Alcuni passi tratti dal libro intervista del 1985:
« Non sono i cristiani che si oppongono al mondo. È il mondo che si oppone a loro quando è proclamata la verità su Dio, su Cristo, sull'uomo. Il mondo si rivolta quando il peccato e la grazia sono chiamati con il loro nome. Dopo la fase delle "aperture" indiscriminate, è tempo che il cristiano ritrovi la consapevolezza di appartenere a una minoranza e di essere spesso in contrasto con ciò che è ovvio, logico, naturale per quello che il Nuovo Testamento chiama — e non certo in senso positivo — "lo spirito mondano". È tempo di ritrovare il coraggio dell'anticonformismo, la capacità di opporsi, di denunciare molte delle tendenze della cultura circostante, rinunciando a certa euforica solidarietà post-conciliare ».
« In questa visione soggettiva della teologia, il dogma è spesso considerato come una gabbia intollerabile, un attentato alla libertà del singolo studioso. Si è perso di vista il fatto che la definizione dogmatica è, invece, un servizio alla verità, un dono offerto ai credenti dall'autorità voluta da Dio. I dogmi — ha detto qualcuno — non sono muraglie che ci impediscano di vedere; ma, al contrario, sono finestre aperte sull'infinito ».
La narrazione della Sacra Scrittura sulle origini non parla alla maniera storiografica moderna ma parla attraverso le immagini. È una narrazione che rivela e nasconde allo stesso tempo. Ma gli elementi fondanti sono ragionevoli e la realtà del dogma va in ogni caso salvaguardata. Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli se non annunciasse il Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato; se non annunciasse la realtà dell'alienazione (la "caduta") e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera; se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria c'è bisogno di un aiuto al di fuori di noi; se non annunciasse che l'insistenza sull'auto-realizzazione, sull'auto-redenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione. Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all'Amore.
È uno dei tanti aspetti che emergono: scardinandosi dal suo aggancio in Dio, l'umanità cade in balia delle conseguenze più arbitrarie. La "ragione" del singolo, infatti, può di volta in volta proporre all'azione gli scopi più diversi, più imprevedibili, più pericolosi. E ciò che sembrava "liberazione" si rovescia nel suo contrario, mostra nei fatti il suo volto diabolico. In effetti, tutto ciò è già stato descritto con precisione nelle prime pagine della Bibbia. Il nucleo della tentazione per l'uomo e della sua caduta è racchiuso in questa parola programmatica: "Diventerete come Dio" (Gen. 3,5). Come Dio: cioè liberi dalla legge del Creatore, liberi dalle stesse leggi della natura, padroni assoluti del proprio destino. L'uomo desidera continuamente solo questo: essere il creatore e il padrone di se stesso. Ma ciò che ci attende alla fine di questa strada non è certo il Paradiso Terrestre."
"Del resto vale anche qui quanto non mi stanco di ripetere: per la Chiesa, il linguaggio della natura (nel nostro caso: due sessi complementari tra loro e insieme ben distinti) è anche il linguaggio della morale (uomo e donna chiamati a destini ugualmente nobili, entrambi eterni, ma insieme diversi). E in nome della natura — sia che di questo concetto diffida invece la tradizione protestante e, al suo seguito, quella dell'illuminismo — che la Chiesa alza la voce contro la tentazione di precostituire le persone e il loro destino secondo meri progetti umani, di togliere loro l'individualità e, con questa, la dignità. Rispettare la biologia è rispettare Dio stesso, quindi salvaguardare le sue creature.
"Si, è la donna che paga di più. Maternità e verginità (i due valori altissimi in cui realizzava la sua vocazione più profonda) sono diventati valori opposti a quelli dominanti. La donna, creatrice per eccellenza dando la vita, non "produce" però in quel senso tecnico che è il solo valorizzato da una società più maschile che mai nel suo culto dell'efficienza. La si convince che si vuole "liberarla" e "emanciparla", inducendola a mascolinizzarsi e rendendola così omogenea alla cultura della produzione, facendola rientrare sotto il controllo della società maschile dei tecnici, dei venditori..."
«Sono venuto su in una famiglia molto credente, praticante. Nella fede dei miei genitori, nella fede della nostra Chiesa, ho avuto la conferma del cattolicesimo come roccaforte della verità e della giustizia contro quel regno dell'ateismo e della menzogna che fu il nazismo. Nel crollo del regime ho visto nei fatti che la Chiesa aveva intuito giusto. Ma Hitler veniva dall'Austria cattolica, il partito fu fondato e prosperò nella cattolica Monaco... Tuttavia sarebbe affrettato presentarlo come prodotto del cattolicesimo. I germi velenosi del nazismo non sono il frutto del cattolicesimo dell'Austria o della Germania meridionale, ma semmai dell'atmosfera decadente e cosmopolita della Vienna alla fine dell'impero, nella quale Hitler guardava con invidia alla forza e alla risolutezza della Germania del Nord: Federico II e Bismarck erano i suoi idoli politici. Nelle decisive elezioni del 1933 notoriamente Hitler non ha avuto nessuna maggioranza nei Länder cattolici a differenza di quanto avvenuto in altre regioni tedesche.»
...del Nord America e dell'Europa Occidentale: liberazione dall'etica religiosa e, con essa, dai limiti stessi dell'etica. Ma si cerca "liberazione" anche in Africa e in Asia, dove lo sganciamento dalle tradizioni occidentali si presenta come un problema di liberazione dallo stato coloniale, alla ricerca della propria identità. Ne parleremo in modo specifico più avanti. La "liberazione" infine in Sud America, dove la si intende soprattutto in senso sociale, economico, politico. Dunque, il problema soteriologico, cioè della salvezza, della redenzione (della liberazione, come appunto si preferisce dire) è divenuto il punto centrale del pensiero teologico ».
Perché, chiedo, questa focalizzazione, che peraltro sembra corretta anche alla Congregazione (le prime parole della Istruzione del 6 agosto non sono forse: « Il Vangelo di Gesù Cristo è un messaggio di libertà e una forma di liberazione »)?
« Questo è avvenuto e avviene — dice — perché la teologia tenta di rispondere così al problema più drammatico del mondo di oggi: il fatto cioè che — malgrado tutti gli sforzi — l'uomo non è affatto redento, non è per nulla libero, conosce anzi una crescente alienazione. E questo appare in tutte le forme di società attuale. L'esperienza fondamentale della nostra epoca è proprio quella della "alienazione", cioè lo stato che l'espressione cristiana tradizionale chiama: mancanza di redenzione. È l'esperienza di un'umanità che si è distaccata da Dio e in questo modo non ha trovato la libertà, ma solo schiavitù ». Parole dure, ancora una volta, osservo. « Eppure così è a una visione realistica, che non nasconde la situazione. È del resto al realismo che sono chiamati i cristiani: essere attenti ai segni del tempo significa anche questo, ritrovare il coraggio di guardare la realtà in faccia, nel suo positivo e nel suo negativo. Ora, giusto in questa linea di oggettività, vediamo che c'è un elemento in comune ai programmi di liberazione secolaristici: quella liberazione la vogliono cercare solo nell'immanenza, dunque nella storia, nell'aldiquà. Ma è proprio questa visione chiusa nella storia, senza sbocchi sulla trascendenza, che ha condotto l'uomo nella sua attuale situazione ».
Resta comunque il fatto, dico, che questa esigenza di liberazione è una sfida che va accettata; non ha dunque ben fatto la teologia a raccoglierla per darle una risposta cristiana?
« Certo, purché quella risposta sia cristiana veramente. Il bisogno di salvezza oggi così avvertito esprime la percezione autentica, per quanto oscura, della dignità dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Ma il pericolo di certe teologie è che si lascino suggerire il punto di vista immanentistico, solo terrestre, dai programmi di liberazione secolaristici. I quali non vedono, né possono vedere che la "liberazione" è innanzitutto e principalmente liberazione da quella schiavitù radicale che il "mondo" non scorge, che anzi nega: la schiavitù radicale del peccato ».
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