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martedì 28 luglio 2026

​I santi. Dall'epoca apostolica al Medioevo, di Antonio Maria Sicari.

L'opera di Antonio Maria Sicari ripercorre la testimonianza dei santi dall'epoca apostolica al Medioevo, mostrandone l'impatto teologico, culturale e umano. Attraverso figure come Ambrogio, Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Bonaventura e Brigida, emerge la visione cristiana dell'amore coniugato alla verità, dell'armonia tra fede e ragione e del valore concreto della Creazione. Il testo evidenzia inoltre la radice medievale dell'unità europea e mette in guardia dalle insidie dell'individualismo e del razionalismo presuntuoso.











Ecco la trascrizione di alcuni passaggi che mi hanno colpito dell'opera.

Sant'Ambrogio

«Nemmeno con l'espressione del viso si deve mancare all'onore dovuto ai genitori [...]. Quand'anche avrai sostentato tua madre, non compenserai mai i suoi dolori, mai compenserai gli strazi che ella ha patito per te; non compenserai gli atti d'amore con cui ti ha portato in grembo, non compenserai il nutrimento che ti ha dato, premendo soavemente le sue mammelle sulle tue labbra con tenerezza di affetto; non compenserai la fame che ha sopportato per te, quando non voleva mangiare nulla che ti potesse nuocere, né toccare nulla che le danneggiasse il latte. Per te essa ha digiunato, per te ha mangiato, per te ha rifiutato il cibo che pure desiderava, per te ha preso il cibo che non le piaceva, per te ha vegliato, per te ha pianto: e tu permetterai che essa viva nel bisogno? O figlio, che terribile giudizio vai a cercare, se non sostenti colei che ti ha partorito! Tu devi quello che hai a colei alla quale devi quello che sei»!


San Tommaso d'Aquino

citato da papa Benedetto XVI nell'Enciclica Caritas in veritate:

«Tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. [...] Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso diventa preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario».

Per san Tommaso, dunque, la felicità dell'uomo è l'amore; ma quando l'amore è vero, esso chiede di desiderare non la propria felicità ma la felicità dell'altro, a costo della Croce.


Sant'Alberto Magno

Così Alberto, proprio per la sua fede umile e immensa, si trovò a introdurre nel pensiero europeo l'idea che ci si deve accostare alla natura e ai fenomeni naturali per la via dell'esperienza. E divenne il vero «fondatore della scienza moderna».

«Se la scienza avesse seguito la strada tracciata da Alberto – dicono oggi gli studiosi più attenti – si sarebbe risparmiata un giro di circa tre secoli».
La sua fu la prima vivente esaltazione storica dell'autonomia della scienza, e la dimostrazione che questa giusta autonomia può esistere nella mente e negli occhi e nei metodi di un uomo totalmente innamorato del Creatore.
Non è perciò affatto strano che Alberto sia stato il primo vero scienziato del nostro millennio e che contemporaneamente egli sia il saggio capostipite della mistica domenicana che si estende dai nordici fiamminghi fino a santa Caterina da Siena.
Questo suo atteggiamento da scienziato ebbe poi delle conseguenze ancora più decisive e travolgenti, quando Alberto si trovò ad affrontare le più gravi questioni teologiche del suo tempo.
Per più di mille anni la fede era stata pensata e spiegata con categorie tratte dalla filosofia di Platone: un pensiero tutto proteso alla trascendenza, all'aldilà e agli ideali di bontà e di bellezza ultraterreni (e quindi molto utile a comprendere i misteri della redenzione e dell'eternità), ma che trascurava la realtà e le concretezze di questo mondo, inducendo sospetti e pessimismo verso tutto ciò che s'avvicinava alla materia e alla carne (e quindi di poco utile a penetrare i misteri positivi della creazione, dell'incarnazione e della risurrezione di Cristo).
In quel secondo millennio, invece, la Chiesa era travagliata da un crescente bisogno di concretezza, di razionalità, di esperienza, e si andava riscoprendo un nuovo pensiero filosofico che sembrava più adatto: quello di Aristotele, «il filosofo che prendeva le cose come le trovava» e le spiegava razionalmente con logica stringente; il filosofo che considerava l'uomo e le sue realtà con magnanimità e positività.
Molti però avevano paura di quelle nuove idee, anche per il fatto che esse non giungevano nella loro forma originale. Da secoli, infatti, Aristotele era stato l'autore preferito da filosofi arabi che lo avevano interpretato panteisticamente, divinizzando quasi l'intera realtà.


san Bonaventura e san Tommaso d'Aquino

I due colleghi – ambedue maestri a Parigi ed entrambi futuri santi e Dottori della Chiesa – sono in quell'epoca i più prestigiosi rappresentanti di due diverse tendenze teologiche, ambedue legittime, ugualmente preziose dal punto di vista cristiano, anche se con diverso valore.

La prima tendenza è quella condivisa da san Bonaventura e, in genere, dalla scuola francescana (che fa capo a sant'Agostino e che trovava un utile alleato nella filosofia di Platone), secondo cui il bene più importante è «avere la grazia di poter amare Dio»: nello slancio verso di Lui, è considerato un privilegio poter superare d'un balzo tutti i condizionamenti terreni (della materia, del corpo, delle umane ragioni, delle contingenze passeggere), lasciandosi tutto alle spalle per immergersi nella divina beatitudine.

La grazia basterebbe anche da sola. Tutte le altre cose, invece (l'intelligenza, la speculazione, la scienza più sottile), da sole non bastano!

San Bonaventura perciò concludeva: «È così consolante sapere che una vecchierella può amare Dio, anche più di un maestro di Teologia». E ricordava ai suoi studenti che lo scopo dei loro studi teologici doveva consistere nel «diventare buoni». E bisognava «amare per poter conoscere».

Ad ascoltare questi devoti suggerimenti, Tommaso si sarebbe anche commosso (piangeva facilmente durante la preghiera!), ma sulla cattedra si sarebbe un po' preoccupato, perché avrebbe intravvisto all'orizzonte quel pessimismo in cui di fatto cadranno poi i riformatori protestanti, pronti a rinnegare la ragione e gran parte della creazione...

L'altra tendenza è quella che fa capo, appunto, a san Tommaso e alla corrente domenicana – e che trovava nella filosofia aristotelica (ma su testi nuovamente e accuratamente tradotti) un utile e immenso materiale di costruzione –, secondo cui l'uomo deve andare a Dio rispettando e utilizzando tutti i doni del Creatore: il primo dei quali è l'intelligenza, che Egli ha creato «per Sé», per impregnarla un giorno di eterna beatitudine.


San Tommaso d'Aquino

...E forse Tommaso prevedeva la rovina di tempi lontani (i nostri) in cui «parlare d'amore» sarebbe diventato il metodo comune per irridere ogni verità e far passare ogni aggressione al Creatore.
Per questo il santo domenicano insisteva a parlare anzitutto di amore della verità: quella Verità che è Dio stesso, il quale ha voluto disseminare il suo vero bene nell'intera creazione, per indicarci la strada che conduce a Lui.
E concludeva (completando Bonaventura, dal punto di vista del fondamento): «Bisogna conoscere per poter amare!».

Riepilogando, al tempo di Tommaso si profilavano già, in teologia e nella prassi cristiana, queste due tendenze che avrebbero poi fatto storia:

– C'erano cristiani santi che si sentivano immediatamente afferrati dal mistero della Resurrezione di Cristo e avrebbero voluto subito penetrare in cielo (valorizzando soprattutto ciò che avrebbe dovuto «condurli in alto»: l'amore, appunto!). Ma c'erano anche alcuni filosofi e teologi meno santi, che già cominciavano a preparare secoli di aggressione alla Chiesa in nome di un preteso e insindacabile amore...

– E c'erano altri cristiani che intuivano la bellezza della Creazione (cioè del disegno immaginato da Dio), ma anche la drammaticità del peccato che cerca sempre di rovinarla. E pensavano dunque di dover ricominciare, assecondando il movimento stesso di Dio: quello della sua umile discesa nella carne (nel corpo, nella materia, nella storia, in tutti i condizionamenti umani), quello della redenzione che salva tutti i beni creati e li riconduce al primitivo splendore, e poi quello della Risurrezione che conduce tutto all'eterna beatitudine. Ed ecco stagliarsi all'orizzonte tra Dio e il cosmo, sulla linea di confine, il miracolo più grande: la persona che san Tommaso definisce così: «ciò che di più perfetto esiste in tutta la natura».


Santa Brigida

Quando Brigida nasce nel 1303, «nel paese più settentrionale del mondo», l'Europa è ancora spiritualmente unita da una stessa cultura, da una stessa civiltà (arte, mecenatismo, lingua) e da una fede comune. Gli uomini colti del tempo sono e si considerano cittadini del mondo, e guardano a Roma come al proprio centro ideale e spirituale.

In quel «Medioevo» che molti scioccamente disprezzato, un ragazzo poteva nascere in un villaggio dell'Italia meridionale, frequentare l'università di Napoli, specializzarsi in Germania alla scuola di un professore tedesco, e diventare Docente all'università di Parigi, per poi essere richiesto dall'università di Napoli (così accadde, ad esempio, a san Tommaso d'Aquino).

E le tre più grandi università del tempo (Parigi, Bologna, Oxford) hanno studenti che provengono da tutta Europa.

I vescovi o gli abati delle grandi città europee occupano la loro cattedra indipendentemente dal fatto che siano italiani, francesi, inglesi o d'altra nazionalità: alla sede arcivescovile di Canterbury c'è un italiano (sant'Anselmo), all'abbazia di Cîteaux c'è un inglese (Stefano Harding), in Danimarca – a riformare la vita monastica – c'è un canonico francese, in Fiandra a mediare tra francesi e borgognoni c'è un vescovo svedese...

Insomma: ciò che oggi timidamente cerchiamo di progettare – un'Europa unita oltre i confini delle religioni, degli stati e delle razze – la Chiesa di Roma era riuscita a realizzarlo nel Medioevo convertendo barbari e resistendo all'Islam.

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A volte ella viene coinvolta in dibattiti teologici e filosofici e le vengono offerte soluzioni piene di buon senso, di saggezza e di mistica profondità.

C'è anche un intero libro intitolato proprio Libro dei perché. In visione, mentre viaggia a cavallo sulle sponde di un lago, Brigida vede un monaco dotto e superbo, «impaziente e nervoso» – che ella conosce bene – il quale, arrampicato su una scala, si protende fin quasi a toccare il trono di Cristo Signore, e Lo infastidisce con raffiche di domande piene di malizia e di presunzione.

È una vera aggressione al cielo che comincia terra terra:

«Io ti domando, o Giudice, e Tu rispondimi: Tu mi hai dato una bocca, perché non devo parlare come mi piace? Tu mi hai dato due occhi, perché non devo guardare ciò che mi aggrada? Tu mi hai dato l'udito, perché non devo udire ciò che mi piace? Tu mi hai dato le mani, perché non posso fare con esse ciò che mi va a genio? Tu mi hai dato i piedi, perché non posso andare dove voglio?».

Così comincia l'interrogatorio lanciato in faccia a Dio, e mai – come in questa antica visione medievale – si è così violentemente anticipato l'uomo moderno, collocato a un passo dal suo ateismo pratico.

Dio non viene negato, ma chiamato in giudizio per allontanarlo dalla vita e dalle concretezze dell'esistenza: a partire dal fondamento dei sensi e dei loro immediati diritti.

E ogni questione viene acuita con un definitivo disprezzo: «Che hai Tu da opporre a ciò?».

Perché Cristo non scese dalla Croce? Perché non inondò il mondo con la sua potenza luminosa? Perché affidò il suo messaggio a una predicazione faticosa e stentata? Perché c'è una dissonanza tra i quattro Vangeli?».

L'ultima domanda (l'ottantesima) suona così: «Se una sola anima umana vale più di tutto il mondo, come mai i tuoi amici e i tuoi messaggeri non riescono a raggiungerle tutte?».

A ogni questione – e molte sembrano anticipare le contorsioni di certi critici moderni – Cristo risponde pazientemente, anche se sa già che le sue parole non convertiranno quel monaco superbo; e ogni Sua risposta comincia dolorosamente con le parole: «Amico mio...».

Ma dopo aver subito pazientemente l'estenuante interrogatorio – che è una vera Summa dell'incredulità pratica che già serpeggiava nel Tardo Medioevo –, Gesù ribatte: «Adesso tu mi hai rivolto le tue domande sopra tante cose e io a tutte pazientemente ho risposto. Ora però – a nome della mia Sposa qui presente [cioè: Brigida], voglio fare io una domanda a te: tu sei un uomo dotato, abbastanza intelligente da conoscere la differenza tra il bene e il male. Perché allora ami maggiormente le cose che passano, di quanto non ami le cose eterne?».

E il monaco è costretto ad autocondannarsi, rispondendo brutalmente: «Perché voglio agire contro il buon senso, dando la precedenza alla carne invece che all'anima».

In un'altra occasione simile, Brigida ascolterà dalle labbra di Gesù queste tristissime parole – più dure di ogni condanna – rivolte sempre a un monaco orgoglioso e carnale: «La mia passione non ti dice nulla... perciò l'inferno è aperto davanti a te».

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