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domenica 5 luglio 2026

Parole di Pier Giorgio Frassati

Ogni giorno di più comprendo quale grazia sia l'essere cattolici. Vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità non è vivere ma vivacchiare. Dobbiamo ricordare che siamo gli unici che possediamo la Verità.

Gesù mi fa visita ogni mattina nella Comunione, io la restituisco nel misero modo che posso, visitando i poveri.

Sono veramente indignato per colui che disfa le opere pie, che non mette freno ai fascisti e lascia uccidere i ministri di Dio come don Minzoni, lascia che si facciano altre porcherie e cerca di coprire quei misfatti col mettere il Crocifisso nelle scuole.

Nel mondo c'è tanta gente cattiva e purtroppo anche molta che ha solamente il nome di cristiana, ma non lo spirito, perciò credo che la vera pace bisogni ancora aspettarla a lungo. La nostra fede però ci insegna che dobbiamo sempre conservare la speranza.

La fede è l'unica gioia di cui uno possa essere pago in questo mondo: ogni sacrificio vale solo per essa.

Che ne pensi di tutti questi girelli che si vendono al fascismo? Io sono ogni giorno più stomacato. Quello che allontana da me questi pensieri è la certezza d'una vita migliore al di là se noi lavoriamo operando il bene; quindi all'opera e teniamoci uniti.

Finché la fede mi darà la forza sarò sempre allegro. Ogni cattolico non può non essere allegro; la tristezza deve essere bandita dagli animi dei cattolici, il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra.

Noi cattolici abbiamo un dovere: la formazione di noi stessi. Non dobbiamo sciupare i più begli anni della nostra vita, come tanta gioventù, che si preoccupa di godere di quei beni che non arrecano bene.

Mi ricordo le prime elezioni del periodo dopo guerra, la venuta del fascismo e ora ricordo con gioia che non fummo mai un solo istante della nostra vita passata per il fascismo, ma sempre abbiamo combattuto contro questo flagello d'Italia.

Bello è vivere, in quanto al di là v'è la nostra vera vita, altrimenti chi potrebbe portare il peso di questa vita, se non vi fosse un premio alle sofferenze, un gaudio eterno?

L'avvenire è nelle mani di Dio e meglio di così non potrebbe andare.


Il padre e il marito cristiano secondo San Giuseppe

La figura di San Giuseppe rappresenta un modello concreto di paternità e di sponsalità cristiana. La sua vita mostra che essere padre e marito non significa possedere, dominare o imporre la propria volontà, ma collaborare con l'opera di Dio nella vita delle persone affidate alle proprie cure.

Un uomo che accoglie

Il padre cristiano sa accogliere. Accogliere non significa semplicemente tollerare o fare spazio, ma valorizzare la persona che gli è affidata. Egli riconosce che ogni figlio, così come il coniuge, è un dono di Dio e non una proprietà personale.

Accoglie la realtà senza pretendere che tutto corrisponda ai propri progetti e comprende che la Provvidenza di Dio opera spesso in modi inattesi. Non vive schiavo delle aspettative, ma cerca di riconoscere e favorire il bene che Dio sta facendo crescere nelle persone.

Un uomo che dà identità

Il padre cristiano aiuta i figli a scoprire chi sono. Come Giuseppe ha dato il nome a Gesù, così il padre è chiamato a confermare il valore e la dignità dei figli.

Attraverso la fiducia, l'incoraggiamento e la stima, trasmette loro la certezza di essere amati e preziosi. Non umilia, non scoraggia e non condanna, ma aiuta ciascuno a riconoscere la propria vocazione e il proprio posto nel mondo.

È un uomo capace di dire ai figli: «Tu sei importante, la tua vita ha valore e Dio ha un progetto su di te».

Un uomo che custodisce

Custodire è una delle missioni fondamentali del padre cristiano. Custodire significa vigilare, proteggere, difendere e accompagnare.

Come Giuseppe ha protetto Gesù dai pericoli che minacciavano la sua vita, così il padre è chiamato a difendere la propria famiglia da tutto ciò che può ferirla spiritualmente, moralmente o affettivamente.

Custodisce la moglie facendola sentire amata, protetta e mai abbandonata. Custodisce i figli aiutandoli a riconoscere il bene e il male, insegnando loro a non lasciarsi ingannare dalla menzogna e dalla mediocrità.

La custodia nasce dalla consapevolezza che le persone affidate alle sue cure sono preziose e valgono più di ogni altra cosa.

Un uomo che si prende responsabilità

Il padre cristiano non fugge davanti alle responsabilità. Non aspetta di sentirsi perfetto o all'altezza, ma comprende che la sua forza viene da Dio.

Accetta la propria missione con coraggio, anche quando costa sacrificio. Sa che la vera maturità consiste nel mettersi al servizio degli altri e non nel cercare continuamente il proprio interesse.

Non vive da vittima delle circostanze, ma da uomo chiamato a fare il bene che gli è possibile fare ogni giorno.

Un uomo che nutre

La paternità non si limita a proteggere: deve anche nutrire.

Il padre cristiano alimenta la crescita umana e spirituale dei figli attraverso l'esempio, l'educazione, la preghiera, il dialogo e la trasmissione della fede.

Comprende che ogni persona ha bisogni diversi e che educare significa offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno nel momento opportuno.

È paziente, perseverante e sa che le virtù si costruiscono attraverso le buone abitudini e la ripetizione del bene.

Non impone una forma prefissata, ma aiuta ogni figlio a diventare la persona unica che Dio ha pensato.

Un marito che ama la propria sposa

Il marito cristiano vede nella moglie un dono affidatogli da Dio.

La ama concretamente, la serve, la sostiene e la protegge. Non la considera un possesso, ma una compagna di cammino.

Davanti ai figli manifesta rispetto, affetto e tenerezza verso la moglie, contribuendo a creare un clima familiare di sicurezza e amore.

Sa che il suo primo compito non è dominare, ma donarsi.

Ama la moglie come Cristo ama la Chiesa: con fedeltà, sacrificio e gratuità.

Un uomo casto e libero dal possesso

Una caratteristica essenziale di Giuseppe è la castità, intesa non soltanto come purezza sessuale, ma come libertà dal possesso.

Il padre e il marito cristiano non trattengono le persone per sé. Non manipolano, non controllano e non soffocano.

Riconoscono che moglie e figli appartengono anzitutto a Dio.

Sanno amare senza imprigionare, accompagnare senza sostituirsi e guidare senza dominare.

La loro autorità nasce dal servizio e non dal controllo.

Un uomo che sa sparire

La maturità della paternità consiste nel rendere i figli capaci di camminare da soli.

Il padre cristiano non crea dipendenza, ma autonomia. Non cerca di essere indispensabile per sempre, ma lavora perché i figli possano vivere responsabilmente la propria vocazione.

Il suo successo non consiste nell'essere continuamente necessario, ma nel vedere i figli diventare uomini e donne liberi, capaci di amare Dio e il prossimo.

Come Giuseppe, sa mettersi da parte affinché Cristo possa crescere.

Sintesi finale

Il padre e il marito cristiano sono uomini che accolgono, custodiscono, educano e nutrono. Sono uomini di fede, capaci di assumersi responsabilità, di proteggere senza possedere, di guidare senza dominare e di amare senza trattenere.

Seguendo l'esempio di San Giuseppe, vivono la propria missione come un servizio affidato da Dio: aiutare le persone amate a diventare ciò che il Padre celeste ha pensato per loro, fino a sapersi fare da parte con umiltà quando il loro compito è compiuto.

San Giuseppe. Accogliere, custodire e nutrire di Fabio Rosini (3)

5. L’arte di nutrire

Tutti siamo santi potenziali, perché ogni uomo e ogni donna lo sono.

La tentazione fa di tutto perché la gioia venga abortita. La vita di fede deve essere alimentata e ha bisogno di una Chiesa che dia da mangiare, affinché si possa camminare nella luce che il Signore indica giorno dopo giorno.

Padri non si nasce: lo si diventa. E non lo si diventa soltanto perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. È l’arte di allevare.

Gesù esorta alla vigilanza e alla sobrietà. Occorre essere sapienti nella gestione della casa: fedeli e prudenti. Prudente, nel senso biblico del termine, è colui che vede prima degli altri ciò che sta per accadere.

L’economo saggio sa stabilire la giusta misura del pane e sa distribuirla al momento opportuno. Egli offre a coloro che gli sono affidati la quantità e la qualità di nutrimento necessarie nel momento giusto. Questa è vera sapienza.

È un pessimo padre chi dà a tutti la stessa cosa. Nella dedizione alla vita delle persone, una falsa idea di uguaglianza può trasformarsi in ingiustizia, perché ognuno ha bisogno di un nutrimento diverso, in situazioni e tempi differenti. Questo si chiama cura.

È fondamentale la sapienza con cui deve essere allevata la vita umana. Nessun animale impiega tanto tempo per diventare indipendente. Solo l’uomo attraversa tappe così lunghe come l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. La sua maturazione è estremamente sofisticata.

Nell’infanzia prevale una crescita quantitativa; nell’adolescenza una crescita qualitativa.

Giuseppe ha protetto e alimentato la consapevolezza di Gesù. Ora essa sboccia perché è stata seminata fin dal momento in cui gli è stato dato il nome.

Un bambino cresce attraverso le abitudini. Ai bambini piacciono i rituali familiari e amano le ripetizioni, perché da esse ricevono sicurezza.

Un bambino va educato alle buone abitudini: dall’igiene alla buona educazione. Ripetere è necessario per apprendere, approfondire e guarire.

Il bene va ripetuto perché entri dentro di noi. La saggezza consiste nel ripetere il bene e interrompere il male. La ripetizione genera l’abitudine.

Anche Gesù aveva delle abitudini.

Le regole preparano alla variazione. Se ogni giorno si vive qualcosa di straordinario, nulla rimane interessante e tutto viene banalizzato.

Se non c’è regolarità, non ci sarà cambiamento.

Non esiste apprendimento senza stupore e non esiste stupore senza una linearità da interrompere.

Nessuno può autorizzarti a essere te stesso. Se l’autorizzazione te la do io, non sei davvero te stesso: rimani dipendente dalla mia approvazione.

Non si può forzare questa evoluzione.

La via dei molti non è necessariamente la via della vita. Vivere nell’omologazione significa perdersi e smarrire se stessi.

Dio non ama il tuo io omologato, ma il tuo io autentico.

In ogni figlio c’è qualcosa di nuovo. Dio ci lascia liberi: non manipola, non tarpa le ali, dà fiducia, attende e rispetta.

Il luogo del ritrovamento è il luogo di Dio.

Gesù, con il suo stile, spesso risponde facendo domande. I bambini crescono attraverso il dialogo.

La madre possiede una competenza privilegiata nel campo degli affetti; il padre una competenza più oggettiva e pratica.

La madre deve aiutare i figli a conoscere il cuore del padre. È suo compito insegnare ai figli a stimarlo e a comprenderlo.

Compito del padre, invece, è mostrare il proprio amore per la madre attraverso gesti concreti di affetto davanti ai figli.

La madre parla bene del padre; il padre corteggia, accudisce e serve la madre anche insieme ai figli.

Il papà organizza sorprese per la mamma; la mamma racconta cose belle del papà e mostra di amarlo.

La parola “infante”, etimologicamente, significa “colui che non ha facoltà di parola”.

L’angoscia che il peccato ci ha lasciato deriva dalla rottura della relazione con il Padre: una condizione di incompiutezza e di mancanza di riferimento, per cui pensiamo di dover provvedere a noi stessi.

Così andiamo a cercare la vita negli idoli, nelle cose, nei progetti, nelle immagini. Ma gli idoli sono padri posticci che costruiamo noi stessi e di cui finiamo per diventare schiavi.

Da qui nascono le idolatrie affettive, i ruoli e le aspettative umane di cui diventiamo schiavi per tentare di soffocare l’incertezza che abita il cuore umano.

Solo la relazione con il Padre celeste può risolvere tutto questo.

Noi ragioniamo da orfani; Cristo inaugura una vita nuova, una vita da figli, non più da persone che devono meritarsi di esistere.

Entrare nella figliolanza divina è ciò che ci redime, ci rende liberi e guarisce la nostra affettività, la nostra intelligenza e le nostre opere.

L’affettività redenta nasce dalla relazione con il Padre e ci impedisce di vivere da poveri, afflitti e affamati, difendendoci proprio da quelle situazioni che potrebbero diventare occasioni per sperimentare la paternità di Dio e la sua Provvidenza.

Bisogna accogliere la chiamata di Dio alla grandezza, all’amore e alla libertà dal peccato. Ma senza Giuseppe non ci si arriva.

Bisogna imparare l’arte di essere uomini tra gli uomini.

Siamo tutti straordinari. Si dice che, quando Dio fa una persona, poi rompe lo stampo.

Quando andrai in cielo, Dio non ti chiederà se sei stato un santo: ti chiederà se sei stato te stesso.

Ma per arrivare a essere veramente te stesso hai bisogno di Giuseppe.

Quanti padri ci sono? Due: uno umano e uno celeste. Ma non vanno confusi.

6. L’arte di sparire

La missione di un padre è diventare inutile. Non essere inutile, ma diventarlo.

La meta dell’educazione è l’autonomia. Un apprendistato termina quando l’arte è stata appresa e può essere esercitata in proprio.

Il più grande successo di un padre è vedere il figlio stare in piedi da solo e vivere senza avere bisogno di lui.

Vedere un figlio diventare uomo, originale e libero, è motivo di immensa gioia.

Essere padre significa introdurre il figlio all’esperienza della vita e della realtà.

Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scegliere, di essere libero e di partire.

La castità è libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto è veramente amore.

L’amore che vuole possedere diventa sempre pericoloso: imprigiona, soffoca e rende infelici.

Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero perfino di sbagliare e di opporsi a Lui.

La logica dell’amore è sempre una logica di libertà e Giuseppe ha saputo amare in modo straordinariamente libero.

Non ha mai messo se stesso al centro. Ha saputo decentrarsi e mettere al centro della propria vita Maria e Gesù.

Da fidanzati non basta piacersi e desiderarsi, anche se questo è necessario. Non basta nemmeno avere un rapporto di qualità, saper dialogare, comprendersi e fare cose insieme. Sono elementi importanti, ma non sufficienti.

Si può essere in sintonia anche con altre persone.

Oltre all’attrazione e alla sintonia, è necessario comprendere che è Dio a chiamare al matrimonio.

Se non si ha la certezza che, oltre ai propri sentimenti, esista un disegno di Dio che ha fatto incontrare due persone e che è presente nel loro fidanzamento, non si comprende fino in fondo ciò che si sta facendo.

Ciò che è soltanto umano non può essere aggravato dall’indissolubilità, che solo Dio può sostenere.

È urgente riscoprire il matrimonio come vocazione.

Devi essere certo che sia Dio a chiamarti. Altrimenti è soltanto una costruzione tua: finirà con le tue forze e sarà piccola quanto te.

Le opere di Dio hanno una caratteristica particolare: scopri che si muovono da sole, che ricevi molto più di quanto dai, che procedono a un ritmo che ti sorprende.

Sono loro che portano te, non tu che porti loro.

Ogni opera di Dio si realizza in sinergia con Lui e, alla fine, il sangue versato è sempre il suo.

È Dio che paga per l’infedeltà sulla croce.

Maria, una volta diventata Madre di Cristo, resterà sua madre per sempre. Tuttavia, mentre perde il Figlio sulla croce, lo riceve nuovamente vivo milioni di volte nella Chiesa e nei cristiani.

Noi siamo figli di Dio in quanto uniti a Lui, non per natura propria.

Essere figli di Dio non è una qualità innata, ma la condizione di chi ha consegnato la propria vita per ricevere la Sua.

Uniti a Lui siamo figli di Dio. Da soli siamo soltanto figli dei nostri genitori.

Giuseppe non rivendica alcun possesso su Gesù.

Quante persone ricevono un dono da Dio e poi se ne appropriano. Questa è mancanza di castità.

Tutti pensano al problema della sessualità, ma il problema più grande è il possesso: allungare le mani sulle anime che appartengono a Dio.

Giù le mani dalle anime!

Impossessarsi dei figli come se fossero una proprietà, opprimerli con le proprie aspettative e proiezioni, significa tradire la loro libertà.

Impossessarsi della propria stessa vita come se fosse esclusivamente nostra è un’altra forma di inganno.

La vita non è nostra. Se la trattieni per te, ti rimane una sola prospettiva: la solitudine.

Il possesso come sistema di vita e la solitudine sono la stessa realtà.

L’altra strada è la castità, la povertà e l’obbedienza a Dio.

Il cielo è pieno di umiltà, non di successi.

Cristo è il Signore, ma nel giorno dell’Ascensione se ne va. Di conseguenza, la sua opera sulla terra viene affidata ai discepoli.

Cristo salva il mondo, ma portare questa salvezza agli uomini spetta a noi.

I discepoli non erano perfetti, eppure la fede che è arrivata fino a noi è partita proprio da quei poveri uomini ai quali il Signore ha dato fiducia.

Oggi, alla fine, ci siamo noi. Ancora una volta godiamo di una fiducia quasi imbarazzante da parte di Dio.

Questa fiducia implica il fare tutto ciò che c’è da fare: custodire, allevare e poi togliersi di mezzo appena possibile.

Giuseppe rimane il modello dell’opera di Dio: immagine di padre sapiente, di sposo accogliente e di forte combattente.

È l’uomo che sa dare il giusto nome al bene e riconoscere l’origine del male; che sa di chi fidarsi e di chi no; che sa insegnare i ritmi di Dio fino alla maturità di chi gli è affidato; che sa restare al proprio posto.

L’unico luogo in cui si può fare il bene di chi ci è affidato, diventare capaci di comprendere la volontà di Dio, crescere e permettere agli altri di crescere, è semplicemente il nostro posto.

È il posto da cui Eva è fuggita e da cui tutti noi continuiamo a fuggire.

Eppure è proprio lì che Dio ci aspetta.

San Giuseppe. Accogliere, custodire e nutrire di Fabio Rosini (1)

1. Introduzione

La vita è ardua, seria, complicata di suo. Ma, alla fine, il carico più pesante di dolore ce lo procuriamo da soli. Le persone sono bellissime, ma tendono a dilapidare, come il figliol prodigo, la loro dote, il loro talento, le loro occasioni.

Giuseppe è un punto di riferimento per apprendere l’arte della custodia della vita. Se da una parte è difficile accettare l’opera di Dio in noi, forse è ancora più difficile accettare l’opera di Dio negli altri.

Abbiamo una disperata urgenza di padri verginali, come Dio Padre: persone che non si approprino degli altri, ma sappiano coltivarli nella bellezza; che sappiano consegnare la vita senza rivendicarne la proprietà; che tengano le proprie mani lontane dalla delicata anima dei giovani e, al tempo stesso, regalino tutto ciò che hanno da dare e da insegnare. Figure che correggano con amore e sapienza, incoraggiando e valorizzando, mai disprezzando.

2. La paura della grandezza

Quella di oggi è una generazione di padri che hanno paura di esserlo, che scappano dalla loro dignità. Maschi timidi, con un’ansia di insufficienza. Ed è una generazione di giovani che si intontiscono, che fuggono.

Bisogna gridare loro che sono belli, che sono importanti, che non devono avere paura del loro cuore. Dio non si è sbagliato a chiamarti alla vita.

Non temete di diventare uomini di Dio o donne di Dio; di essere padri, madri, sposi, preti, amici, fratelli, sorelle, missionari. Non temete di prendervi cura delle persone, di far crescere i giovani, di godere della compagnia degli anziani, di consolare gli afflitti, di accogliere i miserabili e di allevare tutti quei “Messia” che ci sono in giro: quelli ai quali, quando fate qualcosa, l’avrete fatta a Lui.

Non temete di fare cose grandi. Io ti ho chiamato alla vita perché senza di te non si può fare. Obbedisci alla vita che non ti è stata data per caso.

Il bene si fa subito. Se si capisce che cosa si deve fare o dire di buono e non lo si fa o non lo si dice, parliamo di mediocrità, non di prudenza. La prudenza è tutt’altra cosa.

Di un padre che ti accoglie, che ti prende e ti difende, che si occupa di te e tiene a te, ne ha avuto bisogno anche Gesù Cristo.

Non basta nascere da una madre. Ci vuole qualcuno che ti accolga, che ti prenda con sé. Ci vuole sempre un padre e, se non c’è, manca qualcosa.

Accogliere è la logica essenziale della fede. Il problema fondamentale è assecondare e accogliere la Provvidenza, entrando così nelle opere di Dio. Questa arte sottile e sapiente è il segreto della pace.

Noi non siamo stati educati ad accogliere, ma a pianificare. Chiunque ci abbia detto: «Comportati come una persona normale» ci ha imposto obiettivi, risultati e successi come scopo dell’infanzia, della giovinezza o addirittura dell’intera vita.

Il desiderio, forza grandiosa della vita, viene infettato dalla logica del modello. La dittatura del modello si trasforma nella tirannia interiore dell’aspettativa. Così diventiamo infinitamente delusi perché non succede ciò che ci aspettiamo, tragicamente condannati all’insoddisfazione.

Non c’è nessuno di più prevedibile di un trasgressivo, anche perché è semplicemente infantile e non richiede alcuna vera profondità.

Il falso sinonimo di formazione è educazione. Educare non significa imporre una forma. Viene dal latino educere, che significa “tirar fuori” ciò che sta dentro. L’educazione valorizza colui che viene educato, facendo emergere ciò che è latente in lui o in lei.

Educare, infatti, significa far emergere il mistero di una persona e farne sbocciare la bellezza, coltivandola. L’educazione cristiana ha la missione di far emergere la bellezza di ogni persona nella sua relazione con Dio, di farle scoprire ciò che è per e con Dio.

Mille volte ho dovuto ripetere che la nota fondamentale di chi evangelizza è stimare chi sta evangelizzando.

Più conosci Cristo, più conosci il Padre; e più conosci il Padre, più conosci te stesso.

Educare è l’arte della consegna della vita, ed educare alla fede è l’arte della consegna della vita eterna. Ma questa consegna consiste nella valorizzazione dell’incontro unico tra una persona e Dio. In questo senso, educare e accogliere coincidono.

Accogliere non significa semplicemente fare spazio: questa sarebbe mediocrità. Accogliere significa valorizzare.

In ogni dettaglio o rifiuti o valorizzi. Se rifiuti e butti via, stai buttando via la tua realtà. E che cosa avrai in cambio?

Puoi avere tutte le ragioni del mondo per lamentarti, ma a che cosa ti serve? Meglio lasciare il dolore e la tribolazione senza uno scopo?

Ho imparato, nelle malattie e nel dolore, che se ti apri e accogli, Dio opera anche in essi. E resti sempre sorpreso da ciò che c’è da vivere oltre il dolore.

La fede non mi ha mai tolto un grammo di sofferenza, ma mi ha fatto scoprire un sentiero nascosto dentro ogni dolore.

Capisco chi è arrabbiato, ma ha torto. È meglio accogliere, crescere, prendere con sé le cose e valorizzarle.