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lunedì 12 gennaio 2026

In Unitate Fidei. Leone XIV

La Lettera apostolica In unitate fidei, pubblicata da Leone XIV nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325), invita tutta la Chiesa a riscoprire e rinnovare la professione della fede cristiana, centrata su Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo. Il Credo niceno-costantinopolitano, ancora oggi proclamato nella liturgia, rappresenta il patrimonio comune di tutti i cristiani e una fonte di speranza in un mondo segnato da guerre, ingiustizie, paure e divisioni.

Il Concilio di Nicea, primo concilio ecumenico della storia, nacque in un tempo travagliato, segnato dalle ferite delle persecuzioni e da gravi controversie dottrinali interne alla Chiesa. In particolare, l'insegnamento di Ario metteva in discussione la piena divinità del Figlio, riducendolo a una creatura superiore ma non consustanziale al Padre. Questa posizione colpiva il cuore stesso della fede cristiana, poiché toccava la domanda decisiva: chi è veramente Gesù Cristo?

I Padri conciliari, fedeli alla Scrittura e alla Tradizione apostolica, proclamarono che Gesù Cristo è "generato, non creato, della stessa sostanza del Padre" (homooúsios). Pur utilizzando termini non biblici, essi non ellenizzarono la fede, ma difesero con chiarezza il monoteismo biblico e il realismo dell'incarnazione: il Dio unico non è lontano, ma si è fatto vicino all'umanità in Gesù Cristo. Il Credo di Nicea non è una teoria filosofica, ma una confessione del Dio vivente che salva, entra nella storia e dona la vita in abbondanza.

La fede nicena afferma che il Figlio di Dio "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, si incarnò, morì e risorse". Solo se Cristo è veramente Dio può vincere la morte e redimere l'uomo. Sant'Atanasio e i Padri della Chiesa sottolineano la dimensione salvifica e trasformante dell'incarnazione: Dio si è fatto uomo affinché l'uomo potesse essere reso partecipe della vita divina. Questa "divinizzazione" non è auto-esaltazione, ma piena realizzazione dell'umanità, che trova pace solo in Dio.

Il cammino iniziato a Nicea proseguì attraverso lunghi conflitti e chiarimenti dottrinali, fino al Concilio di Costantinopoli (381), che completò il Credo con la professione di fede nello Spirito Santo, e a Calcedonia (451). Il Credo niceno-costantinopolitano divenne così vincolo di unità tra Oriente e Occidente ed è tuttora condiviso da cattolici, ortodossi e comunità nate dalla Riforma.

La Lettera invita a interrogarsi sulla ricezione viva del Credo oggi: se la fede professata con le parole è davvero vissuta nella vita. In un contesto in cui Dio sembra aver perso rilevanza, i cristiani sono chiamati a un serio esame di coscienza, riconoscendo anche le responsabilità storiche di una testimonianza deformata di Dio, presentato talvolta come giudice vendicativo invece che come Padre misericordioso. Il Credo richiama a riconoscere Dio come Creatore, Signore della vita e della storia, e a vivere un rapporto responsabile con il creato e con i beni della terra.

Al centro della vita cristiana rimane Gesù Cristo, Signore e Salvatore. Seguirlo significa percorrere una via esigente, spesso segnata dalla croce, ma che conduce alla vita. L'amore per Dio è inseparabile dall'amore per il prossimo, soprattutto per i poveri e gli ultimi: solo attraverso opere di misericordia concrete il mondo può credere nel Dio che annunciamo.

Infine, il Concilio di Nicea conserva un valore ecumenico decisivo. Il Credo condiviso è la base del dialogo tra i cristiani e un segno di speranza in un mondo diviso. L'unità non è uniformità, ma comunione nella diversità, secondo il modello trinitario. La Lettera incoraggia un ecumenismo orientato al futuro, fondato sulla preghiera, sul dialogo e sulla conversione reciproca, affinché i cristiani possano essere segno credibile di pace e riconciliazione.

La Lettera si conclude con un'invocazione allo Spirito Santo, perché rinnovi la fede della Chiesa, la conduca all'unità e la renda testimone viva del Vangelo nel mondo.

domenica 11 gennaio 2026

“Non desiderare la vita d'altri” Costanza Miriano

Oggi esploriamo insieme il pensiero di Costanza Miriano nel suo libro "Non desiderare la vita d'altri". Non è solo un commento a un comandamento, ma un vero e proprio manuale di sopravvivenza spirituale per chi è stanco di correre dietro a desideri che non saziano mai.

1. La trappola dell'iperstimolazione: cosa scegliamo di desiderare?

Viviamo immersi in un ecosistema progettato per farci sentire mancanti. Ogni pubblicità, ogni post sui social, ogni vetrina sussurra al nostro orecchio: "Non hai abbastanza. Non sei abbastanza". La domanda fondamentale che Miriano ci pone non è semplicemente «cosa desidero?», ma qualcosa di molto più attivo: «Cosa scelgo di desiderare?».

Il desiderio non è un impulso neutro che subiamo passivamente; è un muscolo che va educato. Se lasciamo che il mondo esterno detti l'agenda del nostro cuore, finiremo per "mormorare" costantemente. Il mormorio è quel rumore bianco di lamentele interiori sulla nostra casa troppo piccola, sui nostri figli troppo vivaci o sul nostro coniuge troppo distratto. Questo atteggiamento è il veleno che uccide la pienezza.

Per cambiare rotta, dobbiamo compiere un gesto rivoluzionario: metterci in fila. Accorgersi che non siamo soli al centro dell'universo, ma circondati da fratelli. La guarigione inizia quando smettiamo di guardarci l'ombelico e iniziamo a "perdere la vita" a pezzetti per qualcuno. È il paradosso del Vangelo: solo chi dona la propria vita la ritrova davvero.

2. Il "Demotivatore Ufficiale" e la Gioia come Combattimento

Tutti abbiamo un inquilino abusivo nella nostra testa: il demotivatore ufficiale. È quella voce interiore che sottolinea solo ciò che non funziona, che fa l'elenco delle nostre mancanze appena svegli.

Nota bene: La gioia non è un'emozione spontanea che cade dal cielo; è una decisione. È un combattimento quotidiano contro questa voce che vuole convincerci che la nostra vita sia un errore.

Credere che la propria vita sia una benedizione è un percorso che dura un'intera esistenza. Richiede la volontà di spegnere la radio del pessimismo e imparare ad amare la realtà così com'è, non come vorremmo che fosse.

3. La ferita, la mancanza e il "Metodo di Dio"

Il cuore umano è un abisso fatto per l'infinito. Spesso interpretiamo la nostra sofferenza o le nostre mancanze (affettive, economiche, fisiche) come segni che Dio ci abbia dimenticati o che la vita sia ingiusta. Miriano ci suggerisce una prospettiva opposta: la mancanza è una pista verso una pienezza diversa.

Perché proprio a me?

Questa è la domanda proibita. È la domanda che ci chiude in noi stessi e ci fa impazzire. Il metodo di Dio è misterioso: a volte permette un dolore, a volte sembra quasi metterlo Lui sulla nostra strada. Ma lo fa perché una debolezza riconsegnata a Lui diventa una forza sovrumana.

Davanti a una storia "sbagliata" o a una "crepa" nella nostra biografia, l'unica cosa vietata è invidiare chi sembra avere una strada più facile. Non sappiamo nulla delle battaglie altrui: nessuno è normale visto da vicino. Invece di chiederci "perché?", dovremmo chiederci: "Come posso stare al meglio in questa mancanza? Di cosa ho davvero bisogno per essere salvo?"

4. L'architettura del Perdono: Dio, gli Altri e Noi Stessi

La conversione non è un concetto astratto, ma un processo di guarigione che passa attraverso tre livelli di perdono.

  1. Perdonare Dio: Può sembrare scandaloso, ma spesso nutriamo rancore verso il Creatore per come ci ha fatti o per quello che ci è successo. Perdonare Dio significa accettare che la Sua storia d'amore con noi non è sbagliata, anche se include la croce.

  2. Perdonare gli altri (e i genitori): I genitori amano come possono, segnati a loro volta dalle proprie ferite. Riconoscere i loro limiti senza condannarli ci libera dalla prigione del passato.

  3. Perdonare noi stessi: Questa è forse la sfida più difficile. Spesso ci giustifichiamo (troviamo scuse) ma non ci perdoniamo (non ci accettiamo). La via d'uscita è la Confessione: consegnare la propria miseria a Chi può trasformarla in luce.


5. Il Desiderio di Ricchezza e il Mito della Sicurezza

Il decimo comandamento ci avverte: non desiderare la roba d'altri. Non è solo una questione di legalità, ma di libertà del cuore. Siamo diventati schiavi del denaro perché lo usiamo come scudo contro la nostra vulnerabilità.

  • La Sobrietà come liberazione: Comprare solo ciò di cui non si può fare a meno. Ciò che non serve ci appesantisce.

  • La duplice natura dell'uomo: Come dice San Paolo, facciamo il male che non vogliamo. Desideriamo cose che non ci saziano per colmare un vuoto che solo l'infinito può riempire.

Il cristianesimo ci propone un test radicale: trova qualcuno che ti ripugna e abbraccialo. In quel momento, quando rompi la bolla del tuo egoismo, inizi a sentire il profumo della vera conversione.

6. Il Lavoro: Identità o Servizio?

Oggi il lavoro è diventato la nostra nuova religione. Cerchiamo in esso riconoscimento, identità e valore. Ma il lavoro dovrebbe essere semplicemente lo strumento con cui mettiamo i nostri talenti a servizio della comunità, lasciando il mondo un po' migliore di come lo abbiamo trovato.

Se qualcuno è più bravo di noi, non dovremmo essere invidiosi: il suo talento è un vantaggio per tutti. Cambiare sguardo sul lavoro significa passare dalla logica del "quanto guadagno" alla logica del "come servo".

7. Il Virus del Rancore e la Guarigione delle Relazioni

Le relazioni umane sono faticose e spesso dolorose. Il rancore è come un virus che si trasmette di generazione in generazione. Come si interrompe il contagio? Miriano suggerisce tre passi pratici:

  1. Non sparlare: Il silenzio interrompe il circuito dell'odio.

  2. Pregare per chi ci fa del male: Cambia il nostro cuore, prima ancora che il loro.

  3. Fare del bene al nemico: È l'atto di guerra più potente contro il male.

8. Educare i Figli: La Sfida della Testimonianza

Come genitori, siamo spesso schiacciati dal senso di colpa per i nostri errori. Ma la verità è che i figli non ascoltano le nostre prediche; i figli ascoltano con gli occhi.

Non c'è niente che educhi di più un figlio di un genitore che lavora su di sé, che si converte, che mostra una vita lieta nonostante le fatiche. Il nostro obiettivo non è essere perfetti, ma essere trasparenti verso l'Unico Padre. Dobbiamo "educare per invidia": mostrare loro una proposta di vita così bella e attraente da far nascere in loro il desiderio di incontrare il Signore.

9. La Logica della Croce: La Terapia di Dio

Il cristianesimo non toglie i problemi (malattie, lutti, fallimenti), ma offre una chiave di lettura diversa. Il cristiano è qualcuno che porta dentro di sé un Risorto.

Le croci che incontriamo non sono maledizioni, ma "terapie" che Dio usa per scuoterci dal nostro torpore e insegnarci ad amare davvero. Quando smettiamo di combattere contro la realtà e iniziamo a camminare nella realtà con Dio, scopriamo che anche il dolore può fruttare.

10. Il discernimento sui pensieri: Custodire il Cuore

Santa Teresa d'Avila e molti altri santi ci insegnano che il campo di battaglia è il mondo interiore. Non tutti i pensieri che ci passano per la testa sono nostri o sono buoni.

  • L'Accusatore: È colui che parla male di Dio, di noi e degli altri. Ci convince che siamo vittime.

  • Il Paraclito: È lo Spirito Santo che ci difende e ci suggerisce la verità.

Dobbiamo fare discernimento: proprio come non faremmo entrare chiunque in casa nostra, non dobbiamo permettere a ogni sentimento di prendere il comando del nostro cuore. Se ci sentiamo manovrati dai nostri sentimenti ("faccio quello che mi sento"), siamo burattini, non persone libere.

11. Il Matrimonio: Un'opera del Cielo

Il desiderio di "un'altra vita" colpisce spesso anche il matrimonio. Guardiamo le altre coppie e pensiamo che loro siano più felici. È un inganno. Ogni coppia ha un linguaggio segreto e battaglie invisibili.

Il matrimonio non si regge sulla discussione (chi ha mai cambiato idea dopo un litigio?), ma sull'amore che accetta la fragilità dell'altro. La questione non è mai "io contro te", ma "noi con Dio". Chiedere a Gesù di guardare il coniuge con i Suoi occhi è l'unico modo per far durare un'unione nel tempo.

12. Conclusione: La Riconoscenza come Misura della Felicità

Siamo arrivati alla fine di questo viaggio nel pensiero di Costanza Miriano. Il segreto per non desiderare la vita d'altri è riscoprire la bellezza e la densità della propria.

Come diceva Chesterton, la misura di ogni felicità è la riconoscenza. Ogni giorno è un combattimento contro la tristezza. Inizia oggi stesso: elenca dieci cose per cui ringraziare. Scoprirai che, una volta iniziato, è difficile fermarsi. La realtà, con tutte le sue fatiche, è l'unico luogo dove Dio ti aspetta.

Smetti di guardare altrove. Dio ha per te una storia d'amore unica ed esclusiva. Tu sei un figlio unico.

giovedì 8 gennaio 2026

Il denaro come strumento di libertà

rielaborato dal WEB

Il rapporto con il denaro è uno dei luoghi in cui più chiaramente emerge il grado di consapevolezza di una persona.
Non perché il denaro sia un fine, ma perché è uno strumento potente: può amplificare la libertà oppure rendere schiavi.

Molti vivono inseguendo il denaro senza mai domandarsi a cosa dovrebbe servire davvero. E così finiscono per lavorare sempre, consumare tutto e rimandare la vita a un futuro indefinito.

La pianificazione finanziaria personale nasce proprio per spezzare questo meccanismo.

martedì 6 gennaio 2026

lunedì 5 gennaio 2026

​Colossesi 3 - Prassi Familiare

1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 

12Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità13 sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, …

Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi14Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!

16La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. … 17E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.

18Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore.

19Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza20Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. 21Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l'eredità. Servite il Signore che è Cristo

giovedì 25 dicembre 2025

Il presepe non mi offende

Il presepe non mi offende di ISSAM MUJAHED La riflessione del medico Issam Mujahed, di origini palestinesi, che vive a Brescia

Per via dei turni in ospedale non sempre riesco a partecipare alla preghiera del venerdì. Questa settimana però ce l'ho fatta, e come da tradizione: mi sono vestito bene, mi sono profumato, e mentre camminavo verso la moschea mi sono ritrovato a pensare a una cosa che ogni dicembre ritorna… sempre uguale.
Io sono palestinese. Da bambino giocavo nei pressi della Basilica della Natività, a Betlemme. Gesù non è mai stato per me "la figura dell'altro": è parte della mia storia, della mia terra e anche della mia fede. Mio zio aveva un chiosco di falafel lì vicino e i ricordi più belli della mia infanzia hanno quell'odore addosso: la pietra antica, le voci, la gente che arrivava da ovunque, e quella sensazione semplice che la vita potesse stare tutta nello stesso posto.
Poi lo studio mi ha portato in Italia. E, per cultura, storia e spiritualità, l'Italia è diventata davvero una seconda casa. Quel legame che avevo con Gesù — con ciò che rappresenta — non si è indebolito: si è rafforzato.
Eppure, da anni, ogni dicembre rivedo le stesse polemiche: "il presepe sì", "il presepe no", e puntualmente la frase che pesa sempre di più: "I musulmani non lo vogliono."
Mi dà fastidio, perché è una semplificazione ingiusta. E perché, paradossalmente, se c'è qualcuno che non può essere estraneo al presepe, è proprio un musulmano palestinese.
Per un musulmano, la nascita di Gesù è un miracolo. Maria (Maryam) è una figura sacra. Il Corano racconta la nascita di Gesù nella Sura Maryam (19:16–34): l'annuncio dell'angelo Gabriele a Maria, il parto vissuto nella solitudine e nella prova, il conforto divino — acqua e datteri — e poi quel momento che commuove sempre: Gesù, ancora nella culla, parla per difendere l'onore di sua madre e annunciare pace e benedizione.
Ci possono essere differenze teologiche, certo. Alcune anche importanti.
Ma la cosa che mi colpisce è questa: piccoli dettagli non dovrebbero mai diventare un pretesto per dividerci, nonostante tanti tentativi — espliciti o sottili — di convincerci del contrario.
Perché un popolo unito, con la bellezza delle sue diversità, a qualcuno non piace: a chi vive di odio, a chi guadagna con la divisione, a chi vuole sradicare la storia degli altri per imporre la propria.
Ricordo ancora un episodio del 1993: ero ricoverato in ospedale. Un'infermiera, sapendo che ero musulmano, tolse il crocifisso dalla stanza. Capivo le intenzioni, forse pensava di rispettarmi. Ma io non mi sentii rispettato. Mi sentii come se mi stessero dicendo: "per farti spazio, devo togliere qualcosa."
E le chiesi di rimetterlo. Perché il rispetto non è cancellare. Il rispetto è saper stare nella stessa stanza senza paura dei simboli dell'altro.
Nella mia famiglia, i Tamimi, abbiamo un terreno a Hebron su cui sorge una chiesa bellissima. Nel periodo natalizio si celebra insieme: chi con fede, chi con partecipazione, chi semplicemente condividendo la gioia altrui. E allo stesso modo, nel Ramadan, la tavola si apre anche ai fratelli cristiani. Perché la convivenza vera non è una frase: è un gesto ripetuto, anno dopo anno.
Ecco perché mi stanca vedere sempre lo stesso stereotipo: come se essere musulmano significasse "negare" ciò che è cristiano. Quando, nella mia esperienza e nella mia educazione, è vero l'opposto: riconoscere ciò che è sacro per l'altro può essere parte della propria dignità.
Celebrando la nascita di Gesù, allora, celebriamo anche qualcosa di più grande: l'idea che la fraternità è possibile.
E non dimentichiamoci della sua terra natale, che ha ancora tanto da insegnare al mondo su convivenza e umanità. In quelle terre — tra lingue semitiche come l'aramaico e l'arabo, tra chiese e moschee, tra ferite e bellezza — la storia ci ricorda che si può vivere insieme, se si sceglie di farlo.
Il presepe non mi offende.
Perché io non ho mai visto il presepe come un confine. L'ho sempre visto per quello che è: una nascita, una speranza, una luce che — se siamo onesti — parla a tutti noi.

#presepe #islam # brescia

sabato 1 novembre 2025

​Ricordare è amare ancora.

Ricordare chi ci ha voluto bene è un modo per dire che il suo amore non è finito. È per questo che portiamo un fiore o una candela al cimitero: perché vogliamo dire a Dio che li amiamo ancora.

Gesù ci dice: "Non sia turbato il vostro cuore, nella casa del Padre ci sono molte dimore."

San Paolo ci dice: "Non siate tristi come quelli che non hanno speranza. Se crediamo che Gesù è risorto così anche Dio radunerà con lui coloro che sono morti."

L'amore è più forte della morte e Gesù ce lo ha dimostrato con la resurrezione. Quando qualcuno muore la sua anima vive per sempre con Dio. Visitare il cimitero è un gesto di comunione e di amore: è un atto di fede nella vita eterna. Il nostro legame coi defunti non scompare e nella preghiera possiamo vivere in comunione con loro.

Si ha paura della morte, ma abbiamo la certezza che il Signore non abbandona.

Nell'ora della morte la vita non è distrutta ma trasformata: come il chicco di grano che, se non muore, non porta frutto.

Quando ci chiamerai, Signore, verremo a te e salteremo tra le tue grandi braccia del Dio della Vita.

 

 

"Arrivederci, signor Tasso" di Bruno Ferrero.

Il signor Tasso era un vero amico, sempre pronto a dare una mano. Era molto vecchio ormai e sapeva bene che presto sarebbe dovuto morire. Una cosa sola lo tormentava: il dolore che avrebbero provato i suoi amici. Un giorno Volpe diede loro la triste notizia: Tasso era morto. Tutti gli animali del bosco amavano Tasso e si rattristarono profondamente. Così si ritrovarono sempre più spesso a parlare del tempo quando Tasso viveva ancora con loro. Talpa sapeva fare delle belle ghirlande di carta. Raccontò che era stato Tasso a insegnarle come si fa. Ranocchia era un'eccellente pattinatrice. Era stato Tasso a insegnarle i primi passi sul ghiaccio. Quando era cucciolo, Volpe non riusciva mai a farsi il nodo della cravatta. Tasso gli aveva insegnato come fare. Tasso aveva donato alla Signora Coniglio la ricetta della pizza al luppolo selvatico. La Signora Coniglio raccontò la sua prima lezione di cucina con Tasso. Ogni animale aveva un particolare ricordo di Tasso. A tutti aveva insegnato qualcosa che ora sapevano fare meravigliosamente bene. E grazie a questi magnifici doni, Tasso li aveva uniti gli uni agli altri. Poi la neve cominciò a fondere, insieme alla tristezza degli animali. Una luminosa giornata di primavera mentre passeggiava sulla collina dove aveva visto Tasso per l'ultima volta, Talpa volle ringraziare il suo indimenticabile amico per il dono meraviglioso che era stata la vita. «Grazie, Tasso» mormorò piano piano. Pensava che Tasso lo stesse sentendo. Ed effettivamente Tasso lo sentiva.

sabato 18 ottobre 2025

Belli e Ribelli – Adolescenti inafferrabili | Don Maurizio Botta (2)

Quando parlo con genitori e figli, spesso emerge una cosa chiara: non si può "portare" la fede o la passione a qualcuno con la forza. Se un ragazzo vuole parlare con un prete, ci sarà sempre disponibilità, ma non funziona dire: "Devo portarlo io". La vera umiltà, legata a una felicità profonda, nasce dal rispetto per la libertà dell'altro. Una persona serena e semplice trasmette qualcosa di forte: chi la incontra sente subito pace e autenticità.

Spesso i genitori mi raccontano storie di ragazzi segnati da difficoltà familiari: separazioni, incomprensioni, confusione. In questi casi, pregare per loro e accompagnarli con affetto è fondamentale. Ma la passione è un'altra cosa: non si insegna direttamente. I figli la respirano osservando chi la vive. Mio nipote, per esempio, ha sviluppato la passione per il Torino non perché gliel'ho insegnata, ma perché ha percepito l'entusiasmo che emano per quella squadra. La passione è contagiosa, non impartita come una lezione.

Lo stesso vale per la vita: bisogna scegliere dove investire il tempo. Evitare discussioni inutili o distrazioni digitali significa guadagnare spazio per ciò che conta davvero: relazioni, crescita personale, studio, creatività. Anche il cervello ha bisogno di "allenamento": esercizi, studio, fatica—come quando si costruisce il corpo. La matematica, ad esempio, può sembrare difficile o noiosa, ma ogni esercizio sviluppa la mente, proprio come ogni ripetizione in palestra rafforza i muscoli.

Essere sinceri con i figli significa anche condividere i propri errori e le proprie esperienze: le difficoltà nello studio, nella musica, nella vita quotidiana. Raccontare la propria storia con onestà li aiuta a capire che sbagliare è normale e fa parte della crescita. Questo è il rispetto che meritano, soprattutto dagli adulti: i ragazzi vogliono essere presi sul serio, non infantilizzati. Dall'età di 12 anni in poi, hanno bisogno di contenuti autentici, profondi e concreti.

Il messaggio più importante per un bambino o un adolescente è sentirsi amato. Non dare mai per scontato che un figlio sappia quanto è desiderato e importante. Esprimerlo apertamente—"Sono felice che ci sei", "Hai reso la mia vita migliore"—costruisce sicurezza e fiducia, proteggendoli da sensazioni di isolamento o inadeguatezza.

La libertà è un dono fondamentale. Ai figli va data la possibilità di scegliere, anche se questo significa sbagliare. Possiamo condividere il nostro pensiero e la nostra opinione, ma alla fine dobbiamo rispettare le loro scelte. Pregare e sperare nella loro crescita è importante, ma non si può controllare la vita degli altri.

In sintesi: la vita educativa e spirituale funziona meglio quando c'è umiltà, passione vissuta, condivisione sincera, rispetto della libertà e amore chiaro e costante. Solo così i ragazzi possono crescere sicuri, appassionati e felici.

venerdì 17 ottobre 2025

Belli e Ribelli – Adolescenti inafferrabili | Don Maurizio Botta

Belli e Ribelli – Adolescenti inafferrabili

Sono passati dieci anni dal primo incontro intitolato Belli e Ribelli, e nel frattempo due esperienze hanno cambiato profondamente il mio modo di guardare agli adolescenti. La prima è stata l'insegnamento, alle scuole medie e superiori; la seconda, la nascita del libro Adolescenti inafferrabili, scritto con don Andrea Lonardo. È un libretto piccolo, ma nato da anni di fatica e da centinaia di incontri con ragazzi veri, in situazioni reali.

Parlare di qualcosa che si è scritto è sempre un po' imbarazzante, ma di questo libro sono orgoglioso, perché non nasce da teorie o da tavolino: nasce dall'ascolto, dal confronto, da parole scambiate con chi sta vivendo l'età più inquieta e più intensa della vita.

Ricordo quei momenti in cui, alla fine di un incontro, un ragazzo – magari proprio quello che non ti aspettavi – ti si avvicina, ti mette una mano sulla spalla e ti dice semplicemente "grazie". Piccoli gesti che valgono più di mille riconoscimenti.

martedì 14 ottobre 2025

You’ve got to be ballsy to have cerebral palsy | Devi avere fegato per vivere con la paralisi cerebrale.

Lack of oxygen at birth. Some people call it a curse.
But I was born to thrive, not just survive.

You've got to be ballsy to have cerebral palsy.
One peak to construct the building blocks of speech.
A flicker of the eye to vocalize.
No. No. No.
I can be louder than you think.

Commitment. Repetition.
My parents' mission was to instill in me the belief to shape the future.
I want to lead.

You've got to be ballsy to have cerebral palsy.
You call me superhuman for running my own race.
Get in my face with your puffed-up praise.

It's hard to slog through school when the normies are cruel.
I'm not the butt of your joke — I'm the Joker, you fools.

You've got to be ballsy to have cerebral palsy.
Being a stranger in my own body isn't new to me.
The shape-shifting changes, the [] pains,
the bloodbath stains — this teenage [] is tame to me.

I don't spend my time looking for "the one."
I'm up for a bit of fun.
Bet you didn't expect that from me.

If you call me an inspiration,
don't act so surprised when I exceed your flatline expectations.
Time to show CP isn't the only thing on my CV.

You've got to be ballsy to have cerebral palsy.
Millions of us — no one the same.
CP is part of our identity.
It doesn't tell the whole story.
It reminds us of how the world ought to be —
a home we're going to build.

So, how about you?
Have you got the spine to join this fight?

Dilexi te. Breve commento.

L'Esortazione Dilexi te è una profonda meditazione sull'amore di Cristo per i poveri, sull'identificazione del Signore con gli ultimi e sulla chiamata della Chiesa a condividere questa predilezione divina. Il titolo stesso, "Ti ho amato", ripreso dall'Apocalisse, racchiude il cuore del messaggio: Cristo si rivolge ai poveri, ai deboli e agli esclusi per dire loro che, nonostante la loro fragilità, sono amati in modo unico. In questa parola si manifesta l'essenza stessa del Vangelo, che capovolge le logiche del potere e della ricchezza: Dio sceglie ciò che è piccolo e disprezzato per rivelare la grandezza del suo amore.

Sin dall'inizio, il testo sottolinea che l'amore per i poveri non è un gesto di filantropia o di beneficenza, ma un atto di fede. Non si tratta di un'opzione morale, ma di una verità rivelata: Cristo stesso è presente nei poveri. Quando Gesù dice: "Tutto ciò che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me", rivela che l'incontro con i poveri è l'incontro con Lui. Per questo motivo, ogni gesto di misericordia acquista un valore eterno: ungere il capo del Signore, sfamare chi ha fame, consolare chi soffre — tutto diventa atto d'amore verso Dio stesso.

La Scrittura intera testimonia questa predilezione divina. L'Antico Testamento mostra un Dio che ascolta il grido degli oppressi, che libera gli schiavi, che difende la vedova, l'orfano e il forestiero. Nei profeti, Dio denuncia i ricchi che accumulano e dimenticano i deboli. Tutto questo trova compimento in Gesù di Nazaret, il "Messia povero": nato in una stalla, senza dimora, amico dei peccatori e dei malati. Egli non solo si prende cura dei poveri, ma condivide la loro stessa sorte. "Da ricco che era, si è fatto povero per voi", scrive san Paolo, "perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà". È nella debolezza che Cristo manifesta la potenza dell'amore di Dio.

Questa scelta di Cristo diventa anche il criterio della santità. La parabola del giudizio finale è inequivocabile: saremo giudicati sull'amore concreto verso chi ha fame, sete, è nudo o prigioniero. La fede senza opere è morta; la vera adorazione si compie servendo la carne ferita di Cristo nei poveri. Perciò la Chiesa, se vuole essere fedele al suo Signore, deve essere "povera e per i poveri", come auspicava Papa Francesco. I santi, da Francesco d'Assisi a Vincenzo de' Paoli, da Basilio a Camillo de Lellis, hanno testimoniato che non si può amare Dio senza condividere la sorte degli ultimi.

Anche oggi, la povertà non è solo mancanza di mezzi, ma esclusione, solitudine, perdita di dignità. A questa realtà la Chiesa è chiamata a rispondere non con parole, ma con presenza. Cristo continua a dire ai poveri "Ti ho amato", e attende che i suoi discepoli rendano visibile questo amore con gesti concreti di vicinanza, giustizia e tenerezza. Solo riscoprendo nei poveri il volto di Cristo, la fede ritrova la sua verità, e la Chiesa diventa davvero il segno dell'amore di Dio nel mondo.


Dilexi te. Esortazione apostolica di Leone XIV.

Dilexi te è un forte appello a rimettere i poveri al centro del Vangelo e della vita della Chiesa. Non basta assisterli: occorre riconoscerli come luogo teologico, come presenza viva di Cristo. Solo così la Chiesa può essere fedele alla propria identità, e il mondo può ritrovare giustizia, fraternità e pace duratura.


1. Introduzione

L'esortazione nasce dal progetto lasciato da Papa Francesco, che desiderava proseguire la riflessione di Dilexit nos sull'amore del Cuore di Cristo, applicandola alla cura per i poveri.
Il titolo "Dilexi te" ("Ti ho amato") esprime il messaggio di Cristo rivolto ai poveri: "Hai poca forza, ma io ti ho amato".
L'obiettivo è far percepire il legame inscindibile tra amore di Cristo e prossimità ai poveri, cuore stesso della santità cristiana.

mercoledì 1 ottobre 2025

Il segreto di Buffett: la pazienza più che l’abilità.

La palla di neve che costruisce la tua fortuna, tratto da Compounding Quality

Esploriamo come giocare con la neve può farti guadagnare molto denaro.

martedì 30 settembre 2025

Cristo è la nostra pace


Il testo si apre con il riferimento al Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2026: «La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante». La pace cristiana non nasce semplicemente dagli sforzi umani, pur necessari, ma è dono pasquale del Risorto. L'obiettivo della lettera è tracciare sentieri di pace per le Chiese locali, a partire da Cristo stesso, nostra pace.

sabato 27 settembre 2025

Le mille sfumature dell'apprendere: inclusione e armonia a scuola. #Novara

Esperienza professionale e senso di appartenenza

L'esperienza professionale come maestro rappresenta un luogo forte di appartenenza, un modo per sentirsi parte di qualcosa di importante. Fare il maestro ha un significato profondo e porta con sé l'orgoglio di una professione che lascia un segno indelebile.


mercoledì 24 settembre 2025

I 9 paradossi dell’investimento. #finanza

Il mondo degli investimenti è pieno di contraddizioni. Ciò che sembra intelligente spesso è sbagliato, e ciò che sembra rischioso può rivelarsi la scelta più sicura.

"Investire con successo significa avere tutti d'accordo con te… più tardi." – Jim Grant

mercoledì 10 settembre 2025

Io Credo - Giacomo Biffi

IO

[2.1] Io esisto come un piccolo frammento nella realtà sconfinata del mondo. Eppure sono più grande del mondo, perché il mio pensiero può raggiungere e oltrepassare il mondo, e perché ciò che è nel mondo e che nell'universo non si trova, è ciò che il significato dell'universo. Mi sono stati dati molti doni di vita: ho avuto una nascita, non troppi anni or sono; avrò tra qualche tempo una morte. Eppure il mio pensiero sa valicare questi ostacoli terreni e sono io che mi pongo al di sopra di essi.
Il mio condizionamento da mille istinti interiori e sono manipolato da mille sollecitazioni esteriori. Eppure posso superare tutto e liberamente e a mia scelta, posso pensare e decidere in contraddizione l'una con l'altra, tra una persona e l'altra, tra una persona e tutte le altre.
Nell'unico mio essere c'è dunque qualcosa che mentre è piccolo, effimero, schiavo, c'è qualcosa che mi rende grande, duraturo, libero.
Il linguaggio tradizionale cristiano chiama «corpo» ciò che mentre è piccolo, effimero, schiavo, e chiama «anima» ciò che mi rende grande, duraturo, libero.
Io sono composto di anima e di corpo.

mercoledì 6 agosto 2025

Samaritani e costruttori di futuro. Antonio Trabacca.

Il cambiamento a cui siamo chiamati: camminare accanto a ragazze e ragazzi che non chiedono compassione, ma opportunità.

Temi principali:

Progressi scientifici: Viene sottolineata l'importanza della conoscenza e della ricerca in campi come la neurobiologia, la genetica e le neuroscienze per migliorare diagnosi e trattamenti delle disabilità.

Ruolo dei caregiver: Si riflette sulla figura del Buon Samaritano come simbolo di cura e impegno attivo, non solo di compassione.

Approccio alla disabilità: L'articolo propone una visione che va oltre la pietà, focalizzandosi sulla necessità di offrire opportunità reali a ragazze e ragazzi con disabilità.

Inclusione e servizi: Viene evidenziata l'urgenza di costruire comunità inclusive, potenziare i servizi e valorizzare le capacità di ciascuno.

Messaggio chiave: Non basta compatire, bisogna agire. Camminare al fianco dei più giovani con attenzione, ascolto e fiducia nelle loro potenzialità è il vero cambiamento.

martedì 5 agosto 2025

L'insieme ha bisogno di ciascuno. Sergio Massironi.

Il testo di Sergio Massironi (direttore della ricerca internazionale "Fare teologia dalle periferie esistenziali") riflette sul significato autentico della speranza, mettendo in guardia contro l'uso superficiale di questa parola. Sperare non significa abbandonarsi all'illusione, ma rifiutare la rassegnazione e accogliere la possibilità del cambiamento. La speranza autentica implica realismo e memoria del bene vissuto, è alternativa a un futuro già scritto, e nasce solo se si ha il coraggio di distaccarsi dal cinismo e di credere nel nuovo.

Questo atteggiamento ha radici profonde nel messaggio cristiano, soprattutto grazie all'impulso di figure come papa Francesco e il nuovo papa Leone, e si concretizza nella visione di un'umanità come famiglia. Da questa visione nasce la convinzione che il bene non è mai un'azione isolata, ma ha sempre un impatto sull'intero: "Ognuno dà la propria impronta all'intera umanità e anche i limiti, soprattutto i limiti, ci fanno incontrare".

lunedì 4 agosto 2025

Giovanni Paolo II Tor Vergata 2000

Il discorso di Giovanni Paolo II, rivolto ai giovani, è un'esortazione intensa e appassionata alla fede cristiana vissuta con radicalità, coerenza e speranza. 

Il Papa chiama i giovani ad essere protagonisti del futuro con il coraggio della fede. Seguendo Cristo, potranno costruire una vita piena di senso e contribuire a rendere il mondo più umano. In un tempo di sfide, il Vangelo diventa bussola, e Gesù la risposta vera al desiderio di bellezza, amore e giustizia che abita il cuore.



1. Seguire Gesù oggi richiede coraggio e fedeltà

Credere in Cristo nel mondo contemporaneo è una scelta impegnativa, che può comportare contrasti con la mentalità dominante. Anche se non sempre è richiesto il martirio fisico, viene chiesta una testimonianza quotidiana, a volte difficile, fatta di fedeltà, coerenza e coraggio controcorrente. È una forma di "nuovo martirio", vissuto nella normalità della vita: nei rapporti affettivi, nell'amicizia, nella vocazione religiosa, nella solidarietà e nella promozione della dignità umana.

2. Fede come sfida quotidiana, non come rifugio

Nel mondo di oggi è difficile credere. Il contesto culturale e sociale non facilita la fede, ma con la grazia di Dio è possibile vivere questa sfida. La fede non è un ripiego, ma una chiamata a vivere in pienezza, affrontando la realtà con verità, purezza e amore.

3. Il Vangelo è la guida per la vita

Il Vangelo deve essere letto, meditato e vissuto. È lì che si incontra Gesù. Solo ascoltando la sua Parola nel silenzio, nella preghiera e con l'aiuto di guide spirituali, si può scoprire il senso profondo dell'esistenza e si trova la forza per seguirlo.

4. Gesù è la risposta al desiderio di felicità e autenticità

I sogni di felicità, di bellezza, di verità, di giustizia e radicalità che portiamo dentro, sono in realtà una ricerca di Cristo. Egli è la fonte del desiderio di autenticità, dell'anelito alla grandezza e al rifiuto della mediocrità. Gesù è colui che chiama ciascuno a diventare sé stesso nella verità.

5. La vita cristiana non si vive da soli

Nel cammino di fede nessuno è solo. La comunità cristiana — fatta di famiglie, educatori, sacerdoti e compagni di cammino — sostiene e accompagna ciascuno. Nella lotta contro il male, tanti altri condividono la stessa battaglia e trovano forza nella grazia di Dio.

6. I giovani sono "sentinelle del mattino"

Il Papa affida ai giovani un compito profetico: essere le sentinelle del mattino, cioè coloro che, all'alba del terzo millennio, vigilano, indicano la luce, preparano un futuro diverso. Dopo un secolo segnato da ideologie distruttive e guerre, essi sono chiamati a costruire un mondo di pace, giustizia, rispetto della vita e solidarietà. Dire "sì" a Cristo significa dire "sì" ai più alti ideali umani.

7. Il "sì" a Cristo apre la strada a un futuro umano e fraterno

Seguire Cristo non significa rinunciare alla propria umanità, ma realizzarla pienamente. È un atto di fiducia e libertà che orienta tutta la vita verso il bene. Il Papa incoraggia a non avere paura di questo impegno, perché Cristo accompagna, guida e sostiene in ogni circostanza.

8. L'esempio di Maria e dei santi come modello

Infine, il Papa affida i giovani alla protezione di Maria, che ha detto "sì" a Dio con fiducia totale, e dei santi Pietro, Paolo e di tutti i testimoni della fede. La loro vita è testimonianza che il cammino cristiano è possibile e fecondo.

sabato 26 luglio 2025

Ciò che non va nel mondo. #Chesterton.

Riflessioni di J.K. Chesterton tratte dal libro "Ciò che non va nel mondo" del 1910.


Pertanto, ritengo che i comuni metodi sociologici siano del tutto inutili: non serve a nulla dissezionare la pover­tà nera o catalogare la prostituzione. Tutti noi detestiamo la povertà estrema; le cose potrebbero cambiare se comin­ciassimo a discutere di una povertà indipendente e nobile. Tutti disapproviamo la prostituzione, ma fra noi non tutti approvano la castità. L'unico modo per discutere dei mali sociali è intendersi prima possibile sull'ideale sociale da conseguire. Siamo tutti in grado di vedere la follia nazionale? Che cosa non va nel mondo? A questa domanda si può rispondere subito: ciò che non funziona, ciò che è sbagliato, è che non ci domandiamo che cosa sia giusto.

Rapporto sulla fede. #BenedettoXVI #Messori.

Alcuni passi tratti dal libro intervista del 1985:


« Non sono i cristiani che si oppongono al mondo. È il mondo che si oppone a loro quando è proclamata la verità su Dio, su Cristo, sull'uomo. Il mondo si rivolta quando il peccato e la grazia sono chiamati con il loro nome. Dopo la fase delle "aperture" indiscriminate, è tempo che il cristiano ritrovi la consapevolezza di appartenere a una minoranza e di essere spesso in contrasto con ciò che è ovvio, logico, naturale per quello che il Nuovo Testamento chiama — e non certo in senso positivo — "lo spirito mondano". È tempo di ritrovare il coraggio dell'anticonformismo, la capacità di opporsi, di denunciare molte delle tendenze della cultura circostante, rinunciando a certa euforica solidarietà post-conciliare ».

« In questa visione soggettiva della teologia, il dogma è spesso considerato come una gabbia intollerabile, un attentato alla libertà del singolo studioso. Si è perso di vista il fatto che la definizione dogmatica è, invece, un servizio alla verità, un dono offerto ai credenti dall'autorità voluta da Dio. I dogmi — ha detto qualcuno — non sono muraglie che ci impediscano di vedere; ma, al contrario, sono finestre aperte sull'infinito ».

domenica 13 luglio 2025

​La tua vita e la mia. don Alberto Ravagnani.

Alberto Ravagnani è nato nel 1993 a Brugherio, in Brianza, ed è prete dal giugno 2018. Per colpa (o merito) del lockdown, che lo aveva costretto a restare lontano dai suoi ragazzi dell'oratorio San Filippo Neri, a Busto Arsizio, e dagli studenti del liceo "Arturo Tosi", dove insegna religione, in poco tempo è diventato un comunicatore molto popolare (su TikTok, su Instagram e su YouTube, con il seguitissimo podcast "Viva la Fede"), riuscendo a fare dei social uno strumento al servizio della pastorale.

Sinossi
Federico ha quasi diciassette anni, vive in una bella casa a Busto Arsizio, i suoi genitori sono stimati professionisti, frequenta il Classico e trascorre il tempo libero tra l'oratorio San Filippo, le feste con gli amici e il cazzeggio sui social. Sempre a cavallo della sua inseparabile Graziella, ereditata dalla nonna. Riccardo i diciotto li ha già compiuti, vive in una zona popolare di Busto e la scuola l'ha lasciata. Non ha mai conosciuto il padre, la mamma è ricoverata in un centro tumori, ha una sorellina di sette anni che adora – ricambiato – e della quale deve prendersi cura. Per aiutare la famiglia con i soldi fa il rider ma, quando capisce che ancora non basta, entra in brutti giri. Niente calcio, niente PlayStation, non ha né il tempo né la testa. Non si fida di nessuno perché nessuno gli ha mai fatto dono di niente. Due così dovrebbero cordialmente detestarsi (soprattutto se si innamorano della stessa ragazza, che sceglie Riccardo), e infatti è proprio quello che succede. Solo che poi don Andrea, il giovane parroco di San Filippo che gira in centro su un monoruota elettrico e che non disdegna Instagram per parlare al cuore dei suoi ragazzi, ci mette lo zampino. E forse non solo lui. Tra mille diffidenze reciproche, Federico e Riccardo iniziano a scrutarsi, poi si avvicinano, infine diventano amici inseparabili. Ma lo saranno per sempre? Don Alberto Ravagnani, divenuto popolare sui social per i suoi video su YouTube che parlano di fede, ci consegna una storia sincera, divertente e dura allo stesso tempo, che ha scritto grazie alla sua esperienza di vita tra i ragazzi e a una capacità unica di raccontare il loro mondo.

lunedì 7 luglio 2025

Chi sogna nuovi gerani? Guareschi


1) SPIRITO e COSCIENZA

Gli appunti e i ricordi personali rappresentano una sorta di riserva spirituale da tenere in serbo per i momenti più difficili. In questo senso, la provincia assume il ruolo di riserva intellettuale, artistica e spirituale del Paese: è dalla mente, non dalla forza, che nascono le cose più autentiche e durature.


"La voce del Cristo non è che la voce della mia coscienza."

Questo principio è alla base di una visione in cui l'uomo, anche se parte della massa, deve essere stimolato a pensare con la propria testa, ad ascoltare la propria coscienza. Le direttive collettive vanno seguite solo finché non contrastano con principi sani e onesti. L'obbedienza cieca deve trasformarsi in un'obbedienza ragionata: il vero dovere è obbedire alla propria coscienza, come individui.

Il comunismo, nel tentativo di risolvere un problema, ne genera uno più grande: quello dell'annullamento della persona. Per questo, buon senso e coscienza diventano strumenti indispensabili. Dio è presente ovunque, e la croce è la bandiera che unisce tutti noi: la difesa dell'idea cristiana coincide con la lotta contro ogni forma di dittatura, a tutela dei valori spirituali della patria.

Dio ci ha donato una personalità e una coscienza: al momento della morte saremo soli davanti a Lui a rendere conto delle nostre azioni. È lo spirito a contare, e Dio saprà proteggerci. "Io bado molto alla mia coscienza." La coscienza è come una signora con cui bisogna tenere costantemente un appuntamento.

Obbedisco agli ordini della mia coscienza, in quanto padre di famiglia, italiano e cattolico. La politica deve essere fatta con il cervello, non con il fegato; essa non è fede, ma ragionamento. Dio non giudicherà i partiti, ma ogni uomo, per ciò che ha pensato e fatto. Egli ci ha dotati di coscienza e personalità, ed è quindi contro ogni forma di collettivismo.

Il benessere e il progresso hanno impoverito la vita spirituale: è molto più difficile essere semplici che complicati. "La televisione crea dal nulla valori e idoli per un generale abbassamento del livello intellettuale e spirituale della massa." La pubblicità ostacola la libera scelta dell'individuo, alimentando il conformismo. Ci hanno sottratto il tempo libero, e l'unica libertà concessa nella società dei consumi è fare ciò che fanno tutti gli altri. È un'ingiustizia: spersonalizzare l'individuo, ridurlo, per creare quel "cretino medio" su cui radio, TV e propaganda modellano i programmi.

 

2) LIBERTÀ e RESPONSABILITÀ

"Io sono per la Libertà." Difendere la libertà è un dovere, perché essa non muore: nessuno può portarci via ciò che abbiamo conquistato con la sofferenza. È essenziale insegnare ai figli il rispetto per la dignità personale. La libertà non è un luogo, ma uno stato d'animo: esiste ovunque viva un uomo che si senta davvero libero.

Assumersi le proprie responsabilità e agire in coerenza con la propria personalità è parte fondamentale della libertà. Essa comporta lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro: tutto questo illuminato dall'intelligenza e da un fine. La libertà non si accorda con l'inerzia né con l'inettitudine.

La vera libertà si manifesta nel rispetto di sé stessi, degli altri e delle leggi fondamentali che regolano la convivenza secondo Dio e secondo i principi della civiltà. "Amerai il prossimo tuo come te stesso. Questa è la legge."

"Nel lager ho imparato come sia bello e virile, come sia civile dire pubblicamente cosa si pensa, specialmente quando ciò comporti un grave rischio."

 

3) LA VITA DELL'UOMO E DIO

"Prendo il grande vizio di lavorare e non me ne libererò più." L'atteggiamento giusto nella vita è essere sempre pronti, vivere con umiltà e riconoscenza. Anche la sofferenza, nella sua durezza, può essere dono: "La sofferenza è un acido che avvelena i muscoli e le ossa, ma ripulisce l'anima, e si vede tutto con altri occhi."

La vita non va semplificata oltre misura: molte grandi sciagure sono nate dal tentativo di pianificare il mondo in modo troppo razionale. Sul vuoto non si costruisce nulla. Occorrono fede e pazienza.

"Gli italiani non hanno imparato nulla dalla guerra. È triste: nelle guerre imparano qualcosa solo i morti."
Eppure Dio sa come vanno le cose, e questa consapevolezza offre pace. Dio esiste e "funziona bene da secoli." È "pigro, ma giusto." Sperare di essere in comunione con Lui è la vera speranza.

L'uomo è l'essere più irragionevole del creato: Dio ha mandato il Figlio per salvarci, e l'abbiamo crocifisso. Nessuno ha mai mandato un salvatore per gli animali, che si comportano con maggiore ragionevolezza.

La vita, per l'uomo, è una salita: chi si impegna di più arriva più avanti e più in alto.

 

4) I CATTIVI EDUCATORI

I genitori spesso sono cattivi educatori, o per sentimentalismo, o per pigrizia. È molto più faticoso educare un figlio alla lotta per la vita, che mantenerlo in casa fino ai trent'anni come se fosse ancora un bambino. Costa meno regalargli un patrimonio che insegnargli come si conquista e si amministra. Il risultato è il figlio "vendicatore", che dovrà fare o avere ciò che i genitori non hanno fatto o avuto.

 

5) LA DONNA EMILIANA

La donna emiliana è schietta, vivace, formosa, non sofisticata: non necessariamente contadina, ma semplice e vera. La sua bellezza è "una questione di quantità".

"Le mogli soffrono quando il marito viaggia solo: hanno una terribile paura che si diverta."

domenica 29 giugno 2025

I genitori italiani, per la stragrande maggioranza, sono dei cattivi educatori. #Guareschi


Siamo in tempi di furibonda demagogia e ci tengo a precisare che non sono mai stato un proletario. Io, allora, ero semplicemente un borghese povero mentre ora sono un borghese benestante. A tal proposito, mentre non so se si possa dire che pro letario è chi lavora per vivere e borghese è chi vive per lavorare, so con certezza che, oggi, in Italia, coloro i quali si proclamano con maggior furore campioni del proletariato e spietati nemici della borghesia appartengono alla grassa borghesia, mentre gli autentici proletari aspirano tutti a diventare dei borghesi.

I genitori italiani, per la stragrande maggioranza, sono dei cattivi educatori. Vuoi per eccesso di sentimentalismo, vuoi per ignoranza, vuoi per pigrizia. È infatti assai più faticoso educare un figlio, attrezzarlo per combattere validamente la lotta per la vita, che trattarlo fino a trent'anni come un bambino.

Costa assai meno regalare al figlio un patrimonio che insegnargli come si conquista e si amministra un patrimonio.

venerdì 20 giugno 2025

I limiti della conoscenza scientifica

Questi tre pensatori, da prospettive diverse, mettono in luce che la conoscenza scientifica ha limiti intrinseci:
Gödel: limiti logico-matematici interni ai sistemi formali.
Heisenberg: limiti fisici nella misurabilità del mondo reale.
Popper: limiti epistemologici nella provabilità definitiva delle teorie.
Tutti contribuiscono a una visione realistica e critica della scienza: potente, ma non onnipotente.

giovedì 19 giugno 2025

La fede è luce, non oscurità

La fede è luce, non oscurità: il vero illuminismo parte dal Vangelo.

C'è un pregiudizio diffuso secondo cui fede e ragione sarebbero in conflitto. Ma è un errore. Come ha sottolineato Joseph Ratzinger, la fede cristiana si rivolge innanzitutto alla ragione: la provoca, la illumina, la amplia. La scienza non esclude Dio, e Dio non esclude la scienza. Sono piani diversi, ma complementari.

Dio non si impone: si lascia cercare. È nascosto, ma non assente. Se lo cerchiamo, è perché in qualche modo lo abbiamo già incontrato, come diceva Sant'Agostino. La ragione stessa, se onesta, arriva a riconoscere i suoi limiti e apre alla possibilità del Mistero — come affermava Pascal.

Il cristianesimo non è un'illusione. È l'incontro con una persona concreta: Gesù di Nazaret. Un uomo che ha vissuto l'amore fino al dono totale, che ha perdonato, guarito, accolto, e che ha proclamato la salvezza per tutti, anche per i nemici. Una figura unica nella storia. Non è un mito inventato: nessuno avrebbe costruito una religione su un condannato a morte, umanamente fallito.

I Vangeli non sono leggende: sono testimonianze radicate nella storia. Non nascondono le debolezze dei discepoli, né le discrepanze nei racconti. Questo è un segno di autenticità. Anche l'archeologia e gli studi storici hanno confermato molte informazioni contenute nei testi sacri.

La fede cristiana ha trasformato la cultura: ha dato valore a ogni persona, ha rivoluzionato la visione della donna e del bambino, ha messo al centro i poveri, ha predicato l'amore per i nemici. Ha ispirato ideali di uguaglianza, giustizia e libertà che hanno influenzato persino il pensiero laico e le rivoluzioni moderne.

Gesù non ha spiegato tutto il mistero del male e della sofferenza, ma lo ha condiviso. Ha scelto la via della croce: l'onnipotente che si fa servo. Questo capovolgimento è la chiave per comprendere perché la fede cristiana continui a parlare anche oggi.

I cristiani, certo, hanno sbagliato nella storia, spesso tradendo il Vangelo. Ma il messaggio di Cristo rimane intatto: non un sistema ideologico, ma una proposta concreta di vita, centrata sull'amore.
A differenza delle ideologie moderne, nate nei salotti intellettuali e finite nel fallimento, il cristianesimo ha resistito. Perché non è una teoria, ma un incontro vivo. È una luce che non abbaglia, ma illumina. E lascia comunque spazio alla libertà: abbastanza luce per chi vuole credere, abbastanza buio per chi non vuole.
Come ha detto Pascal, senza questo Mistero, l'uomo resta ancora più incomprensibile.

​Morte e Miseria

Credo che dovremmo imparare a vivere partendo dalla consapevolezza della morte, dal pensiero del momento in cui ci separeremo su questa terra. Solo assumendo questa prospettiva, il tempo che ci rimane potrà essere vissuto in modo pieno, autentico. Oggi invece viviamo immersi nel presente immediato, concentrati sulle fatiche quotidiane, sulle offese ricevute, su questioni piccole e mediocri. Ma se ogni giorno lo affrontassimo con lo sguardo rivolto alla nostra fine, forse riusciremmo a dare alle cose e agli eventi il giusto peso, a non sprecare ciò che conta davvero.

Cristo ci ha liberati dalla morte e dal peccato attraverso la sua morte e risurrezione. Siamo arrivati fin qui per la sua Grazia, che ci ha guidati passo dopo passo. La sofferenza rimane una certezza che ancora ci attende; non possiamo illuderci di evitarla. La pace, se è vera, è fatta di gioia e dolore in parti uguali. Possiamo sperare di conoscere ancora gioie, ma dobbiamo accettare che non siano mai garantite.


La tua mamma, i bambini sperduti, i giovani malati: sono volti e storie che ci ricordano la fragilità della vita, la sua caducità. Di questa consapevolezza dobbiamo farne tesoro, come una luce che orienta il cammino. Eppure, la nostra società evita di pensare alla morte e alla sofferenza, ma nel farlo ha smarrito anche la speranza, e spesso cade nella disperazione. Solo l'amore resta, solo ciò che è stato vissuto con amore ha un valore che non si perde.


Per questo, preghiamo il Signore perché ci insegni le sue vie. Siamo chiamati a cambiare il nostro sguardo, perché solo così potrà cambiare anche la realtà attorno a noi. La vita è spesso una battaglia interiore, una guerra segreta combattuta contro l'orgoglio, contro ciò che ci separa dagli altri e da Dio. Ma dentro questa lotta possiamo scoprire la Misericordia, una Misericordia che si fa presente nella nostra storia attraverso Gesù.


Davanti ai grandi "perché" della vita, non siamo costretti a restare paralizzati nel dolore: possiamo scegliere di non fissare lo sguardo solo sulla miseria, ma di portare quella miseria – le nostre ferite, i torti subiti, i rancori, i rimorsi, i peccati – davanti a Cristo. Non possiamo permetterci di accumulare odio, di restare prigionieri del risentimento. L'incontro con Gesù è ciò che può trasformare la miseria in occasione di salvezza. E questa è la strada su cui siamo chiamati a camminare.