quando si opera un distacco, si ritrovi il proprio cuore e la propria realtà. Il distacco produce un grande appagamento interiore e ci si sente liberi da un peso. La dimensione adulta riconosce l'esistenza dell'altro, sottolinea l'io dell'altro, lo ama, lo custodisce e lo cura perché è libero da se stesso. Bisogna saper accettare i "no" che la vita ci dice per farli diventare libertà e non semplice frustrazione. Le frustrazioni della vita sono occasioni di liberazione, sono importanti per arrivare a un desiderio più compiuto e vero. Le frustrazioni sono la fucina dei desideri grandi: ciò che resta in piedi oltre la frustrazione è roba seria.
L'elemosina che rende liberi
L'inconsistenza delle cose finite: tutto ciò che è piccolo torna piccolo. Ma cosa conta veramente? Tornare alle priorità autentiche. Dovremmo avere un elenco di priorità nitido, mediato, confrontato e costantemente aggiornato con una guida spirituale. Se una priorità è incompatibile con il Regno dei cieli, va lasciata. Tendiamo a credere di avere poco e invece spesso abbiamo troppo; ci sono troppe cose in ballo, vogliamo arrivare a troppi obiettivi. L'indecisione è una questione di avidità: se uno ambisce a troppe cose non si muove più, non si riesce più a fare un passo perché ogni scelta implicherà una perdita. Non si sa più distinguere cosa è importante da cosa non lo è.
Quando si fa un'elemosina si prova gioia e pace, e ci si ricorda che le cose si possono perdere. Non è vero che dobbiamo avere tutto. L'elemosina è un atto d'amore, mentre il distacco è funzionale al discernimento. Se la nostra sfida è non essere intossicati dal possesso e dalle cose che rendono stupidi e poco lucidi, ricordiamo che la paura di essere privati di qualcosa è il motore essenziale dell'angoscia. Si possiede solo ciò che si può donare: se una cosa non la posso donare, è perché lei possiede me e sono dipendente da essa.
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