Nel testo La scuola delle emozioni, Stefano Rossi analizza la crisi educativa contemporanea partendo da un'immagine potente: l'"evaporazione della pedana". Un tempo l'insegnante era collocato su una pedana simbolica che gli garantiva autorevolezza aprioristica, fondata su un mondo verticale, strutturato da valori condivisi e da un sistema morale centrato sul senso di colpa. Oggi quella verticalità è crollata: viviamo in una società orizzontale in cui ogni individuo aspira a "farsi Dio", cercando affermazione e visibilità. L'autorevolezza non è più garantita dal ruolo, ma deve essere costruita nella relazione.
Il passaggio dal paradigma etico a quello prestazionale ha trasformato il modo in cui i giovani percepiscono se stessi. Non conta più essere giusti, ma vincenti. La società divide in "winner" e "loser", alimentando un'ansia da prestazione costante. Il successo è fragile, liquido, sempre esposto al confronto e alla misurazione continua (voti, like, classifiche). In questo contesto, la sofferenza adolescenziale cresce: non si tratta più di senso di colpa per un errore, ma di senso di inadeguatezza, che colpisce l'identità profonda. Non "ho sbagliato", ma "non sono abbastanza".
Questa ferita genera vergogna e ritiro. Alcuni ragazzi si isolano socialmente (hikikomori), altri si ritirano interiormente pur restando presenti a scuola, altri ancora scivolano verso forme estreme di fuga, fino al suicidio. Vi è poi la fuga dalle emozioni: nelle ragazze può manifestarsi come autolesionismo, nei ragazzi come aggressività e comportamenti oppositivi. Alla radice c'è un analfabetismo emotivo: stanno male, ma non sanno nominare il proprio dolore.
Rossi critica anche la cultura del merito quando diventa ideologia selettiva: lodare solo l'intelligenza rende fragili, mentre valorizzare la tenacia costruisce resilienza. L'autostima autentica non è ciò che garantisce la vittoria, ma ciò che permette di non crollare nella sconfitta. Occorre passare dalla cultura del risultato alla cultura della "grinta", fondata su rispetto di sé, empatia e capacità di perseverare.
La parte costruttiva del testo ruota attorno a un principio chiave: non c'è educazione senza relazione. In un tempo in cui anche i genitori sono disorientati e spesso trasformano la felicità in un idolo, diventa difficile dire "no". Eppure i limiti sono fondamentali: allenano all'autoregolazione e preparano ai "no" della vita. Un bambino posto al centro assoluto della famiglia, senza confini, vive un'angoscia da eccesso di potere e cerca inconsciamente adulti capaci di contenimento.
Di fronte ai comportamenti provocatori ("dopo lo sputo"), l'adulto è chiamato a non reagire con autoritarismo né con resa. I ragazzi non testano l'autorità, ma la verità: vogliono capire se l'adulto resterà. Dietro un insulto c'è spesso un grido nascosto: "Vieni a cercarmi". L'educatore deve cambiare postura, avvicinarsi, ascoltare più di quanto parli, sedersi accanto.
Particolare attenzione è dedicata ai ragazzi oppositivi. Non hanno un problema di rabbia, ma di odio: una rabbia congelata nata da ferite affettive. Hanno imparato che l'amore è menzogna, dolore e inaffidabilità. Per difendersi attivano meccanismi come attacco, svalutazione, indifferenza, controllo o ritiro emotivo. Rossi chiama "mostro guardiano" questa parte ostile che protegge il bambino ferito.
Per diventare "porto sicuro", l'adulto deve compiere quattro passi: riconoscere le proprie reazioni difensive; empatizzare con il bambino nascosto dietro il comportamento; unire fermezza e tenerezza, autorevolezza e affettività; praticare un'etica dei piccoli gesti quotidiani. Fondamentale è anche la coerenza del gruppo adulto: una comunità divisa conferma al ragazzo che non può fidarsi.
L'educazione è un rischio: amare significa esporsi al possibile tradimento. Ma solo un'esperienza ripetuta di presenza, cura e affidabilità può trasformare l'idea distorta che questi ragazzi hanno dell'amore. Non si tratta di convincere con le parole, ma di contraddire con l'esperienza.