Oltre la paura: la presenza come risposta
I social network, la vita mediata dagli schermi e la frammentazione delle relazioni generano spesso nei genitori un senso di smarrimento: temiamo di non capire più i nostri figli, come se nella stessa casa si parlassero linguaggi diversi. Dove diciamo "ti voglio bene", loro percepiscono un'invasione; dove offriamo un consiglio, leggono un giudizio.
La reazione più rischiosa è cercare la "performance genitoriale" perfetta o osservare l'adolescente come un problema da risolvere. L'adolescenza non è un guasto: è un cantiere.
Non serve una tecnica perfetta, ma una presenza stabile. I figli non hanno bisogno di adulti che indichino sempre la strada, ma di adulti che restino, testimoniando una certezza semplice: vale la pena vivere, e vale la pena farlo insieme.
Parte 1 – Gestire le emozioni con Alberto Pellai
Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva, da anni studia il mondo adolescenziale e il rapporto tra genitori e figli. Nei suoi interventi ricorda spesso un punto essenziale: nessun genitore è perfetto, e proprio da questa consapevolezza nasce un'educazione autentica.
Chi sono gli adolescenti oggi
Gli adolescenti di oggi non sono diversi da quelli di trent'anni fa nei compiti evolutivi fondamentali. L'adolescenza resta un'età di passaggio: non si è più bambini ma non si è ancora adulti. È il tempo in cui si costruisce l'identità, spesso senza avere ancora un'immagine chiara del risultato.
Ciò che è cambiato è la fragilità emotiva, aumentata soprattutto nell'ultimo decennio. Il paradosso è evidente: la generazione di genitori più attenta alla felicità dei figli si trova oggi davanti a ragazzi più vulnerabili. In passato l'obiettivo era diventare adulti; oggi spesso è diventare felici subito, evitando la fatica del percorso.
La porta chiusa: il simbolo dell'adolescenza
Uno dei passaggi più significativi della crescita è la conquista dello spazio personale. La porta della camera diventa simbolica: rappresenta la separazione necessaria per costruire il proprio mondo interiore.
Un tempo il problema era far rientrare i figli; oggi è farli uscire. La differenza è il digitale: la stanza non è più solo un luogo fisico, ma un ambiente virtuale che i genitori faticano a comprendere.
L'ansia nasce proprio da questa invisibilità.
Lo tsunami emotivo della preadolescenza
Tra i 10 e i 14 anni il cervello attraversa una fase di forte riorganizzazione. Le emozioni diventano intense e instabili: si passa rapidamente dalla rabbia al bisogno di vicinanza.
Il film Inside Out 2 rappresenta bene questo processo: il sistema emotivo cambia improvvisamente e il controllo razionale fatica a tenere il passo.
In questa fase il compito dei genitori non è spiegare tutto, ma restare stabili. Quando il figlio perde il controllo, il genitore deve mantenerlo. La regolazione emotiva passa prima dall'esempio che dalle parole.
Il dolore non va eliminato
Molti genitori oggi faticano a tollerare la sofferenza dei figli. La delusione amorosa, un fallimento scolastico o la perdita di un'amicizia vengono percepiti come emergenze da risolvere subito.
In realtà la resilienza nasce dall'esperienza del limite. Il compito del genitore non è togliere il dolore, ma accompagnarlo:
riconoscere la fatica
non amplificarla
non sostituirsi al figlio
La crescita emotiva richiede attraversamento, non protezione totale.
Parte 2 – Fragilità, limiti e mondo digitale
Il rischio dell'iperprotezione
La riduzione del numero di figli ha trasformato l'educazione: spesso il bambino diventa il centro assoluto della famiglia. Questo porta a eliminare ogni attrito, fisico ed emotivo.
Si "liscia" la realtà per evitare frustrazioni, ma il risultato è opposto: aumenta la fragilità. Se ogni difficoltà viene rimossa, il ragazzo interiorizza l'idea di non essere capace.
Serve una piccola controrivoluzione educativa: permettere ai figli di sperimentare il limite.
La regola del 30%
Barbara Tamborini e Pellai propongono una regola semplice: gli adulti che incontrano i ragazzi non devono essere perfetti.
70% funzionamento
30% imperfezione
Quel 30% rappresenta il principio di realtà. Ingiustizie scolastiche, difficoltà nello sport o relazioni complicate diventano allenamento alla vita.
L'attrito costruisce competenza.
Il "ciuccio elettronico"
Viviamo nella cultura della gratificazione immediata. Ogni frustrazione rischia di essere anestetizzata da uno stimolo digitale: video, social, notifiche.
Questo meccanismo impedisce lo sviluppo della tolleranza emotiva.
Smartphone: strumenti o ambienti?
Pellai insiste su un punto centrale: lo smartphone non è uno strumento neutro, ma un ambiente.
Le piattaforme digitali rispondono a due bisogni fondamentali dell'adolescenza:
socializzare
giocare
Ma lo fanno attraverso logiche di permanenza e dipendenza. Le dinamiche economiche delle big tech, tra cui Meta Platforms, si basano sull'attenzione continua.
Il cervello adolescenziale, più sensibile alla ricompensa dopaminergica, diventa particolarmente vulnerabile.
Limiti educativi e competenze
Il limite deve essere proporzionato alla maturità. Oggi molti ragazzi hanno accesso a contenuti complessi senza avere competenze emotive adeguate.
Per questo Pellai propone due direzioni concrete:
più esperienze reali
più alleanze tra famiglie
Relazioni vere riducono la dipendenza digitale.
Il film Cast Away mostra simbolicamente quanto la relazione sia essenziale: anche in totale isolamento l'essere umano crea un interlocutore per sopravvivere psicologicamente.
Genitori testimoni, non controllori
Quando agli adolescenti viene chiesto di descrivere i genitori, emergono spesso tre parole: stanchi, stressati, arrabbiati.
L'educazione passa invece dalla testimonianza. I figli devono percepire che diventare adulti è qualcosa di desiderabile.
La bellezza dell'educare
Educare è faticoso ma profondamente significativo. I risultati spesso emergono nel tempo, quando la relazione si consolida.
La crescita non segue un percorso lineare, ma la presenza costante produce fiducia.
Conclusioni di Fabio Rosini
Fabio Rosini richiama il significato della parola prova, che nella tradizione biblica indica sia difficoltà sia verifica.
La prova diventa certezza quando genera maturazione.
Il riferimento al profeta Isaia ricorda che la crescita passa attraverso ciò che nutre interiormente. L'adolescente è, per definizione, colui che si nutre: la domanda educativa diventa quindi di cosa lo nutriamo.
La risposta è nella bellezza e nella relazione.
Giovanni Bosco sintetizzava così questo principio:
"Se vuoi che i giovani amino ciò che ami tu, ama ciò che amano loro."
Un giovane ha bisogno di adulti che sappiano vedere il compimento oltre la crisi.
Un buon padre non è colui che risolve i problemi, ma chi insegna ad affrontarli.
Educare resta uno dei compiti più esigenti e più belli.
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