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venerdì 13 marzo 2026

Francesco: Il dito e la luna. Il cantico delle creature. Nembrini

Il contesto del Cantico delle Creature

Da dove cominciare per parlare del Cantico delle Creature?
È un testo molto noto, anche molto breve: lo si può leggere in pochi minuti. Ma il punto non è soltanto leggerlo. Dobbiamo collocarlo dentro il cammino quaresimale, che dovrebbe aiutarci a prepararci alla Pasqua.

E prepararsi alla Pasqua significa entrare in un cammino di conversione, cioè di cambiamento dello sguardo.

Nelle prime due serate abbiamo provato a mettere a fuoco proprio questo: il problema è imparare a vedere.
Vedere con occhi nuovi.
Accorgerci di cose che prima non vedevamo.

In fondo il carisma di san Francesco si può riassumere proprio in questo verbo: vedere.

Che cosa vedeva Francesco quando guardava le creature?
Che cosa vedeva quando guardava il dolore, le ferite, la fatica degli uomini?

E soprattutto: che sguardo ha incontrato lui, per arrivare poi a guardare tutto in quel modo?


Lo sguardo che cambia la vita

L'incontro con il cristianesimo è prima di tutto questo: imbattersi in uno sguardo che ti riconosce, ti accoglie e ti capisce più di quanto tu capisca te stesso.

Una volta uno studente mi fece una domanda che non ho più dimenticato:
«Che cosa vedevate in me che io non vedevo?»

Ecco: quale sguardo ha incontrato Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, per arrivare poi a guardare il mondo con quella libertà e quella radicalità?

Perché Francesco non è un santo sentimentale.
Spesso lo addolciamo, lo rendiamo innocuo. In realtà era radicale, esigente, durissimo prima di tutto con sé stesso.

Per questo, questa sera, vorrei provare a fare una cosa un po' diversa: leggere il Cantico delle Creature a rovescio, partendo dalla fine.

In questo modo possiamo liberarlo da quella patina di sentimentalismo con cui spesso lo trattiamo.

Francesco davanti al Crocifisso

Non si può capire Francesco se non lo si immagina davanti al Crocifisso.

Non è un caso che sia stato il primo santo nella storia a ricevere le stigmate.
Non è folklore: è il segno di una misteriosa identificazione con Cristo.

Francesco è davvero ciò che la tradizione ha chiamato alter Christus, un altro Cristo.

Per questo, questa sera, invece di addolcire le cose, vorrei fare il contrario: mettere sale sulle ferite.

Perché senza il dramma della croce non si capisce nulla neppure della Pasqua.
La Pasqua non è una festa qualsiasi: è la resurrezione dalla morte.

Ricordo sempre un episodio divertente.
Un giorno chiesi ai bambini di terza elementare:
«È più importante il Natale o la Pasqua?»

Silenzio generale. Poi uno alza la mano deciso: «La Pasqua».

«Perché?» gli chiedo. E lui: «Perché a nascere son capaci tutti».

Ecco: senza la Pasqua non avremmo davvero nulla da festeggiare.

Il Cantico nasce dal dolore

Il Cantico delle Creature nasce in uno dei momenti più duri della vita di Francesco.

Era malato, quasi cieco, provato nel corpo. Eppure proprio allora scrive parole di gratitudine per il sole, l'acqua, il vento, la terra.

Come è possibile?

È possibile solo se dietro c'è un amore più grande.
Solo per amore si può arrivare a dare la vita.

Non per una legge, non per un dovere. Solo per amore.

Ed è proprio questo che Francesco ha incontrato nel Cristo crocifisso.

Il cuore del Cantico

Per questo dico che il Cantico andrebbe sempre letto al contrario.

Non nasce da un generico amore per la natura.
Nasce dalla gratitudine per un amore infinito che ha dato la vita per noi.

E allora tutto cambia.

Il sole diventa segno di Dio.
L'acqua diventa dono.
La terra diventa madre.

Non perché le cose siano cambiate, ma perché è cambiato lo sguardo.

L'uomo e la coscienza del creato

C'è una frase che mi ha sempre colpito molto: L'uomo è il livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé.

Senza l'uomo il sole splende, le stelle esistono, ma non sanno di esistere.

È l'uomo che può dire: «Che cosa grande è questo universo!»

È l'uomo che può guardare il cielo e domandarsi:

  • Chi ha fatto tutto questo?

  • Chi ha voluto me?

Per questo il Cantico è, prima di tutto, un canto dell'uomo. È l'uomo che loda Dio per tutte le creature.

Il cuore: il perdono

Nel Cantico Francesco aggiunge poi due strofe finali.

La prima riguarda il perdono: Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore.

Qui sta il cuore del cristianesimo.

Dio è amore. Ma cosa significa davvero? Significa misericordia.

Significa che la legge dell'essere è l'amore che perdona. Senza questo restano solo:

  • la violenza

  • la vendetta

  • la guerra

Il perdono non è debolezza. È partecipazione alla logica stessa di Dio.

La morte

L'ultima strofa è la più sorprendente:

Laudato si', mi Signore, per sora nostra morte corporale.

Francesco riesce a chiamare sorella anche la morte.

Non perché la morte sia bella. Ma perché, se l'uomo vive nella volontà di Dio, la morte non è più l'ultima parola.

La seconda morte – quella di cui parla l'Apocalisse – non farà male.

L'umiltà finale

Il Cantico si conclude con una parola decisiva: umiltà.

Ma l'umiltà non è disprezzo di sé. Al contrario.

Se Cristo ha dato la vita per me, come posso pensare di valere poco? L'umiltà è gratitudine.

È lo stupore per tutto ciò che esiste. Compreso me stesso.

Conclusione

Questa è la preghiera che possiamo portare con noi in questa Quaresima: chiedere a Dio uno sguardo nuovo.

Uno sguardo capace di vedere il bene dentro le cose. Uno sguardo capace di riconoscere che tutto — davvero tutto — è dono.

E allora, come conclude Francesco:

Laudate e benedicete mi' Signore
e ringraziatelo
e servitelo
con grande umiltà.

https://www.youtube.com/live/5uYvBDoaC1E?si=YToMQSi99g-3wKzl

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