3. L’arte di dare il nome
La relazione con il padre segna tutto. Per la sopravvivenza basta che tua madre ti metta al mondo, ma per l’identità dovrai anche capire se tuo padre ti ha riconosciuto oppure no.
Oggi viviamo una grande ansia di riconoscimento: abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica chi siamo, qualcuno che conosca il nostro nome. Questo è un atto fondante e paterno.
Dare il nome è la prima attività dell’uomo nella Bibbia. Significa identificare ed essere identificati, essere riconosciuti e valutati.
Attraverso la famiglia il bambino e la bambina comprendono chi sono, quale sia il loro nome. La relazione con l’ambiente in cui si cresce contribuisce a definire il carattere e la personalità.
Evangelizzare significa annunciare agli uomini e alle donne di questo mondo chi sono realmente, rivelare loro il proprio nome.
Se Cristo ha scelto di morire per noi e se il Padre ha deciso di donare suo Figlio per noi, allora chi siamo noi? Nessuno ha il diritto di disprezzarsi. Ognuno di noi è qualcuno per cui la seconda Persona della Trinità ha deciso di dare la vita.
Questa generazione ha bisogno di padri che sappiano dire: «Tu sei importante. La tua vita è preziosa».
La fiducia paterna fa crescere. Se mio padre mi dicesse: «Non ce la farai», passerei tutta la vita a combattere contro quella condanna. Se invece mi trasmette fiducia e mi dice: «Ce la puoi fare», allora troverò la forza di riuscirci.
Servono padri che sappiano dare fiducia.
4. L’arte di custodire
Se è essenziale un padre che ti dica chi sei, è letteralmente vitale un padre che ti salvi dalla strage.
Nel cuore di tanti giovani c’è la ferita inflitta dall’individualismo infantile paterno o dall’egocentrismo ossessivo materno.
La paternità di Giuseppe è Provvidenza ed è inserita nel piano di Dio. Qualunque vera paternità, di qualsiasi tipo, si muove all’interno di questa logica.
I padri di oggi sono spesso incerti: cercano in se stessi una forza che non possono darsi da soli. È Dio Padre che dona la spina dorsale necessaria per assumersi le proprie responsabilità.
Si comprende allora perché l’esercizio dell’autorità venga spesso vissuto in modo impacciato, tremante oppure aggressivo: la paura o l’illusione sono alla base di tale esercizio.
Quando il principio di causalità prende il posto del monoteismo, ci troviamo in un mondo arido e privo di misericordia. Tutto ciò che fai sembrerebbe dipendere soltanto da te. Che menzogna!
Come se la vita non fosse stata con tutti noi generosa in modo imbarazzante, sapiente in modo meraviglioso e paziente in modo commovente.
Non diventi padre o madre in forza di una fredda concatenazione di cause ed effetti, ma per Provvidenza. C’è un piano di Dio su di te e ti verrà chiesto conto anche del bene che non hai fatto, pur avendone avuto l’occasione.
Non devi meritarti di essere padre dei tuoi figli: lo sei e basta. Inizia piuttosto a domandarti quale bene puoi fare per loro e fallo come sai e come puoi.
Il compito di Giuseppe è proteggere Gesù da un pericolo mortale. Un padre che ti accoglie deve dirti chi sei, ma poi deve anche custodirti.
Le vie del Signore sono fatte di queste cose: vivere della fatica delle proprie mani ed essere felici perché si possiede ogni bene.
E che cosa significa possedere ogni bene? Avere una sposa come vite feconda nell’intimità della casa e figli come virgulti d’ulivo che circondano la mensa. Questa è la felicità.
Che cos’è l’uomo? È la casa. La sua missione è essere come le mura della casa che custodiscono la sposa e i figli.
L’uomo ha il compito di custodire la sposa e la sposa ha bisogno di sentirsi protetta, mai abbandonata. Deve poter contare sempre su di lui.
L’uomo è chiamato a dare la vita per la propria sposa. E questo vale per ogni forma di paternità e di responsabilità.
Che cosa significa custodire? Sorvegliare, vigilare, osservare, fare la guardia, salvaguardare.
Custodire è il contrario della distrazione. Le due strade per salvarsi dalla superficialità e dalla trasandatezza sono l’intuizione della preziosità e la percezione del pericolo.
Il primo passo è la consapevolezza del valore: si custodisce ciò che è prezioso.
La memoria è un fattore reale. Ricordare viene da re-cordis: riportare al cuore ciò che si ama.
Io non faccio ciò che devo, ma ciò che amo.
Cristo, pieno di gioia, vende tutto per comprare me e te a caro prezzo, non con cose corruttibili ma con il suo sangue prezioso.
La sciatteria nasce dalla perdita del senso di ciò che è prezioso.
Perché ci riduciamo a vivere con il freno a mano tirato? È un’opera della tentazione, che consiste nella banalizzazione. Questa opera procede parallelamente al suo contrario: l’assolutizzazione.
Si sdrammatizzano le cose secondarie e si penalizzano le priorità. Ci si ossessiona per particolari insignificanti e si perde di vista ciò che conta davvero.
Per la paternità è essenziale comprendere l’importanza del figlio e sapere che vale l’intera propria vita.
Le tribolazioni fanno emergere dal cuore l’accudimento, la cura, la custodia, la profondità.
Si diventa veramente padri quando il figlio diventa il proprio cuore, quando vale tutta la propria vita.
In un dolore immenso ero diventato padre.
Un’amicizia diventa autentica quando si affronta insieme una grande prova.
La cura dona spessore alla paternità.
Il senso di impotenza e di inutilità tipico dei giovani è spesso legato a fughe che anestetizzano il reale. Tuttavia, passata l’euforia del piacere, rimane un dolore ancora più grande.
Bisogna tirarli fuori dalla loro narcosi.
Dio li ha eletti chiamandoli alla vita e bisogna mostrare loro ciò che hanno di più prezioso: la loro bellezza.
Il dolore arriva nella vita. Se hai perso la fede, il tuo cuore si oscurerà. Quel dolore ha una missione nella tua esistenza, ma tu diventi cieco e sordo.
Arriverà una persona che ti chiederà aiuto e, se non hai fede, vedrai soltanto un fastidio.
Quando verrà la prossima volta il Figlio dell’uomo nella mia vita?
Non è giusto che la gente non conosca il perdono. Non è giusto che uomini e donne ignorino la tenerezza del Padre.
Non è giusto che i giovani restino invischiati nelle cose piccole e non arrivino a quelle grandi.
Non è giusto che un bambino cresca nella paura di non farcela.
Non è giusto che gli sposi non trovino una strada per riconciliarsi.
Non bisogna adeguarsi: occorre diventare padroni dei propri doni.
C’è un avversario, un nemico installato nel cuore dell’uomo. È il nemico della natura umana. L’Apocalisse lo chiama l’Accusatore.
È colui che convince il padre e la madre di non valere nulla, i figli di non essere amabili, le figlie di essere un errore.
L’Accusatore mente, ma le persone gli credono.
Cristo è morto sulla croce per uomini e donne. Nessuna persona è un errore. Può commettere errori, ma non è mai un errore.
È troppo bello guardare le persone e scoprirne la luce.
È troppo bello custodire la vita.
Appunti e riflessioni personali che nascono da esperienze vissute, letture di articoli e libri. Mi concentro principalmente su temi legati alla fede cattolica, ma esploro anche argomenti riguardanti l'infanzia, la scuola, l'inclusione, la disabilità, la tradizione modenese e il risparmio. ••• about.me/famiglia.gibellini •••
domenica 5 luglio 2026
San Giuseppe. Accogliere, custodire e nutrire di Fabio Rosini (2)
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