domenica 27 gennaio 2013

Oggi si è compiuta questa Scrittura.

Domenica 27 Gennaio. III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Ne 8,2-4.5-6.8-10   Sal 18   1Cor 12,12-30   Lc 1,1-4; 4,14-21.


Nel Vangelo, la Chiesa ha voluto intrecciare due brani di Luca: l’inizio del suo Vangelo e l’inizio dell’attività pubblica di Gesù. Nel prologo, Luca presenta il suo lavoro all’illustre Teofilo per rassicurarlo della vericità degli insegnamenti che ha ricevuto. Luca si è avvalso di testimoni oculari e della tradizione orale. Quindi si salta direttamente al capitolo 4, dopo che Luca ha narrato dell’infanzia e del Battesimo di Gesù, della cattura di Giovanni Battista, delle tentazioni nel deserto. Gesù, già famoso, torna a casa in Galilea, a Nazareth dove in Sinagoga annuncia che “Oggi si è compiuta questa Scrittura!”. Luca più degli altri evangelisti sottolinea questa giornata memorabile.



Gesù da buon ebreo va in sinagoga, la cui liturgia è simile alla nostra liturgia della parola, e comincia la sua predicazione presso i Giudei, in continuità con l’antico testamento.
Nei passi paralleli di Matteo e Marco capiamo bene come i suoi compaesani fossero stupiti  di come potesse un figlio di un povero artigiano essere diventato così conosciuto e sapiente. Nazaret non comprende il mistero di Nazaret. Ma lo stupore e la meraviglia dei nazaretani diventeranno incredulità e rifiuto: per meglio comprendere questo aspetto occorre leggere fino al versetto 30. I nazaretani voglioni i segni, i miracoli e le guarigioni come quelli compiuti a Cafarnao poco prima, come accennato da Matteo. Il loro rifiuto anticipa il grande rifiuto che si consuma a Gerusalemme nei giorni della Passione. Famosa diverrà la frase “nessun profeta è ben accetto in patria”. Il solo accenno della salvezza al di fuori di Israele genera la furia dell’assemblea che tenta di uccidere Gesù. Questo rifiuto provocherà la diffusione del Vangelo presso i pagani.

Non si sa se Gesù conoscesse il brano avrebbe dovuto leggere, ma è fondamentale il messaggio che passa, tramite le parole di Isaia. Tutti gli occhi sono su di lui. Anzichè rimanere in piedi, come era usanza, egli si siede come un maestro, come farà nel discorso della Montagna. Il testo profetico di Isaia non lascia dubbi sulla missione di Gesù: egli è venuto a portarre la buona notizia, la salvezza ai poveri, ai ciechi, ai prigionieri e agli oppressi, non solo in senso fisico. Non è venuto come giudice ma come medico.

La salvezza è rivolta ai poveri, a chi soffre in questo mondo in senso fisico e spirituale: essi saranno beati!. E’ Gesù il servo del Signore annunciato da Isaia, che porterà il lieto annuncio, che riceverà l’unzione del Messia, che promulga l’anno di grazia inaugurando una nuova era della storia, che rimette con la sua morte i peccati del popolo.

È il “manifesto” di Gesù. Eccolo: egli opera con la potenza di Dio, difatti lo Spirito è su di lui. L’uomo non si salva da solo, ma solo se si affida con Cristo, il quale agisce mediante la sua parola: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. L’oggi di Gesù è il nostro oggi, parola che a noi viene oggi rivelata nel Vangelo e nell’Eucaristia.

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Nella prima lettura, Neemia è il governatore ed Esdra è lo scriba e sacerdote che guidano Israele al rientro in Palestina dopo la deportazione in Babilonia circa 500 anni prima di Cristo. Sotto la loro guida vengono ricostruiti il Tempio e Gerusalemme. Il brano proposto sancisce la nascita del giudaismo così come lo conoscerà Gesù stesso.
Un giudaismo fondato sulla lettura della parola di Dio e sul culto del Tempio: da qui riparte Israele. Durante la festa delle capanne, nel giorno consacrato al Signore, Esdra legge in piazza la parola di Dio e la spiega, dall’alba a mezzogiorno. All’apertura del libro il popolo si alza in piedi e poi si prostra faccia a terra: nel libro vi è la Parola di Dio. Molte sono le somiglianze con la nostra liturgia della parola.
Neemia vedendo il popolo rattristato li esorta: Questo è un giorno consacrato al Signore, non si deve fare lutto, ma si deve fare festa e la gioia che scaturisce dalla Parola dà una forza nuova.

Nella seconda lettura, San Paolo spiega alla comunità di Corinto, la sua idea di Chiesa: essa è un unico corpo animato da molte membra, che ha come capo e sposo Gesù. Ciò che unifica le membra, ovvero i fedeli sia giudei che greci, è lo Spirito effuso nel Battesimo: le membra si dissetano nello Spirito.
Paolo pone l’accento sui doni spirituali ricevuti dai fedeli affinchè ne facciano buon uso. Ci sono fedeli più deboli che però sono necessari alla Chiesa, e ci sono fedeli più forti che devono prendersene cura, affinchè la Chiesa sia unita: se un membro soffre tutti soffrono, se un membro è onorato tutti gioiscono. Nella chiesa non tutti sono apostoli, profeti e maestri. Paolo fa questo discorso perchè la comunità di Corinto è ancora influenzata dalla mentalità pagana, che tende a preferire i doni più spettacolari: Paolo precisa che questi doni sono per l’edificazione della comunità e non per creare rivalità.
L’immagine della Chiesa corpo di Cristo è tipica di Paolo che dà un’idea corretta di diversità radicata nell’unità in Gesù. Per far si che il corpo sia unito occorre che l’amore sia alla base dell’esistenza cristiana. Infatti nel capitolo successivo Paolo pronuncerà il suo inno all’amore. Fondata sulll’amore è un altra immagine cara a Paolo, ovvero della Chiesa sposa di Cristo (Efesini 5).