5. L’arte di nutrire
Tutti siamo santi potenziali, perché ogni uomo e ogni donna lo sono.
La tentazione fa di tutto perché la gioia venga abortita. La vita di fede deve essere alimentata e ha bisogno di una Chiesa che dia da mangiare, affinché si possa camminare nella luce che il Signore indica giorno dopo giorno.
Padri non si nasce: lo si diventa. E non lo si diventa soltanto perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. È l’arte di allevare.
Gesù esorta alla vigilanza e alla sobrietà. Occorre essere sapienti nella gestione della casa: fedeli e prudenti. Prudente, nel senso biblico del termine, è colui che vede prima degli altri ciò che sta per accadere.
L’economo saggio sa stabilire la giusta misura del pane e sa distribuirla al momento opportuno. Egli offre a coloro che gli sono affidati la quantità e la qualità di nutrimento necessarie nel momento giusto. Questa è vera sapienza.
È un pessimo padre chi dà a tutti la stessa cosa. Nella dedizione alla vita delle persone, una falsa idea di uguaglianza può trasformarsi in ingiustizia, perché ognuno ha bisogno di un nutrimento diverso, in situazioni e tempi differenti. Questo si chiama cura.
È fondamentale la sapienza con cui deve essere allevata la vita umana. Nessun animale impiega tanto tempo per diventare indipendente. Solo l’uomo attraversa tappe così lunghe come l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. La sua maturazione è estremamente sofisticata.
Nell’infanzia prevale una crescita quantitativa; nell’adolescenza una crescita qualitativa.
Giuseppe ha protetto e alimentato la consapevolezza di Gesù. Ora essa sboccia perché è stata seminata fin dal momento in cui gli è stato dato il nome.
Un bambino cresce attraverso le abitudini. Ai bambini piacciono i rituali familiari e amano le ripetizioni, perché da esse ricevono sicurezza.
Un bambino va educato alle buone abitudini: dall’igiene alla buona educazione. Ripetere è necessario per apprendere, approfondire e guarire.
Il bene va ripetuto perché entri dentro di noi. La saggezza consiste nel ripetere il bene e interrompere il male. La ripetizione genera l’abitudine.
Anche Gesù aveva delle abitudini.
Le regole preparano alla variazione. Se ogni giorno si vive qualcosa di straordinario, nulla rimane interessante e tutto viene banalizzato.
Se non c’è regolarità, non ci sarà cambiamento.
Non esiste apprendimento senza stupore e non esiste stupore senza una linearità da interrompere.
Nessuno può autorizzarti a essere te stesso. Se l’autorizzazione te la do io, non sei davvero te stesso: rimani dipendente dalla mia approvazione.
Non si può forzare questa evoluzione.
La via dei molti non è necessariamente la via della vita. Vivere nell’omologazione significa perdersi e smarrire se stessi.
Dio non ama il tuo io omologato, ma il tuo io autentico.
In ogni figlio c’è qualcosa di nuovo. Dio ci lascia liberi: non manipola, non tarpa le ali, dà fiducia, attende e rispetta.
Il luogo del ritrovamento è il luogo di Dio.
Gesù, con il suo stile, spesso risponde facendo domande. I bambini crescono attraverso il dialogo.
La madre possiede una competenza privilegiata nel campo degli affetti; il padre una competenza più oggettiva e pratica.
La madre deve aiutare i figli a conoscere il cuore del padre. È suo compito insegnare ai figli a stimarlo e a comprenderlo.
Compito del padre, invece, è mostrare il proprio amore per la madre attraverso gesti concreti di affetto davanti ai figli.
La madre parla bene del padre; il padre corteggia, accudisce e serve la madre anche insieme ai figli.
Il papà organizza sorprese per la mamma; la mamma racconta cose belle del papà e mostra di amarlo.
La parola “infante”, etimologicamente, significa “colui che non ha facoltà di parola”.
L’angoscia che il peccato ci ha lasciato deriva dalla rottura della relazione con il Padre: una condizione di incompiutezza e di mancanza di riferimento, per cui pensiamo di dover provvedere a noi stessi.
Così andiamo a cercare la vita negli idoli, nelle cose, nei progetti, nelle immagini. Ma gli idoli sono padri posticci che costruiamo noi stessi e di cui finiamo per diventare schiavi.
Da qui nascono le idolatrie affettive, i ruoli e le aspettative umane di cui diventiamo schiavi per tentare di soffocare l’incertezza che abita il cuore umano.
Solo la relazione con il Padre celeste può risolvere tutto questo.
Noi ragioniamo da orfani; Cristo inaugura una vita nuova, una vita da figli, non più da persone che devono meritarsi di esistere.
Entrare nella figliolanza divina è ciò che ci redime, ci rende liberi e guarisce la nostra affettività, la nostra intelligenza e le nostre opere.
L’affettività redenta nasce dalla relazione con il Padre e ci impedisce di vivere da poveri, afflitti e affamati, difendendoci proprio da quelle situazioni che potrebbero diventare occasioni per sperimentare la paternità di Dio e la sua Provvidenza.
Bisogna accogliere la chiamata di Dio alla grandezza, all’amore e alla libertà dal peccato. Ma senza Giuseppe non ci si arriva.
Bisogna imparare l’arte di essere uomini tra gli uomini.
Siamo tutti straordinari. Si dice che, quando Dio fa una persona, poi rompe lo stampo.
Quando andrai in cielo, Dio non ti chiederà se sei stato un santo: ti chiederà se sei stato te stesso.
Ma per arrivare a essere veramente te stesso hai bisogno di Giuseppe.
Quanti padri ci sono? Due: uno umano e uno celeste. Ma non vanno confusi.
6. L’arte di sparire
La missione di un padre è diventare inutile. Non essere inutile, ma diventarlo.
La meta dell’educazione è l’autonomia. Un apprendistato termina quando l’arte è stata appresa e può essere esercitata in proprio.
Il più grande successo di un padre è vedere il figlio stare in piedi da solo e vivere senza avere bisogno di lui.
Vedere un figlio diventare uomo, originale e libero, è motivo di immensa gioia.
Essere padre significa introdurre il figlio all’esperienza della vita e della realtà.
Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scegliere, di essere libero e di partire.
La castità è libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto è veramente amore.
L’amore che vuole possedere diventa sempre pericoloso: imprigiona, soffoca e rende infelici.
Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero perfino di sbagliare e di opporsi a Lui.
La logica dell’amore è sempre una logica di libertà e Giuseppe ha saputo amare in modo straordinariamente libero.
Non ha mai messo se stesso al centro. Ha saputo decentrarsi e mettere al centro della propria vita Maria e Gesù.
Da fidanzati non basta piacersi e desiderarsi, anche se questo è necessario. Non basta nemmeno avere un rapporto di qualità, saper dialogare, comprendersi e fare cose insieme. Sono elementi importanti, ma non sufficienti.
Si può essere in sintonia anche con altre persone.
Oltre all’attrazione e alla sintonia, è necessario comprendere che è Dio a chiamare al matrimonio.
Se non si ha la certezza che, oltre ai propri sentimenti, esista un disegno di Dio che ha fatto incontrare due persone e che è presente nel loro fidanzamento, non si comprende fino in fondo ciò che si sta facendo.
Ciò che è soltanto umano non può essere aggravato dall’indissolubilità, che solo Dio può sostenere.
È urgente riscoprire il matrimonio come vocazione.
Devi essere certo che sia Dio a chiamarti. Altrimenti è soltanto una costruzione tua: finirà con le tue forze e sarà piccola quanto te.
Le opere di Dio hanno una caratteristica particolare: scopri che si muovono da sole, che ricevi molto più di quanto dai, che procedono a un ritmo che ti sorprende.
Sono loro che portano te, non tu che porti loro.
Ogni opera di Dio si realizza in sinergia con Lui e, alla fine, il sangue versato è sempre il suo.
È Dio che paga per l’infedeltà sulla croce.
Maria, una volta diventata Madre di Cristo, resterà sua madre per sempre. Tuttavia, mentre perde il Figlio sulla croce, lo riceve nuovamente vivo milioni di volte nella Chiesa e nei cristiani.
Noi siamo figli di Dio in quanto uniti a Lui, non per natura propria.
Essere figli di Dio non è una qualità innata, ma la condizione di chi ha consegnato la propria vita per ricevere la Sua.
Uniti a Lui siamo figli di Dio. Da soli siamo soltanto figli dei nostri genitori.
Giuseppe non rivendica alcun possesso su Gesù.
Quante persone ricevono un dono da Dio e poi se ne appropriano. Questa è mancanza di castità.
Tutti pensano al problema della sessualità, ma il problema più grande è il possesso: allungare le mani sulle anime che appartengono a Dio.
Giù le mani dalle anime!
Impossessarsi dei figli come se fossero una proprietà, opprimerli con le proprie aspettative e proiezioni, significa tradire la loro libertà.
Impossessarsi della propria stessa vita come se fosse esclusivamente nostra è un’altra forma di inganno.
La vita non è nostra. Se la trattieni per te, ti rimane una sola prospettiva: la solitudine.
Il possesso come sistema di vita e la solitudine sono la stessa realtà.
L’altra strada è la castità, la povertà e l’obbedienza a Dio.
Il cielo è pieno di umiltà, non di successi.
Cristo è il Signore, ma nel giorno dell’Ascensione se ne va. Di conseguenza, la sua opera sulla terra viene affidata ai discepoli.
Cristo salva il mondo, ma portare questa salvezza agli uomini spetta a noi.
I discepoli non erano perfetti, eppure la fede che è arrivata fino a noi è partita proprio da quei poveri uomini ai quali il Signore ha dato fiducia.
Oggi, alla fine, ci siamo noi. Ancora una volta godiamo di una fiducia quasi imbarazzante da parte di Dio.
Questa fiducia implica il fare tutto ciò che c’è da fare: custodire, allevare e poi togliersi di mezzo appena possibile.
Giuseppe rimane il modello dell’opera di Dio: immagine di padre sapiente, di sposo accogliente e di forte combattente.
È l’uomo che sa dare il giusto nome al bene e riconoscere l’origine del male; che sa di chi fidarsi e di chi no; che sa insegnare i ritmi di Dio fino alla maturità di chi gli è affidato; che sa restare al proprio posto.
L’unico luogo in cui si può fare il bene di chi ci è affidato, diventare capaci di comprendere la volontà di Dio, crescere e permettere agli altri di crescere, è semplicemente il nostro posto.
È il posto da cui Eva è fuggita e da cui tutti noi continuiamo a fuggire.
Eppure è proprio lì che Dio ci aspetta.
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