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sabato 21 marzo 2026

Francesco, il dito e la luna. In Paradiso senza carrozza. Rosini+Nembrini

Don Fabio Rosini:
Oggi, infatti, annunciare la fede non significa tanto rivelare qualcosa di nuovo, quanto piuttosto smascherare qualcosa di falso. Il problema che abbiamo davanti è culturale: nel tempo, la trasmissione della fede è stata spesso deformata. Per questo, più che proclamare il cristianesimo, siamo chiamati a smontare il "falso cristianesimo" che si è radicato nel cuore delle persone e nella mentalità comune. Da una parte, noi cristiani lo abbiamo talvolta presentato in modo poco credibile; dall'altra, il mondo lo ha ulteriormente deformato.

C'è, ad esempio, una grande confusione tra la vita cristiana e una certa morale di stampo vittoriano, fatta di doveri, imposizioni e rigidità: una cosa ben diversa dal Vangelo. A questo si aggiunge un sentimentalismo diffuso: quando non si riesce a dire qualcosa di incisivo, si scivola nel tono lamentoso, nel linguaggio emotivo e un po' zuccheroso. Così, il cristianesimo viene ridotto a qualcosa di superficiale, quasi "appiccicoso", perdendo la sua forza.

Un esempio emblematico è il testo che vogliamo affrontare oggi: il celebre "fioretto della perfetta letizia". Già l'espressione "perfetta letizia", in realtà, è fuorviante: è una versione addolcita di un testo originariamente molto più duro e persino scomodo, che troviamo negli Acta Beati Francisci, tra le prime testimonianze dirette su Francesco.

In questo racconto, Francesco dice a frate Leone: "Questa è la vera letizia". Il tema della letizia è centrale nella spiritualità francescana, ma è stato spesso frainteso. Nella versione più diffusa, si racconta che la vera gioia non consiste nel successo o nei risultati straordinari, ma nel sopportare con pazienza il rifiuto: arrivare al convento, non essere riconosciuti, essere cacciati via… e accettare tutto questo con pace.

Tuttavia, il testo originale è più radicale e va compreso alla luce dell'intero cammino spirituale di Francesco. Possiamo sintetizzarlo confrontando due sue preghiere: una degli inizi e una della maturità.

All'inizio, davanti al Crocifisso, Francesco prega:
"Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi fede diritta, speranza certa, carità perfetta."

Qui tutto ruota attorno all'"io": Francesco chiede, domanda, cerca. È all'inizio del suo percorso.

Alla fine della sua vita, invece, nelle Lodi di Dio Altissimo, il linguaggio cambia completamente:
"Tu sei gaudio e letizia, tu sei la nostra speranza, tu sei bellezza, tu sei mansuetudine…"

Qui l'"io" scompare: tutto è centrato su Dio. Non si vive più di sé, ma di un Altro. È il passaggio decisivo: dall'ego al "Tu".

Questo è il cuore del cammino di Francesco — e, in fondo, della vita cristiana. Non si tratta di diventare perfetti, ma di scoprire la bellezza di Dio. Non si tratta di migliorare se stessi in modo moralistico, ma di lasciarsi attrarre da Lui.

Per amare, non devi essere perfetto tu: deve essere bello ciò che ami. E Dio è il "più bello tra i figli dell'uomo". È guardando Lui che la vita cambia.

In questo senso, la "vera letizia" non è una specie di allegria superficiale o ingenua. Non è il sorriso forzato di chi ignora il dolore. È aver trovato la sorgente della gioia: Gesù Cristo. È vivere della sua vita, del suo amore.

Questo richiama anche il celebre inno alla carità di san Paolo (1 Corinzi 13): si possono fare cose straordinarie — parlare tutte le lingue, avere una fede capace di spostare le montagne — ma senza l'amore non valgono nulla. Si può persino avere una fede forte e mancare di carità: una contraddizione che Paolo non esita a denunciare.

Il rischio, infatti, è sempre lo stesso: ridurre la religione a uno strumento dell'ego, a una forma di autoaffermazione. Si può costruire anche qualcosa di grandioso — persino una "cattedrale" — e restare vuoti dentro.

La vera letizia, invece, è un dono dello Spirito Santo. È la gioia che nasce dalla comunione con Dio e che, proprio per questo, si riversa naturalmente nella comunione con gli altri.

Per questo oggi è necessaria un'opera di "demistificazione": liberare il cristianesimo dalle sue caricature — moralistiche o sentimentaliste — per riscoprirne il cuore autentico.

Franco Nembrini:

Io posso solo aggiungere ciò che mi compete: provare a leggere con voi i testi a cui ha fatto riferimento. Ma lo faccio con una difficoltà in più rispetto alle altre sere — e lo dico sinceramente — perché quello che abbiamo davanti è un testo duro, persino sconvolgente.

È un testo che, studiandolo e meditandolo, ha letteralmente distrutto l'immagine che avevo di Francesco d'Assisi: quell'immagine dolce, un po' sentimentale, quasi zuccherosa, di cui parlava don Fabio. Un'immagine che riduce la fede a qualcosa che addolcisce la vita, come un cucchiaino di zucchero sull'amaro.

Questo testo, invece, restituisce un Francesco in gran parte sconosciuto: un uomo duro, soprattutto con se stesso; un uomo che ha sofferto profondamente; un uomo che ha conosciuto una solitudine radicale — lui che pure aveva radunato migliaia di persone.

Ed è proprio questa solitudine, forse, la chiave per comprendere il mistero delle stigmate: quella identificazione totale con Gesù Cristo.

Provare a intuire ciò che Francesco ha vissuto negli ultimi anni della sua vita significa affacciarsi sul mistero di un sacrificio totale di sé. Personalmente, mi è sembrato — per la prima volta in modo così chiaro — di intravedere, nella vita di un uomo come noi, anche se santo, qualcosa di ciò che deve aver vissuto Gesù sulla croce, quando ha gridato:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

Che cosa deve aver provato Gesù per arrivare a dire questo? Lui, che vive da sempre nell'unità con il Padre e lo Spirito, che non può essere pensato separato dall'amore trinitario. Che strappo interiore, che ferita — infinitamente più profonda di ogni dolore fisico — deve aver attraversato.

Ecco, nella vicenda di Francesco possiamo forse avvicinarci, anche solo da lontano, a questo mistero. E, allo stesso tempo, comprendere qualcosa del sacrificio a cui anche noi siamo chiamati: perché il cristianesimo passa da lì.

Spesso ne abbiamo una visione ridotta, mediocre: non necessariamente falsa, ma povera, insufficiente. Invece, guardare il mistero della croce di Cristo attraverso la croce vissuta da Francesco è qualcosa che non lascia le cose come prima. Almeno, per me, questa Quaresima sta diventando così.

Per comprendere meglio questo testo, è utile richiamare brevemente il contesto storico degli ultimi anni di Francesco. Non sono uno studioso — lo dico con onestà — ma ho cercato di approfondire quanto basta per accompagnarvi in questo percorso. Se ci sono imprecisioni, abbiate pazienza: ciò che conta qui è entrare nel cuore della sua esperienza.

È certo che gli ultimi sei anni della sua vita sono decisivi. Francesco muore nel 1226, ma già dal 1220 attraversa una crisi profonda. Tornato dall'Oriente, viene richiamato dai frati perché l'ordine da lui fondato sta vivendo tensioni, divisioni, conflitti.

Quella realtà che aveva generato comincia a sfuggirgli di mano. E questo lo conduce a una decisione radicale: rinunciare alla guida dell'ordine.

Al suo posto viene nominato Pietro Cattani, uno dei primi compagni, che però muore dopo pochi mesi. Subentra quindi frate Elia. Ma la crisi rimane, e anzi si approfondisce.

La domanda che attraversa Francesco in questi anni è drammatica e semplice insieme: che cosa vuole Dio da me?
Io volevo solo Te — dirà verso la fine — non volevo costruire nulla, non volevo fondare niente.

Eppure si ritrova al centro di un'opera enorme, con responsabilità che non ha cercato.

In questo contesto nascono anche le due Regole francescane (1221 e 1223), e si colloca il famoso "capitolo delle stuoie", quando tutti i frati si radunano ad Assisi.

Nel 1224 Francesco si ritira sul monte della Verna, dove riceve le stigmate: un momento decisivo, ma anche segnato da grande sofferenza — fisica, spirituale e relazionale.

Gli ultimi anni sono segnati da malattia, conflitti interni all'ordine, tensioni tra carisma e istituzione, e una solitudine crescente.

Ed è proprio in questo contesto che va letto il testo della "vera letizia".

La versione più nota, quella dei Fioretti, parla di Francesco e frate Leone in viaggio insieme. Ma la redazione più antica — quella della vera letizia — presenta differenze significative.

Anzitutto, il titolo: non "perfetta letizia", ma "vera letizia". E non è un dettaglio. "Perfetta" rischia di allontanare: sembra qualcosa di irraggiungibile. "Vera", invece, suggerisce che esiste anche una falsa letizia. E quindi ci interpella.

Inoltre, nella versione più antica Francesco non è in viaggio con altri: è solo. E questa solitudine non è narrativa, è esistenziale.

Racconta di sé: torna al suo convento, quello che lui stesso ha fondato. Bussa. Gli chiedono chi è. Risponde: "Sono frate Francesco". E si sente dire: "Vattene. Non abbiamo bisogno di te".

È un'immagine durissima. Il fondatore non è riconosciuto. Viene rifiutato dai suoi.

E qui emerge il cuore del testo: la vera letizia non sta nei miracoli, nel successo, nella diffusione dell'ordine, nella conversione del mondo. Sta nella capacità di rimanere in pace, senza turbarsi, senza giudicare, anche dentro il rifiuto, l'incomprensione, il fallimento.

Non è rassegnazione. È qualcosa di molto più profondo.

È ciò che Francesco vive negli ultimi anni: una lotta interiore durissima. Alcuni testi parlano di una "grande tentazione" durata a lungo. Egli stesso confida: se i frati sapessero quante e quanto gravi sono le tribolazioni che vivo, proverebbero compassione per me.

Questa frase apre uno squarcio importante: non sappiamo nulla della lotta interiore degli altri. E forse è per questo che il Vangelo insiste tanto sul non giudicare.

Se conoscessimo davvero il peso che ciascuno porta, le sue ferite, le sue tentazioni, saremmo pieni di compassione.

In Francesco, questa lotta culmina nelle stigmate. Ma, paradossalmente, le stigmate passano quasi in secondo piano rispetto alla sofferenza che le precede.

È nella solitudine che avviene il superamento della tentazione. Ed è lì che si compie il suo cammino.

Le stigmate non sono solo un segno straordinario: sono il sigillo di un'identificazione totale con Cristo. Sono la conferma che la vera letizia coincide con l'amore — quell'amore che passa attraverso la croce.

E qui si apre anche una domanda: perché il Cristo risorto conserva le ferite?

Forse perché quelle ferite sono il segno definitivo dell'amore. Non qualcosa da cancellare, ma ciò che rivela chi è Dio: un amore che si dona fino in fondo.

In questo senso, le stigmate sono il sigillo della Trinità: l'affermazione dell'altro, il dono totale di sé.

Nella vita di Francesco, proprio quando tutto sembra fallire — il progetto, l'ordine, le relazioni — si compie la sua piena identificazione con Cristo. Ed è lì che nasce la vera letizia.

Una letizia che non ha nulla di superficiale, ma che è il compimento profondo del cuore.




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