Invidia, vanagloria, superbia e il cammino verso l'umiltà
L'invidia è una rivalità nei confronti del prossimo che altera le relazioni e spesso si accompagna alla vanagloria, cioè alla ricerca dell'affermazione della propria immagine. Essa finisce per deformare la percezione di sé e può persino nascondersi dietro azioni apparentemente buone. Genera ostentazione, autocompiacimento e ricerca continua dell'approvazione altrui.
La vanagloria è una gloria inconsistente, una ricerca di riconoscimento destinata a svanire. Come afferma il Qoelet, "vanità delle vanità", cioè qualcosa di simile a un soffio, a un vapore che si dissolve. Vivere per l'opinione degli altri rende miserabili, perché porta a costruire un'immagine idealizzata di sé anziché vivere nella verità. In fondo, ogni uomo cerca una gloria che dia valore, consistenza e stabilità alla propria esistenza. La domanda decisiva è: cerchiamo la gloria che viene da Dio oppure quella che viene dagli uomini?
"State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro; altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli." (Matteo 6,1-4)
Vantarsi del bene compiuto è una forma di stoltezza, perché il bene possiede una sua bellezza intrinseca e non ha bisogno di essere esibito. Si dovrebbe agire per amore, non per far sapere agli altri ciò che si è fatto. La vanagloria lascia sempre un vuoto interiore e non è mai sazia. Spesso questo vuoto sfocia in altri disordini, come la ricerca compulsiva di piaceri, la freddezza, il cinismo, l'insensibilità, la perdita del pudore e la competizione esasperata. Alla fine si distrugge l'immagine di Dio presente in noi e si diventa spietati verso gli altri. Tutto questo è l'opposto della verità, che è amore e si propone senza imporsi.
L'invidia nasce dal desiderio di superare qualcuno. È una delle radici profonde di molti mali umani. Si dice che esistano due modi per andare d'accordo: volersi bene oppure parlare male della stessa persona. Già nel racconto di Genesi 3 la tentazione consiste nel voler essere "come Dio", immaginando però Dio come un rivale o un despota. Per l'invidioso non basta essere belli, intelligenti o capaci: vuole essere più bello, più intelligente e più capace degli altri.
L'invidia è uno sguardo cattivo che rovina le relazioni. Nessuno è chiamato a essere la copia di qualcun altro. Non bisogna sentirsi sbagliati perché non si corrisponde a un modello ideale; occorre invece uscire dalla logica della competizione e imparare a riconoscere il proprio valore unico e irripetibile.
La modestia e la benevolenza: il rimedio all'invidia
In opposizione all'invidia e alla vanagloria troviamo la modestia e la benevolenza, che aprono alla comunione.
Una domanda utile da porsi è: quando è stata l'ultima volta che ho compiuto un'opera buona senza raccontarla a nessuno, offrendola solo a Dio per amore? Il mondo si regge grazie a una moltitudine di piccoli gesti nascosti che nessuno vede e che nessuno racconta.
Quando si dipende troppo dai complimenti e dall'opinione altrui, si rischia di perdere il proprio cuore. L'amore, per sua natura, possiede una dimensione segreta e profondamente divina. La vita cristiana è fatta anche di opere nascoste, di preghiera, di elemosina e di digiuno vissuti senza ostentazione.
Non raccontare continuamente il bene che si compie rende più stabili, più forti, più autentici e più veri. Significa imparare a vivere secondo le realtà interiori. La modestia si esprime nella sobrietà, nella moderazione, nell'umiltà, nel silenzio, nella riservatezza e nella prudenza.
La nostra cultura fatica ad accettare limiti, correzioni e rinunce. Tuttavia proprio questi elementi costituiscono pilastri importanti della vita cristiana. I figli di Dio, vivendo nella fiducia e nell'obbedienza al Padre, diventano una testimonianza vivente per chi non accetta i "no" della realtà.
Non bisogna smettere di fare il bene per paura della vanagloria. Bisogna invece imparare a fare il bene con amore, senza ricercare riconoscimenti. La gloria umana, provenendo da persone limitate e fragili come noi, è sempre inconsistente.
"Come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio?" (Giovanni 5,44)
Occorre custodire il cuore e individuare le cause della dispersione interiore. Spesso abbiamo paura di non essere riconosciuti o apprezzati: proprio lì può nascere una vera libertà. È in quella ferita che Dio ci rigenera.
La benevolenza è lo sguardo che cerca il bene dell'altro, che edifica, sostiene e custodisce. Essa è il contrario dell'invidia.
"La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio." (1 Corinzi 13,4-7)
Dalla benevolenza nascono la sincerità, l'armonia nei rapporti, il rifiuto della maldicenza, la franchezza e il benessere reciproco. La comunione fraterna è un'anticipazione del Paradiso: significa imparare a gioire sinceramente del bene degli altri e a fare il tifo per loro.
La superbia e l'umiltà
La superbia è l'urgenza morbosa di innalzare e gonfiare sé stessi. È all'origine di molti pensieri malvagi e, paradossalmente, produce un profondo vuoto interiore. Conduce all'isolamento e alla solitudine.
Alla sua radice vi è il rifiuto della propria condizione di creatura, della dipendenza da Dio e della propria fragilità. Il rifiuto del limite rappresenta una delle grandi tragedie umane. La superbia porta a dover continuamente affermare sé stessi, a costruirsi un nome e a fare di sé il centro di tutto.
La vita, però, pone inevitabilmente dei limiti. Il limite non è un difetto della realtà: è la realtà stessa, è la nostra natura umana. Negli ultimi secoli la cultura dominante ha spesso esaltato la trasgressione e l'autorealizzazione assoluta, ma così facendo rischia di compromettere sia il rapporto con Dio sia quello con sé stessi.
"Che vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?" (Matteo 16,26)
Quando non si accetta l'autorità di Dio, si finisce per mettere in discussione qualsiasi autorità e persino la realtà stessa. I sintomi della superbia possono manifestarsi in molti modi:
- idea grandiosa di sé;
- fantasie di successo illimitato;
- sopravvalutazione delle proprie capacità;
- convinzione di non essere sufficientemente apprezzati;
- senso di vuoto nonostante i successi;
- bisogno continuo di ammirazione;
- sfruttamento degli altri;
- mancanza di empatia;
- arroganza e presunzione;
- sensazione di essere speciali e incompresi;
- rivalità costante;
- suscettibilità e permalosità;
- maldicenza.
"O Dio, abbi pietà di me peccatore." (Luca 18,13-14)
"La superbia precede la rovina e l'orgoglio precede la caduta." (Proverbi 16,18)
L'umiltà: vivere nella verità
Il contrario della superbia è l'umiltà. Essa richiede una profonda conversione della mente e del cuore, perché si oppone direttamente al nostro orgoglio.
Un'immagine significativa è quella della Torre di Babele.
"Il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo." (Genesi 11,5-7)
Dio non è indifferente alle azioni dell'uomo, neppure quando questi intraprende progetti assurdi e autoreferenziali. La confusione delle lingue può essere letta come un'opera di correzione misericordiosa. Chi non vuole essere umile spesso deve essere umiliato, cioè ridimensionato dalla realtà.
Anche il dolore, quando viene accolto correttamente, può avere una funzione positiva: segnala le patologie dell'anima e aiuta a riconoscere ciò che deve essere guarito.
L'umiltà è il rapporto sano con la propria fragilità. È l'accettazione serena della propria limitatezza e della propria piccolezza. Coincide con la verità. Il superbo, più che rimproveri, ha bisogno di sperimentare un amore capace di rassicurarlo, confortarlo e guarire il vuoto che porta dentro di sé.
Quando si perde il senso della tenerezza e della paternità di Dio, nasce la paura. Il centro della vita spirituale non consiste nel diventare perfetti, ma nel rimanere vicini a Lui. È nella sua presenza che i cattivi pensieri si sciolgono. Non siamo chiamati a essere impeccabili, ma a vivere una relazione filiale con Dio. Siamo fatti per essere amati e aiutati. La nostra vocazione è vivere da figli amati, come Cristo, e non da orfani.
Lasciarsi correggere dalla vita significa riconoscere che essa contiene una sapienza che viene da Dio. Il passaggio fondamentale non è tanto "fare", quanto imparare ad abbandonarsi a Lui con fiducia. Chiunque si esalta sarà inevitabilmente ridimensionato; la difficoltà sta proprio nell'accettare questa correzione. Rifiutarla significa comportarsi da stolti.
L'antidoto alla superbia è la gratitudine: riconoscere che ogni bene presente in noi è anzitutto un dono di Dio. Significa prendere coscienza dell'opera della Grazia e accogliere persino le umiliazioni come una medicina, anche quando sembrano ingiuste.
Quando ci giustifichiamo continuamente è utile sospettare un poco di noi stessi, soprattutto quando le nostre spiegazioni diventano eccessivamente complesse. In fondo, tutti sappiamo di aver amato meno di quanto avremmo potuto e di avere ancora bisogno di crescere nell'amore.
La misericordia come punto di partenza
Il punto di arrivo del cammino spirituale coincide in realtà con un nuovo punto di partenza. Soltanto la misericordia di Dio può salvarci. Per questo, se vogliamo crescere nel bene, dobbiamo custodire la memoria della sua misericordia.
L'atteggiamento autentico è quello della verità e dell'umiltà: riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto al Signore. La vita cristiana culmina nella preghiera e nella fiducia in un Dio che non si stanca mai di amare.
Il peccato può essere compreso come un "bersaglio mancato": cercare qualcosa di buono nel posto sbagliato. Molto spesso il male nasce da un bene autentico che ha preso una direzione sbagliata.
Sotto i nostri peccati e sotto i nostri pensieri più oscuri si nasconde spesso una grazia ferita che attende di essere guarita. Non siamo un errore. L'amore non può fondarsi sul disprezzo di sé stessi, ma sulla consapevolezza della propria dignità e della propria vocazione alla felicità.
Persino i vizi possono indicarci, per contrasto, la strada della virtù:
- la gola rivela il desiderio di un piacere più grande, che trova compimento nell'amore;
- l'invidia manifesta il desiderio di possedere il bene che vediamo negli altri, orientandoci a imitare le loro virtù. Copiare una virtù è la Tradizione;
- l'ira può essere trasformata in forza per combattere il male autentico;
- l'avarizia esprime il desiderio di possedere il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, una ricchezza stabile, ricchi della vera ricchezza;
- l'accidia è la pigrizia riguardo al peccato che è energia spesa inutilmente;
- la tristezza secondo Dio conduce alla vita, al desiderio di amare di più e a una preghiera che condivide il dolore dei fratelli;
- la superbia trova guarigione nella certezza che Cristo è morto per noi e che il Padre ci ama infinitamente.
La vita cristiana è, in definitiva, una buona battaglia: non contro noi stessi, ma per diventare ciò che siamo chiamati a essere nell'amore di Dio.
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