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domenica 5 luglio 2026

San Giuseppe. Accogliere, custodire e nutrire di Fabio Rosini (1)

1. Introduzione

La vita è ardua, seria, complicata di suo. Ma, alla fine, il carico più pesante di dolore ce lo procuriamo da soli. Le persone sono bellissime, ma tendono a dilapidare, come il figliol prodigo, la loro dote, il loro talento, le loro occasioni.

Giuseppe è un punto di riferimento per apprendere l’arte della custodia della vita. Se da una parte è difficile accettare l’opera di Dio in noi, forse è ancora più difficile accettare l’opera di Dio negli altri.

Abbiamo una disperata urgenza di padri verginali, come Dio Padre: persone che non si approprino degli altri, ma sappiano coltivarli nella bellezza; che sappiano consegnare la vita senza rivendicarne la proprietà; che tengano le proprie mani lontane dalla delicata anima dei giovani e, al tempo stesso, regalino tutto ciò che hanno da dare e da insegnare. Figure che correggano con amore e sapienza, incoraggiando e valorizzando, mai disprezzando.

2. La paura della grandezza

Quella di oggi è una generazione di padri che hanno paura di esserlo, che scappano dalla loro dignità. Maschi timidi, con un’ansia di insufficienza. Ed è una generazione di giovani che si intontiscono, che fuggono.

Bisogna gridare loro che sono belli, che sono importanti, che non devono avere paura del loro cuore. Dio non si è sbagliato a chiamarti alla vita.

Non temete di diventare uomini di Dio o donne di Dio; di essere padri, madri, sposi, preti, amici, fratelli, sorelle, missionari. Non temete di prendervi cura delle persone, di far crescere i giovani, di godere della compagnia degli anziani, di consolare gli afflitti, di accogliere i miserabili e di allevare tutti quei “Messia” che ci sono in giro: quelli ai quali, quando fate qualcosa, l’avrete fatta a Lui.

Non temete di fare cose grandi. Io ti ho chiamato alla vita perché senza di te non si può fare. Obbedisci alla vita che non ti è stata data per caso.

Il bene si fa subito. Se si capisce che cosa si deve fare o dire di buono e non lo si fa o non lo si dice, parliamo di mediocrità, non di prudenza. La prudenza è tutt’altra cosa.

Di un padre che ti accoglie, che ti prende e ti difende, che si occupa di te e tiene a te, ne ha avuto bisogno anche Gesù Cristo.

Non basta nascere da una madre. Ci vuole qualcuno che ti accolga, che ti prenda con sé. Ci vuole sempre un padre e, se non c’è, manca qualcosa.

Accogliere è la logica essenziale della fede. Il problema fondamentale è assecondare e accogliere la Provvidenza, entrando così nelle opere di Dio. Questa arte sottile e sapiente è il segreto della pace.

Noi non siamo stati educati ad accogliere, ma a pianificare. Chiunque ci abbia detto: «Comportati come una persona normale» ci ha imposto obiettivi, risultati e successi come scopo dell’infanzia, della giovinezza o addirittura dell’intera vita.

Il desiderio, forza grandiosa della vita, viene infettato dalla logica del modello. La dittatura del modello si trasforma nella tirannia interiore dell’aspettativa. Così diventiamo infinitamente delusi perché non succede ciò che ci aspettiamo, tragicamente condannati all’insoddisfazione.

Non c’è nessuno di più prevedibile di un trasgressivo, anche perché è semplicemente infantile e non richiede alcuna vera profondità.

Il falso sinonimo di formazione è educazione. Educare non significa imporre una forma. Viene dal latino educere, che significa “tirar fuori” ciò che sta dentro. L’educazione valorizza colui che viene educato, facendo emergere ciò che è latente in lui o in lei.

Educare, infatti, significa far emergere il mistero di una persona e farne sbocciare la bellezza, coltivandola. L’educazione cristiana ha la missione di far emergere la bellezza di ogni persona nella sua relazione con Dio, di farle scoprire ciò che è per e con Dio.

Mille volte ho dovuto ripetere che la nota fondamentale di chi evangelizza è stimare chi sta evangelizzando.

Più conosci Cristo, più conosci il Padre; e più conosci il Padre, più conosci te stesso.

Educare è l’arte della consegna della vita, ed educare alla fede è l’arte della consegna della vita eterna. Ma questa consegna consiste nella valorizzazione dell’incontro unico tra una persona e Dio. In questo senso, educare e accogliere coincidono.

Accogliere non significa semplicemente fare spazio: questa sarebbe mediocrità. Accogliere significa valorizzare.

In ogni dettaglio o rifiuti o valorizzi. Se rifiuti e butti via, stai buttando via la tua realtà. E che cosa avrai in cambio?

Puoi avere tutte le ragioni del mondo per lamentarti, ma a che cosa ti serve? Meglio lasciare il dolore e la tribolazione senza uno scopo?

Ho imparato, nelle malattie e nel dolore, che se ti apri e accogli, Dio opera anche in essi. E resti sempre sorpreso da ciò che c’è da vivere oltre il dolore.

La fede non mi ha mai tolto un grammo di sofferenza, ma mi ha fatto scoprire un sentiero nascosto dentro ogni dolore.

Capisco chi è arrabbiato, ma ha torto. È meglio accogliere, crescere, prendere con sé le cose e valorizzarle.

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