La gola: la schiavitù del piacere e la perdita della libertà
La gola non riguarda soltanto il cibo, ma ogni forma di ingordigia e di desiderio insaziabile. È l'atteggiamento di chi vive inseguendo soddisfazioni immediate, compensazioni e piaceri che producono assuefazione e dipendenza. Tutto ciò che crea schiavitù rende la persona più infantile e meno libera.
Chi vive dominato dalla gola finisce per dipendere dal piacere: non si nutre più per vivere, ma vive per nutrirsi; non utilizza le cose per il proprio bene, ma vive per goderne. In questo modo un piacere particolare viene assolutizzato e la vita stessa viene banalizzata. La società contemporanea, spesso sazia, comoda e tranquilla, rischia di vivere soltanto per l'istante presente, dimenticando l'eternità.
La gola è spesso una fuga dal dolore. Tuttavia, il piacere alienante mantiene la persona in una condizione infantile, mentre il dolore reale può diventare il luogo della crescita, della maturazione e dell'incontro con la verità di sé. Siamo nati per la luce e per l'amore: chi è dominato dalla voracità non può amare davvero, perché è continuamente impegnato a nutrire se stesso e non è capace di nutrire gli altri.
In opposizione alla gola la tradizione cristiana propone il dominio di sé, cioè la capacità di governare la propria persona. In quest'ottica il digiuno non è una frustrazione né un rifiuto del cibo, ma un orientamento verso un bene più grande. È uno spazio creato per Dio. È il bene, con la sua gioia, che ci libera dal male.
Il cibo non deve diventare una droga ma una cura, qualcosa che permetta di rimanere vigili e lucidi. Gesù stesso, sulla croce, rifiutò ciò che avrebbe potuto stordirlo. Allo stesso modo non possiamo entrare nella preghiera in uno stato di alterazione: occorre fare spazio a Dio attraverso una rinuncia, un'astinenza che renda possibile un'apertura più profonda. In questo senso il digiuno è sempre necessario per amare.
La lussuria: quando il desiderio perde il suo significato
La lussuria è una forma di voracità che schiavizza e infantilizza. È figlia della gola e della superbia. L'energia sessuale è una forza potentissima, strettamente legata alla vita, e proprio per questo occorre comprendere il significato del corpo e la sua missione.
Il termine greco porneia richiama la prostituzione e la profanazione del corpo: una sessualità vissuta come dipendenza e come peccato contro il significato stesso del corpo. San Giovanni Paolo II, nella sua "Teologia del corpo", ha insegnato che il corpo possiede un linguaggio che può essere autentico oppure menzognero.
Dio ha posto la gioia dell'orgasmo nell'atto da cui nasce la vita. La sessualità è quindi qualcosa di profondamente buono. Tuttavia la lussuria, come suggerisce la stessa radice della parola "lusso", consiste nell'eccesso: ciò che non è essenziale prende il posto dell'essenziale. La sessualità si riduce così a semplice genitalità, diventa superficiale, e la persona si trasforma in un predatore che usa l'altro per soddisfare se stesso.
Molto spesso si utilizza il piacere per sfuggire a una frustrazione reale. Tuttavia la ferita rimane e, se non viene affrontata, può portare alla degenerazione e all'autodistruzione. Nella sessualità il virus della superbia si manifesta come desiderio di possesso e autoaffermazione.
L'uomo tende biologicamente a catturare e possedere l'oggetto del desiderio, con il rischio di scivolare verso il dominio e la violenza; la donna può essere tentata di conquistare l'attenzione e il cuore dell'altro per esercitare un controllo. Esiste però una strada sana: quella della relazione, del dialogo e della conoscenza reciproca.
Quando l'uomo non accetta il proprio limite e la propria fragilità, vive perennemente sull'orlo dell'abisso e cerca continue rassicurazioni. Da qui derivano spesso la ricerca compulsiva del piacere, la gola e la lussuria.
In opposizione alla lussuria troviamo la purezza della mente e del cuore. Ogni corpo è una persona, con una storia, una sensibilità, un'attesa. Ogni persona merita di essere curata, ascoltata, compresa e amata. Ciascuno custodisce tesori e bellezza che devono essere valorizzati.
La lussuria trasforma il corpo in un bene di consumo; dove c'è consumo non c'è vero amore. Amare significa decentrarsi da sé per cercare il bene dell'altro. La vera soddisfazione nasce quando si ama realmente. Un bene duraturo rende felici, mentre chi non ama resta inevitabilmente frustrato.
La risposta cristiana alla lussuria è la castità, che non è negazione della sessualità né semplice astinenza. Casto è colui che governa il proprio cuore ed è padrone di sé. Siamo chiamati a custodire la dignità della persona e a vivere con sapienza il desiderio.
Il limite è necessario alla vita. La mancanza di punti di riferimento, di maestri e di padri spirituali genera confusione. Uno degli inganni del Novecento è stato quello di sostenere che la sessualità non debba avere confini. In realtà la forza disordinata della lussuria non si vince soltanto con la volontà, ma soprattutto mediante la grazia.
Come il digiuno serve per mangiare meglio, così la castità serve per amare meglio. Essa porta maturazione, prudenza, moderazione e una mente limpida. Uomo e donna sono chiamati alla sponsalità, cioè al dono reciproco di sé.
La castità libera dalla schiavitù dei pensieri e nasce dalla profondità dello spirito. Significa imparare a pensare secondo Cristo. Il cuore della fede cristiana è questo: il Figlio di Dio è morto per me ed è risorto per me. Ho cose grandi e belle da compiere e non posso sprecare il mio tempo in ciò che mi degrada. C'è sempre speranza, perché il Padre non abbandona mai i suoi figli. Le passioni si governano attraverso una quotidiana obbedienza al bene.
L'avarizia: quando il possesso prende il posto dell'essere
L'avarizia è l'estensione dell'ego sugli oggetti. È il piacere del possesso e dell'accumulo. L'avaro fatica a decidere perché teme di perdere qualcosa; considera ogni perdita una tragedia e finisce per vivere una vita mediocre, rinunciando alla pace interiore.
Per il denaro e per i beni materiali si litiga, si diventa ipocriti, si scivola nella disonestà e nella ricerca di scorciatoie vantaggiose. L'essere viene sostituito dall'avere. In realtà ci serve molto meno di quanto immaginiamo.
Il contrario dell'amore non è soltanto l'odio, ma anche il possesso, che porta all'indifferenza e alla chiusura del cuore. Molti conflitti e molte guerre hanno alla loro origine motivazioni economiche.
«Avendo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo» (1Tm 6,8-10).
L'avidità si manifesta nei bisogni artificiali, nella continua ricerca di oggetti nuovi, nella dipendenza dai marchi e dalla tecnologia. È l'inganno della falsa necessità.
L'avaro vive nell'ansia. Ha paura di perdere ciò che possiede e giustifica l'accumulo come difesa contro una futura povertà. In questo senso è incapace di affidarsi alla Provvidenza. L'avarizia appare ragionevole, ma in realtà distrugge la capacità di accontentarsi e di vivere serenamente.
Ciò che si accumula diventa un idolo. Paradossalmente è la ricchezza a possedere l'uomo e non il contrario. Si lavora per le cose, ma non le si gode mai veramente. Nulla basta, nulla soddisfa. Ovunque si vedono sprechi, nemici e rischi di perdita. Così si perde la gioia.
In opposizione all'avarizia troviamo il distacco, la donazione e l'elemosina. I vizi muoiono quando vengono privati del nutrimento che li sostiene. Non si può amare veramente se si è attaccati a qualcosa, perché quell'oggetto diventa la priorità nascosta di ogni scelta.
Abramo dovette lasciare tutto per arrivare alla Terra Promessa. Allo stesso modo, chi segue il Signore è chiamato a lasciare tutto ciò che lo rende schiavo.
«Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21).
Gesù invita a diventare ricchi della vera ricchezza. Nessuno può rubare l'amore che abbiamo donato. I beni che non siamo capaci di condividere, in realtà, possiedono noi. Le uniche cose che davvero ci appartengono sono quelle dalle quali siamo liberi e che possiamo offrire agli altri.
Vivere in modo essenziale non significa rinunciare, ma liberarsi. Il distacco permette di accumulare tesori nel cielo e di fare esperienza della Provvidenza. Siamo creature povere, limitate e fragili: accettare questa realtà sconfigge il demone dell'avarizia.
La libertà dai beni apre alla gratitudine e la gratitudine rende ricchi. Senza una concreta povertà evangelica è impossibile vivere pienamente il Vangelo. Chi non è attaccato alle cose non è ricattabile ed è veramente libero.
La vita non cambia grazie alla ricchezza, ma grazie alla conversione del cuore. Quando ci affidiamo a Dio tutto assume una prospettiva diversa: il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno. La povertà evangelica protegge la nostra libertà dagli attaccamenti.
L'ira: dalla ferita alla misericordia
L'ira è un vizio particolarmente pericoloso e distruttivo. Le sue conseguenze possono essere devastanti. Mosè stesso perse l'ingresso nella Terra Promessa a causa di uno scatto d'ira (Dt 32,48-50).
L'ira può nascere anche da motivazioni apparentemente giuste, ma quando autorizza aggressività e violenza diventa una forza devastante. Talvolta può essere utilizzata come energia per reagire al male o per uscire da un vizio; tuttavia, se non viene governata, si trasforma facilmente in odio.
Spesso dietro l'ira si nasconde la tristezza. Chi è schiavo dei propri stati d'animo vive in una condizione di immaturità. Quando l'ira viene trattenuta, diventa rancore, desiderio di vendetta e calcolo freddo. Nasce spesso da una frustrazione, da un bene non ottenuto o da un piacere negato, reale oppure immaginario.
«Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26-27).
L'ira è preparata dalla tristezza, che nasce dall'illusione di poter possedere, fare e avere tutto. L'insoddisfazione alimenta pensieri negativi, come accadde a Caino. Anche senza uccidere fisicamente, possiamo diventare assassini nel cuore attraverso il disprezzo.
Per questo occorre vigilare sulle realtà che non riusciamo ad accettare e imparare ad affidarle a Dio. Spesso ricordiamo i torti subiti e dimentichiamo quelli commessi, ricordiamo le mancanze altrui e dimentichiamo le grazie ricevute.
«Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36-38).
Il peccato è un problema della vita, mentre la grazia è l'amore di Dio che guarisce la vita. Il peccato rende ciechi e conduce alla solitudine. La risposta di Gesù è la misericordia. Se Dio applicasse verso di noi il nostro stesso metro di giudizio, nessuno potrebbe salvarsi.
La misericordia libera dal vittimismo, dal giustizialismo e dal desiderio di vendetta. La vera giustizia appartiene a Dio e non all'uomo. Quando si accoglie l'offesa con pazienza e si sopporta l'ingiustizia senza lasciarsi dominare dall'odio, si entra nell'esperienza della misericordia e si conosce realmente l'amore.
In opposizione all'ira troviamo la magnanimità.
«Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5).
Il mite non risponde alla violenza con altra violenza. Non combatte per dominare questa terra, ma per ottenere una patria migliore. La magnanimità orienta verso i beni grandi e permette di rinunciare a una battaglia immediata per vincere la guerra più importante: quella delle relazioni e della comunione.
San Paolo parla della "buona battaglia" della fede:
«Questo è l'ordine che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie già fatte su di te, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia» 1Tm 1,18
«Combatti la buona battaglia della fede» 1Tm 6,12
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» 2Tm 4,7
San Filippo Neri insegnava che il dono dello Spirito Santo che si oppone all'ira è la pietà, cioè il ricordo costante di come Dio ci ama. Chi perdona guarisce dal male ricevuto. L'ira si combatte attraverso la gratitudine e la memoria dei doni ricevuti.
Perdonare è difficile, ma non basta un ragionamento mentale: è un'opera del cuore sostenuta dalla grazia. Comprendere le motivazioni altrui aiuta, ma ciò che serve davvero è una relazione autentica con il Dio di Gesù Cristo.
Dio è capace di trarre vita dalla morte. Dal più grande dei peccati dell'umanità, l'uccisione del Figlio di Dio, ha ricavato la nostra redenzione. Questo significa che può trarre un bene anche dalle ferite della nostra vita.
Non dobbiamo giustificare il male, ma consegnarlo a Dio. È necessario lasciare che le ferite ci rendano poveri e aperti alla sua misericordia. Anche quando non ci sentiamo capaci di perdonare, possiamo credere che Dio sappia trasformare il male in bene.
L'ira nasce da una ferita, ma soltanto chi perdona guarisce. La vendetta, invece, mantiene un legame di schiavitù con chi ci ha fatto del male. La via cristiana consiste nel benedire chi maledice, affidare a Dio la giustizia e vivere nella libertà della misericordia.
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