sabato 9 giugno 2018

Signore ti preghiamo per la mamma

Signore ti preghiamo per la mamma perché tu possa accoglierla con amore tra le tue braccia e farla sentire amata, proprio come ha fatto lei infinite volte con noi quando eravamo bambini.

 

Signore ti ringraziamo per il rande dono di averla avuta accanto. E' stata madre nostra in primis, ma è stata madre anche di tanti tra i nostri amici, accogliendoli sempre con amore e con il sorriso che ha donato a tutti con gioia fino all'ultimo giorno.

 

Signore ti ringraziamo perché anche nella sua malattia la mamma ha saputo fare dono senza paura, senza lamentele, accettandola con infinita dignità e ricercando ogni giorno un motivo di gioia e di felicità.

 

Signore ti ringraziamo per chi ci è stato accanto in questa lunga malattia, pur non essendo parte della nostra famiglia. I sacerdoti, i medici, gli infermieri, gli oss e fra tutti il nostro medico di famiglia, che andando ben oltre la sua professione, ci è stato accanto con umanità ed affetto. E ti preghiamo perché tutti quelli che sono nella sofferenza e nella difficoltà possano incontrare sul loro cammino persone simili.

 

Signore ti preghiamo per il papà che ha amato la mamma con estrema devozione fino all'ultimo respiro ed oltre. E' stato per noi esempio vivo del significato profondo del matrimonio cristiano. Ora, Signore, insieme alla mamma ti preghiamo di averne estrema cura perché nel suo cuore e nella sua vita possa di nuovo risplendere l'amore a dispetto del dolore.

 

Signore ti preghiamo per i suoi nipotini, i nostri figli Giosuè e Tobia, e Paride, perché attraverso la nostra opera di genitori e l'affetto del nonno Giuliano possano continuare a sentire la presenza della nonna e il suo infinito amore per loro.


Eleonora


venerdì 8 giugno 2018

Riposa in Cristo, Maria Alessandra Tagliavini

Nell'ultimo anno le nostre famiglie si sono trovate di fronte ai perché della vita.

I nostri perché li rivolgiamo di nuovo oggi davanti a Dio, perché siamo smarriti come gli apostoli davanti alla morte di Gesù. E' una grande perdita per la famiglia e i nipotini.
Perché un male così aggressivo si è accanito su di te? Tu così sorridente, solare, viva!

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15)

Siamo qui davanti a Dio, il quale ci mostra la sofferenza e lo scandalo della Croce del Figlio, ma ci invita anche ad andare oltre, contemplando il mistero della Risurrezione. In Cristo, la croce diventa simbolo di speranza. Se Gesù non si fosse rivelato della giornata di oggi rimarrebbe solo disperazione e tristezza.

Gesù ci dice: "Beati gli afflitti perché saranno consolati" (Mt 5)

Alessandra ha testimoniato un approccio spensierato e determinato nei confronti della vita.
Amava leggere, cantare, le tradizioni e la vita all'aria aperta.

Ci ha insegnato che il sorriso è il miglior rimedio per affrontare la vite e le sue difficoltà.
Non si è mai disperata, e ha sopportato con coraggio i dolori della malattia accanto al marito Giuliano e ai figli perché convinta della presenza viva e reale di Cristo, come se facesse suo il motto paolino: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8). Negli ultimi giorni ci diceva: "Sono così felice perché se dovessi morire oggi vi ho visti tutti".

Grazie a Gesù, solo i cristiani annunciano che la morte è stata sconfitta: il sorriso e la serenità di Alessandra nell'affrontare la malattia ne saranno per sempre testimonianza.
Ti preghiamo Alessandra, veglia su di noi assieme ai tuoi amati genitori, e facci sentire la tua presenza vita nella comunione dei santi.
Signore, dona sollievo alla nostra sofferenza e donaci la tua pace.

Non abbiate paura! Voi cercate Gesù. E' risorto! (Mc 15)

Perché cercate tra i morti colui che è vivo? (Lc 23)

Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà (Gv 11)

Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se muore produce molto frutto. (Gv 12)

Questa esperienza di malattia, sia da monito per tutti noi: godiamo della presenza dei nostri cari, non anteponiamo a loro e a Dio, le preoccupazioni di questo mondo.

Vegliate dunque e pregate perché non sapete né il giorno né l'ora (Mt 25)

Grazie Alessandra e Giuliano per la vostra testimonianza di amore coniugale vissuto nella gioia e nel dolore; testimoni del matrimonio cristiano come percorso verso la santificazione.

Alessandra che ci guarda dal cielo, oggi ci direbbe: "Cosa sono quelle facce tristi? Coraggio! Fatevi forza, la tristezza passa, vi aspetto a far festa qui in cielo!"
Non sia turbato il vostro cuore… abbiate fede in Dio… 

Io vado a prepararvi un posto (Gv 14)

Questa preghiera di Madre Teresa di Calcutta esprime molto bene l'approccio alla vita di Alessandra:
La vita è una canzone: cantala.
La vita è un gioco: giocalo.
La vita è una sfida: accettala.
La vita è un sogno: realizzalo.
La vita è un sacrificio: offrilo.
La vita è amore: assaporalo. 

martedì 26 dicembre 2017

Una Chiesa piccola


"Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell'esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Allora la gente vedrà quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto". Lo diceva Joseph Ratzinger il 24 dicembre 1969, nella conclusione del ciclo di lezioni radiofoniche presso la Hessian Rundfunk, ripubblicati nel volume "Faith and the Future", editore Ignatius Press. Sulla diagnosi aveva ragione, su quelle che sarebbero state le cure per medicare una chiesa malata anche: il futuro della chiesa, disse Joseph Ratzinger in uno dei discorsi, non risiederà in coloro che cercano affannosamente di adattarsi alle mode del momento e di lanciare slogan orecchiabili, ma nei santi, in grado di vedere più lontano degli altri perché rivolti a Dio. Buon Natale.

lunedì 13 novembre 2017

Questo è il cuore del matrimonio


"A chi si vuole sposare spiego che il matrimonio è un Sacramento per discepoli, quindi sposarsi in Chiesa significa voler essere discepoli di Cristo, e lo dico chiaramente: se una persona sa già, nel proprio cuore, che dopo il matrimonio per esempio non andrà più a Messa è meglio che lasci stare. 
Se una persona invece dice sì, e desidera essere discepolo di Cristo, allora deve sapere che il comandamento è "amatevi come io vi ho amato".
È come se nel Sacramento ti venisse affidato il marito o la moglie con questo comandamento: "Amalo come l'ho amato io". 
A questo punto tiro fuori il crocifisso e ribadisco il concetto: "Cristo vi dona lo Spirito per amare così, in croce, in modo irrevocabile e indissolubile, volete amare così? Sappiate che Dio ama un peccatore fino in fondo e non retrocede mai, così dovete fare anche voi....Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?". 
Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c'è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l'identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: "Voglio amarlo come lo ami Tu", quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? 
Questo è il cuore del matrimonio."

Padre Maurizio Botta

martedì 21 marzo 2017

Letture del Battesimo di Tobia

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla

Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l'ho scartato, perché non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore».

Il Signore è il mio pastore: 
non manco di nulla. ... Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. ... «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

lunedì 2 gennaio 2017

È nato Tobia!

Il primo Gennaio 2017 alle 00.49 è nato Tobia Gibellini, il primo modenese DOC del 2017.

È nato nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio!

sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017 e che la Famiglia di Nazaret sia da esempio


Amore mio,

Bella giornata oggi a Modena: fredda, ma limpida.
Oggi è anche il giorno del mio compleanno: tempo di bilanci quindi...

Il mio (nostro) regalo arriverà tra qualche giorno quando diventerò papà per la seconda volta. Non sta a noi decidere il giorno esatto, ma Tobia troverà una famiglia pronta ad accoglierlo, nonostante le nostre fragilità.

Questa settimana è stata importante: abbiamo avuto modo di riflettere, sui nostri difetti come genitori e come sposi. Non siamo riusciti a fare i "giri" che avremmo voluto, ma abbiamo "vissuto" appieno la nostra famiglia, sia la monotonia della quotidianità, che la straordinarietà di essere tutti insieme. 

E' passato in fretta anche questo Natale, ormai sempre più festa del regalo, che non festa della nascita del Salvatore. Il mio sguardo torna a fissarsi su quel presepe e su quella famiglia rappresentata. Una famiglia modesta che ha dovuto modificare il proprio progetto di vita mettendolo a disposizione del Signore. Quel bambino era (ed è) il Salvatore tanto atteso: affidato proprio a loro, nato lontano dalle luci della città, in una mangiatoia. 

Chissà com'era Gesù da bambino? Dormiva alla notte? Mangiava senza capricci? Era affettuoso? Chissà.. sicuramente non sarà stato facile. 

E il nostro bimbo? Quanto ci vuole bene Giosuè? Tanto e tante volte lo ha dimostrato questa settimana! E' stato ammalato diversi giorni, ma è stato sempre sereno, perché sentiva la nostra presenza. Perdona sempre i nostri difetti, quando alziamo la voce, quando siamo stanchi e perdiamo la pazienza. Lui è sempre lì a perdonarci. Se solo fossimo così anche noi nei confronti del Padre...

Dobbiamo essere forti e saldi, 
pronti alle sfide della vita, 
trovare il tempo per il Signore, 
come la famiglia di Nazaret (modello di perfezione).

Ricordi: Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8)

Preghiamo per la famiglia.

Preghiamo per tutti queli sposi che non hanno ancora potuto accogliere un figlio. 

Preghiamo anche per quelli a cui è "capitato" all'improvviso (come alla famiglia di Nazaret).

Preghiamo per quegli amici e famigliari che non ci sono più.

Preghiamo per chi è povero e nella difficoltà (come la famiglia di Nazaret).

Preghiamo per chi ci ha dato fastidio, per chi non ci capisce, per chi ci fa faticare.

Sia la famiglia di Nazaret il modello per la nostra famiglia.

Coraggio e Buon anno nuovo.

Tuo, Filippo.




giovedì 29 dicembre 2016

Battesimo e Croce

A partire dalla croce e dalla risurrezione divenne chiaro per i Cristiani che cosa era accaduto: Gesù si era preso sulle spalle il peso della colpa dell'intera umanità; lo portò con sè nel Giordano. Dà inizio alla sua attività prendendo il posto dei peccatori. Il significato pieno del battesimo di Gesù si rivela solo nella croce: il battesimo é l'accettazione della morte per i peccati dell'umanità, e la voce del cielo "Questi é il Figlio mio prediletto" é il rimando anticipato della risurrezione.

Joseph Ratzinger - Gesù di Nazaret

domenica 25 dicembre 2016

Preghiera del perdono per gli sposi

Signore donaci la forza di perdonarci e di perdonare. Aiutaci a lasciar cadere il rancore e la rabbia, per raggiungere la serenità del cuore e la felicità. "Non tramonti mai il sole sulla nostra ira".

Signore aiutaci a non giudicare, a non condannare e a non parlare male degli altri perché sull'amore saremo giudicati.

Signore perdona le nostre fragilità e mancanze: noi chiamati alla perfezione di Cristo, sappiamo imitarlo e testimoniarlo nella vita, nelle difficoltà e nelle gioie.

Amen

sabato 10 dicembre 2016

Tobia

Riprende il nome teoforico ebraico טוֹבִיָּה (Toviyyah o Tobhiyyah), che è composto da tobh ("bene") e Yah (abbreviazione di YHWH, il nome di Dio); il suo significato complessivo può essere interpretato in vari modi, fra cui "il Signore è il mio bene", "YHWH è buono" o "buon signore".

Tobia il Giovane, personaggio dell’Antico Testamento, marito di Anna, è protagonista dell’omonimo libro deuterocanonico. Deportato con la famiglia a Ninive, sopportò con rassegnazione la prigionia e la cecità, dedicandosi a opere caritatevoli. Guidato dall’arcangelo Raffaele, si recò in Media e guarì il padre dalla cecità con il fiele di un pesce.

Etimologia: Deriva dall'ebraico Tobijah e significa gradito al Signore.

giovedì 31 marzo 2016

Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

« Fare una rivoluzione significa sovvertire l'antico ordinamento del proprio paese; e non si può ricorrere a ragioni comuni per giustificare un così violento procedimento. […] Passando dai principî che hanno creato e cementato questa costituzione all'Assemblea Nazionale, che deve apparire e agire come potere sovrano, vediamo qui un organismo costituito con ogni possibile potere e senza alcuna possibilità di controllo esterno. Vediamo un organismo senza leggi fondamentali, senza massime stabilite, senza norme di procedura rispettate, che niente può vincolare a un sistema qualsiasi. [...] Se questa mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che comporranno un'ignobile oligarchia, fondata sulla distruzione della Corona, della Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di eguaglianza e di diritti dell'uomo. Nella "palude Serbonia" di questa vile oligarchia tutti saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre. »
(Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia)

Burke attaccò poi la costituzione francese del 1791, approvata dall'Assemblea nazionale sulla base della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, in quanto a suo dire la nuova costituzione preparava il terreno a disastri politici, negando altresì ogni paragone tra essa e il Bill of Rights inglese del 1689, quello americano recente o perfino la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. In un discorso al Parlamento il 6 maggio 1790 attaccò i costituenti francese e affermò:

« Guardo alla costituzione francese, non con approvazione ma con orrore, giacché contiene in sé tutti quei principî da avversare, gravidi di pericolose conseguenze che dovrebbero essere grandemente temute ed aborrite.[6] »
(Edmund Burke alla Camera dei Comuni)

giovedì 11 febbraio 2016

Lezione di Carlo Caffarra sull’amore umano

Condizione del matrimonio

L'edificio del matrimonio non è stato distrutto; è stato de-costruito, smontato prezzo per pezzo. Alla fine abbiamo tutti i pezzi, ma non c'è più l'edificio. Esistono ancora tutte le categorie che costituiscono l'istituzione matrimoniale: coniugalità; paternità-maternità; figliazione-fraternità. Ma esse non hanno più un significato univoco. 

E' in opera una istituzionalizzazione del matrimonio che prescinde dalla determinazione bio-sessuale della persona. Diventa sempre più pensabile il matrimonio separandolo totalmente dalla sessualità propria di ciascuno dei due coniugi. Questa separazione è giunta perfino a coinvolgere anche la categoria della paternità-maternità.
 
La conseguenza più importante di questa de-biologizzazione del matrimonio è la sua riduzione a mera emozione privata, senza una rilevanza pubblica fondamentale. 

E' in opera la riduzione, la trasformazione del corpo in puro oggetto. Da una parte il dato biologico viene progressivamente espulso dalla definizione di matrimonio, dall'altra, e di conseguenza in ordine alla definizione di matrimonio le categorie di una soggettività ridotta a pura emotività diventano centrali. 

Prima della svolta, in sostanza il "genoma" del matrimonio e famiglia era costituito dalla relazione fra due relazioni: la relazione di reciprocità (la coniugalità) e la relazione inter-generazionale (la genitorialità). 

Tutte e tre le relazioni erano intra-personali: erano pensate come relazioni radicate nella persona. Esse non si riducevano certamente al dato biologico, ma il dato biologico veniva assunto ed integrato dentro la totalità della persona.

Ora la coniugalità può essere sia etero che omosessuale; la genitorialità può essere ottenuta da un procedimento tecnico.

Problemi posti dal Vangelo del matrimonio

E' noto che secondo la dottrina cattolica, il matrimonio sacramento coincide col matrimonio naturale.

Ora ciò che la Chiesa intendeva ed intende per "matrimonio naturale" è stato demolito nella cultura contemporanea. 

Chi chiede di sposarsi sacramentalmente, è capace di sposarsi naturalmente?
 
Ora siamo nell'incapacità di percepire la verità e quindi la preziosità della sessualità umana.
Occorre la ricostruzione di una teologia e filosofia del corpo e della sessualità, che generino un nuovo impegno educativo in tutta la Chiesa. In conseguenza del fatto che disperiamo della nostra capacità di conoscere una verità totale e definitiva, noi abbiamo difficoltà a credere che la persona umana possa realmente donare se stessa in modo totale e definitivo, e ricevere l'auto-donazione totale e definitiva di un altro.

Nasce da questa inconsistenza l'incapacità oggi della persona di pensare l'indissolubilità del matrimonio se non in termini di una legge exterius data: una grandezza inversamente proporzionale alla grandezza della libertà.

Gli ordinamenti giuridici sono andati progressivamente sradicando il diritto di famiglia dalla natura della persona umana.

La legge si arroga l'autorità di rendere artificialmente possibile ciò che naturalmente non lo è

Modalità dell'annuncio

Vi sono tre modalità che vanno evitate. 

La modalità tradizionalista, la quale confonde una particolare forma di essere famiglia con la famiglia ed il matrimonio come tale. 

La modalità catacombale, la quale sceglie di ritornare o rimanere nelle catacombe. Concretamente: bastano le virtù "private degli sposi"; è meglio lasciare che il matrimonio, dal punto di vista istituzionale, sia definito da ciò che la società liberale decide. 

La modalità buonista, la quale ritiene che la cultura di cui ho parlato sopra, sia un processo storico inarrestabile. Propone di venire, quindi, a compromessi con esso, salvando ciò che in esso sembra essere riconoscibile come buono.

La prima necessità è la riscoperta delle evidenze originarie riguardanti il matrimonio e la famiglia. Togliere dagli occhi del cuore la cataratta delle ideologie, le quali ci impediscono di vedere la realtàLa verità del matrimonio non è una lex exterius data, ma una veritas indita.
 
La seconda necessità è la riscoperta della coincidenza del matrimonio naturale col matrimonio-sacramento. La separazione fra i due finisce da una parte a pensare la sacramentalità come qualcosa di aggiunto, di estrinseco, e dall'altra parte rischia di abbandonare l'istituto matrimoniale a quella tirannia dell'artificiale di cui parlavo. 

La terza necessità è la ripresa della "teologia del corpo" presente nel Magistero di S. Giovanni Paolo II.

Alla base delle discussioni del Sinodo, George Weigel si chiede qual è il rapporto che la Chiesa vuole avere colla post-modernità, nella quale i relitti della decostruzione del matrimonio sono la realtà più drammatica ed inequivocabile. 




lunedì 8 febbraio 2016

Quella strana idea di Medioevo.

Per tutti il Medioevo è un periodo storico "buio" in cui la ragione è stata oscurata (dalla Chiesa).

Tuttavia il Medioevo è fra noi, avendoci lasciato un immenso patrimonio artistico. Ma è fra noi anche perché ospedali, università, banche e cattedrali furono appunto inventate nel "buio" medioevo. E così pure l'idea di Europa, le libertà comunali, l'economia di mercato e la sovranità popolare.

La cultura classica ci è stata tramandata dal "cattivo" Medioevo e sempre lì sono nate anche la tecnologia e la scienza, insieme con la musica (nella sua forma moderna).

Perfino la Divina Commedia nasce dal genio medievale di Dante Alighieri che così – letteralmente – "inventò" la lingua italiana.

giovedì 4 febbraio 2016

Certe cose a doverle spiegare viene da piangere. #unionicivili

Questi sono gli argomenti di oggi nel dibattito sulle #unionicivili (usati anche da sedicenti cattolici)...

(tra parentesi i miei commenti)

- "Conta solo l'amore" (nessuno nega l'importanza dell'amore, ma come può uno stato, a livello legislativo, definire il livello corretto di amore ?? I desideri non sono diritti... La legge deve tutelare le persone, non i suoi desideri o sentimenti. Se lo stato vuole tutelare l'unione stabile di due persone lo faccia, ma lasci fuori i bambini.)

- "La mamma è un concetto antropologico " ... Il senatore Lo Giudice sostiene che il bambino oggetto di "utero in affitto" deve venir staccato dalla madre e non allattato da essa perché non deve mai costruire un rapporto con lei, e che questo per il bimbo non è un trauma. (in effetti i 9 mesi passati nel ventre della donna non valgono nulla...)

- "Gli omosessuali adotterebbero bambini lasciati da eterosessuali" (tuttavia, se un bambino può stare senza la mamma a maggior ragione 2 omosessuali possono stare senza bambini)

- "I cattolici sono tutti ipocriti e al family day ci vanno quelli con l'amante e che si drogano"  (ovviamente... aggiungerei anche omofobi, dire che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà è da Medioevo) 

- "La stepchild adoption non legalizza l'utero in affitto" (in effetti la legge 40/2004 lo vieta in Italia. Ma fatta la legge trovato l'inganno... ad esempio lo stesso senatore insieme al suo fidanzato va ad affittarne uno in California, dove é consentito, paga e torna in Italia con un bel bambino. Il piccolo é naturalmente figlio di uno solo di loro, ma non appena il ddl Cirinnà diventerà legge, essi si uniranno civilmente e immediatamente dopo il coniuge potrà adottare il bambino)

- "L'italia deve essere svegliata, è indietro sui diritti... è il fanalino di coda dei diritti civili"(In Inghilterra il reato di omosessualità è stato depenalizzato  nel 1967. In Italia fu depenalizzato già a fine 1800.)

Semplicemente NO a tutto questo!

PS. Care trasmissioni televisive, non coinvolgete i bambini per fare propaganda...








giovedì 10 dicembre 2015

La misericordia di Cristo

"Un Gesù che sia d'accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura.
Una concezione del 'vangelo' dove non esista più la serietà dell'ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico. 
Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole 'lasciar correre'.
Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l'intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c'è bisogno del dolore della croce per guarire l'uomo.
Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico.
La croce come espiazione, la come come "forma" del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno.
Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell'essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato.
Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio".

Da Joseph Ratzinger, "Guardare a Cristo", pag. 76, Jaca Book 1986

giovedì 12 novembre 2015

Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù - Francesco

Cari fratelli e sorelle, nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c'è Gesù, nostra luce. L'iscrizione che si legge all'apice dell'affresco è "Ecce Homo". Guardando questa cupola siamo attratti verso l'alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui ha «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell'uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l'immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l'essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant'Anselmo, o il Deus semper maior di sant'Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell'umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell'uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell'umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell'animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

Il primo sentimento è l'umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l'Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l'essere come Dio (Fil 2,6). Qui c'è un messaggio preciso. L'ossessione di preservare la propria gloria, la propria "dignità", la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell'umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.

Un altro sentimento di Gesù che dà forma all'umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l'interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L'umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 49).

Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù. Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda.

Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c'è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile.

Le beatitudini che leggiamo nel Vangelo iniziano con una benedizione e terminano con una promessa di consolazione. Ci introducono lungo un sentiero di grandezza possibile, quello dello spirito, e quando lo spirito è pronto tutto il resto viene da sé. Certo, se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze perché non ci portano al "successo". Per essere «beati», per gustare la consolazione dell'amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com'è buono il Signore» (Sal 34,9)!

Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull'umanesimo cristiano che nasce dall'umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal "potere", anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all'immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all'altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l'azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L'ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

Però sappiamo che le tentazioni esistono; le tentazioni da affrontare sono tante. Ve ne presento almeno due. Non spaventatevi, questo non sarà un elenco di tentazioni! Come quelle quindici che ho detto alla Curia!

La prima di esse è quella pelagiana. Essa spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l'apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell'ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor9,22).

Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell'immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» (Evangelii gaudium, 94). Lo gnosticismo non può trascendere.

La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell'incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d'Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.


Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?

Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l'Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36). Mi viene in mente il prete che ha accolto questo giovanissimo prete che ha dato testimonianza.

Ma potrebbe anche dire: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43).

Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la «simpatia di tutto il popolo» che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro «letizia e semplicità di cuore» (At 2,46-47).

Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: "Sono pastore". Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all'ora di punta e c'era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all'essenziale, al kerygma. Non c'è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. Ho espresso questa mia preoccupazione pastorale nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr nn. 111-134).

A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l'inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l'amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

L'opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell'esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42). Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi). I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, 198).

Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d'immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso alloSpedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l'altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l'altra metà. Perché la Chiesa madre ha in Italia metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. E questo da sempre è una delle vostre virtù, perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti.

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria "fetta" della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l'incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l'amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell'incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell'essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l'«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.

La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

E senza paura di compiere l'esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell'altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. E' fratello.

Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all'interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. 


[...]


Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L'umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l'allegria e l'umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.


[...]




Quando verrà il regno di Dio?

Lc 17,20-25.

In quel tempo, interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», Gesù rispose: 
«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!». 
Disse ancora ai discepoli: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. 
Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. 
Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione». 

martedì 10 novembre 2015

Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote!

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2005/via_crucis/it/station_09.html

MEDITAZIONE

Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell'uomo in generale, all'allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c'è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell'animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).

PREGHIERA

Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all'interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi.